Un film sull'occupazione di Fiume nel 1919
Il governo riabilita il vate fascista D'Annunzio
Mentre nega i fondi per i film su Regeni e Aldrovandi

Lo scorso 7 aprile presso l'aula dei gruppi parlamentari della Camera dei deputati si è svolta in anteprima la proiezione del film intitolato “Alla festa della rivoluzione” dedicata all'occupazione di Fiume nel 1919 da parte di volontari guidati da Gabriele D'Annunzio.
Il film, la cui programmazione nelle sale cinematografiche è prevista a partire dal 16 aprile, è stato solennemente presentato dal presidente della Commissione cultura della Camera, Federico Mollicone di Fratelli d'Italia che ha esaltato sia il film sia la vicenda che lo ispira con toni trionfalistici degni del peggiore ventennio mussoliniano.
E non si tratta soltanto di retorica elogiativa da parte di caporioni meloniani né di mere immagini esplicitamente evocative del ventennio mussoliniano - il regista del film, Arnaldo Catinari, all'anteprima della Camera era completamente vestito di nero, compresa camicia e cravatta – a qualificare il film come un miserabile prodotto della retorica fascista, bensì di fatti assai concreti, in quanto il lungometraggio prodotto da 01 Distribution – società del gruppo Rai Cinema - ha ricevuto finanziamenti pubblici che coprono il 45% della spesa totale per il film, denaro pubblico per complessivi 3,68 milioni di euro a fronte di una spesa totale per il film di circa 8,3 milioni.
Il messaggio culturale e politico è evidente: esaltare il Ventennio fascista non attraverso la celebrazione diretta della persona di Mussolini o della sua politica negli anni nei quali fu al potere - che sarebbe improponibile, almeno per ora – bensì tramite la rivisitazione della figura di Gabriele D'Annunzio descritto come un rivoluzionario, un portatore di idee nuove dalle indiscusse qualità intellettuali e morali, e tramite un'azione militare, quella di Fiume, descritta e presentata nel film come un evento gioioso, libertario e rivoluzionario.
Bisogna far chiarezza su questi due punti, ossia sul ruolo politico di D'Annunzio e sulla natura politica dei fatti di Fiume.
Per ciò che riguarda Gabriele D'Annunzio (1863 – 1938), bisogna ricordare che costui fu un rappresentante di correnti borghesi come l'estetismo e il decadentismo, con decisive influenze da parte del superomismo di Nietzche che avrebbero contribuito a influenzare nel primo dopoguerra la nascita di movimenti politici quali il fascismo in Italia e il nazismo in Germania, per cui non è azzardato affermare che tra il D'Annunzio artista e il D'Annunzio politico ci sono relazioni strettissime e che la sua attività letteraria si sia letteralmente trasformata, in lui, in attività politica.
Fino allo scoppio della prima guerra mondiale D'Annunzio non si era occupato direttamente di politica, impegnato come era nell'attività letteraria, ma è con lo scoppio della guerra, nel 1914, che egli prende una decisa posizione interventista che sarà decisiva, dato il suo prestigio intellettuale, per l'entrata dell'Italia in guerra. Egli maturò quindi una concezione politica nazionalista, antesignana del fascismo, e poi divenne anche formalmente fascista durante il ventennio mussoliniano, anzi si può dire che fu la sua figura di nazionalista a ispirare la figura di Mussolini e fu la sua occupazione della città croata di Fiume a ispirare la marcia su Roma.
Fatta chiarezza su D'Annunzio, bisogna capire cosa accadde realmente a Fiume, al di là della propaganda cinematografica meloniana. Dieci mesi dopo la fine della prima guerra mondiale, precisamente il 12 settembre del 1919, Gabriele D'Annunzio radunò nella cittadina che allora si chiamava Ronchi di Monfalcone – che oggi si chiama, dal 1925, Ronchi dei Legionari ed è in provincia di Gorizia – una violenta squadraccia di nazionalisti armati, che egli ribattezzò con il nome di 'legionari' con la quale marciò fino alla città di Fiume, allora sotto il controllo di forze interalleate, per prenderla con la forza allo scopo di farla annettere al Regno d'Italia, nonostante essa fosse abitata, oltre che da italiani, anche da croati e sloveni con minoranze ungheresi e serbe, oltre a una comunità ebraica che in parte, oltre che di lingua italiana, era di lingua tedesca.
L'occupazione militare della città avvenne nel nome della superiorità, sostenuta da D'Annunzio, della civiltà italiana su tutte le altre e, specificamente, sulle culture slave dominanti in città, per cui ci sono già in questa sciagurata impresa tutti gli elementi guerrafondai, imperialisti, sciovinisti e razzisti antislavi che avrebbero poi contraddistinto il fascismo prima e il nazismo poi, e non è certo un caso che la spedizione fu in parte finanziata anche da Mussolini che raccolse tre milioni di lire tramite una sottoscrizione pubblica.
Quanto alla Carta del Carnaro del 1920 - ovvero la legge fondamentale della città-Stato di Fiume denominata dopo la conquista 'Reggenza italiana del Carnaro' – fu integralmente scritta da quell'Alceste De Ambris che aveva dato l'anno precedente il suo fondamentale contributo alla stesura del Manifesto dei Fasci italiani di combattimento, denominato anche Programma di San Sepolcro, che costituisce la base ideologica del primo movimento fascista: in tale documento non solo la proprietà privata non viene messa in discussione – neppure quella dei mezzi di produzione – ma addirittura i rapporti giuridici tra datori di lavoro e lavoratori vengono risolti con la creazione di corporazioni obbligatorie, ossia uno strumento di gestione dei rapporti lavorativi che il regime fascista avrebbe creato durante il ventennio e che riporta indietro di secoli i diritti dei lavoratori a tutto vantaggio dei padroni.
Non ci sono dubbi, quindi, che quella banda di avventurieri violenti, latitanti, guerrafondai, nazionalisti e razzisti che furono i legionari hanno anticipato il fascismo e non certo il clima di libertà del Sessantotto, come talvolta alcuni fantasiosi intellettuali di destra e non solo (ad esempio, Antonio Padellaro) hanno sostenuto e che anche il film in questione mostra, e l'equivoco è nato dal fatto che a Fiume, durante l'occupazione delle squadracce dannunziane, c'era in città un clima di libertà di costumi, soprattutto sessuali, sconosciuto altrove: forse i fantasiosi storici reazionari, e anche gli sceneggiatori del film, dimenticano che - attratte dagli avventurieri, dai latitanti e dai violenti accoliti del poeta che si erano concentrati in città – raggiunsero la località anche numerose prostitute, avventuriere e sbandate in cerca di occasioni, uno squallore che nulla c'entra con la liberazione della donna nel Sessantotto.
Mentre il governo Meloni sperpera i soldi pubblici per finanziare film che distorcono e contraffanno la storia e cercano concretamente di sostituire la nera concezione e cultura della destra a quella sin qui predominante della sinistra borghese, tiene i cordoni della borsa ben tirati per ciò che riguarda contributi a opere cinematografiche volte contribuire a far luce su episodi di cronaca come l'assassinio di Giulio Regeni, ucciso in Egitto nel 2016 per la cui morte sono imputati a Roma quattro funzionari dei servizi segreti egiziani, e quello di Federico Aldrovandi, assassinato a Ferrara nel 2005 da quattro appartenenti alla polizia di Stato italiana, già condannati in via definitiva, mentre un altro appartenente alla polizia di Stato è stato condannato, sempre in via definitiva, per un gravissimo episodio di depistaggio che, se fosse riuscito, avrebbe eluso la responsabilità dei quattro autori materiali dell'omicidio.
Quanto al documentario 'Tutto il male del mondo' dedicato al caso Regeni, esso, pur avendo fatto regolare domanda, non ha ricevuto alcun contributo pubblico. Interrogato alla Camera a tal proposito il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha affermato: "non condivido né sul piano ideale né morale la scelta sul documentario su Giulio Regeni, ma non è il frutto di una decisione politica. Il ministero non può intervenire". È chiaramente una risposta vile e connivente, che nasconde l'intenzione, da parte del governo, di non irritare le autorità egiziane con le quali il governo italiano fa affari.
Neanche il film 'Aldro vive' - dedicato alla vicenda del brutale assassinio del diciottenne ferrarese Ferrarese Federico Aldrovandi del quale furono esecutori materiali Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri della polizia di Stato e che vide la collaborazione di Marco Pirani anche egli della polizia di Stato, il quale tentò di inquinare le prove allo scopo di favorire i quattro autori dell'omicidio.
Sul mancato contributo pubblico al film che ricostruisce la vicenda di Aldrovandi il governo neofascista della Meloni non ha speso una parola, e si comprende bene il perché: la polizia di Stato, i cui appartenenti e le cui sigle sindacali si sono ripetutamente schierati a favore dei cinque loro colleghi condannati, costituisce uno strumento indispensabile per tenere il Paese sotto il tallone di ferro e imporre la sua Sicurezza fascistissima.

15 aprile 2026