Secondo un'inchiesta dei giornalisti Battistini e Gabanelli
Come la Russia di Putin aggira il divieto di importazione armi dalla Ue
Un articolo intitolato ‘Armi a Putin dalla Ue Così è aggirato il divieto’ pubblicato sull’edizione del 13 aprile scorso del Corriere della Sera
a firma dei giornalisti Francesco Battistini e Milena Gabbanelli illustra bene come la Russia riesce agevolmente ad aggirare il divieto di importazione delle armi imposto dall’Unione Europea dopo lo scoppio dell'aggressione all'Ucraina permettendo che armamenti di ogni tipo provenienti da Paesi dell’Unione, Italia compresa, raggiungano il territorio russo.
L’articolo spiega bene che è il Kirghizistan – uno Stato dell’Asia centrale di 7 milioni di abitanti e con forze armate di 20.000 uomini che, in quanto ex repubblica dell’Unione Sovietica, ha conservato ottimi rapporti con Mosca – ad essere determinante per la triangolazione di armamenti diretti in Russia.
Già dai primi mesi del 2022, immediatamente dopo l’invasione russa in Ucraina – spiega l’articolo – il governo del Kirghizistan iniziò a ordinare dai produttori di armi che hanno sede in Paesi dell’Unione Europea un numero sempre maggiore di armamenti, tanto che attualmente è entrato nella classifica dei maggiori importatori d’armi e di munizioni dalla UE.
Battistini e la Gabanelli citano infatti l’associazione Brookings Institution, la quale documenta che dal 2022 ad oggi le vendite di armi di Paesi europei al Kirghizistan hanno ricevuto una forte impennata: quelle della Germania sono passate dai 10 agli 80 milioni di dollari, quelle della Spagna da 10 a 50, quelle dell’Austria da 10 a 80, quelle della Romania da 8 a 68 e quelle dell’Italia – che è il caso più eclatante di incremento - da 1 milione a 50 milioni di dollari, così come forti incrementi nell’esportazione si sono registrati da parte di Belgio, Paesi Bassi e Slovenia.
Il Kirghizistan – come anche le repubbliche ex sovietiche della Russia e della Bielorussia nell’Europa orientale, dell’Armenia nell’Asia occidentale nonché del Kazakistan e del Tagikistan nell’Asia centrale – è membro dell’OTSC, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, l’alleanza militare che raggruppa alcuni Stati che fino alla sua dissoluzione aderivano all’Unione Sovietica, ospita una base russa sul proprio territorio ed è ulteriormente legata a Mosca in quanto aderisce anche all’UEE, l’Unione Economica Eurasiatica di cui sono attualmente membri effettivi cinque dei sei Paesi sopra elencati tranne il Tagikistan, che comunque sta valutando l’adesione, e che vede come osservatori tra l’altro l’Uzbekistan, altra repubblica ex sovietica, e l’Iran. È chiaro quindi che il Kirghizistan fa parte di quei territori dell’Asia centrale dove Mosca detta legge e dove ogni tipo di traffico che va a beneficio di quest’ultima è benvenuto, fatto quest’ultimo ben tenuto presente dai governi di Francia, Polonia, Finlandia, Svezia e soprattutto dalle repubbliche baltiche ex sovietiche di Lituania, Lettonia ed Estonia – tutti Stati che attualmente fanno parte sia della UE sia della NATO - che hanno rifiutato ogni tipo di collaborazione economica con lo Stato dell’Asia centrale sin dalla dissoluzione dell’URSS.
Neanche l’Ungheria, la Slovacchia e la Repubblica Ceca hanno avuto per un lungo periodo, quando al potere non c’erano governi filorussi, rapporti economici con il Kirghizistan, eppure gradualmente da tre anni a questa parte – nell’articolo del Corriere della Sera
si cita come fonte uno studio dell’Istituto tedesco di ricerca economica – le armi esportate verso quel Paese dai tre Stati dell’Europa centrale dove nel frattempo i rispettivi capi di governo Orbán, Fico e Babiš si sono sempre di più avvicinati agli interessi di Mosca sono passate da zero a decine di milioni di euro.
È chiaro che la destinazione finale delle armi europee che finiscono in Kirghizistan sia la Russia, non avendo il piccolo Paese asiatico né conflitti in corso né necessità oggettive per possedere tutti questi armamenti, e ciò viola quanto previsto dall’Unione Europea sin dal 2014, quando ci fu l’invasione della Crimea, e ribadito con più forza dal 2023 quando la Commissione stabilì che è proibito per gli Stati membri “vendere, trasferire, fornire o esportare in Russia armi da fuoco, loro parti e componenti essenziali e munizioni, anche di uso civile”.
È chiaro che tutti i paesi facenti parte dell’Unione Europea che consentono l’esportazione di armi dal loro Paese verso il Kirghizistan lo fanno con la piena consapevolezza dei violare le norme dell’Unione, e le aziende esportatrici hanno la stessa consapevolezza.
Oltre al Kirghizistan, altri Paesi legati a Mosca o che comunque hanno una posizione ambigua riguardo alla guerra in corso in Ucraina, hanno visto anche essi incrementare, anche se in misura minore rispetto al Kirghizistan, le importazioni di materiale militare da Paesi appartenenti all’Unione Europea: è il caso del Kazakistan, dell’Armenia, dell’Uzbekistan, della Turchia, della Cina, di Hong Kong, degli Emirati Arabi Uniti, come attesta l’Istituto tedesco di ricerca economica.
Dal 2023 a oggi, evidenzia l’articolo del Corriere della Sera
, sono cresciute tutte le aziende europee che fabbricano armi e munizioni e, dopo l’invasione dell’Ucraina, solo dall’Italia sono giunti in Russia 6.254 armamenti completi e oltre un milione di munizioni.
L’articolo mette infine in evidenza che c’è un’altra repubblica ex sovietica dell’Asia centrale, il Turkmenistan, che pur non importando direttamente materiale bellico da Paesi terzi ospita tuttavia gli uffici di tutti i maggiori produttori mondiali del mercato delle armi, ed è difficile pensare che non sfrutti la sua posizione per agevolare il transito di armamenti verso la Russia di Putin.
Come si vede la Russia nazizarista non solo condiziona pesantemente le politiche dei governi e le posizioni dei partiti in moltissimi Paesi europei attraverso una fitta rete di agenti putiniani, sia nella destra che nella sinistra borghese, che ne sostengono in mille modi gli interessi ma si è dotata di un complesso sistema di triangolazioni in Paesi amici o vassalli che gli permette di aggirare facilmente l'embargo nell'acquisto di armi e nella vendita di petrolio. Il che gli permette di continuare impunemente la guerra di aggressione all'Ucraina.
22 aprile 2026