Terzo sciopero dei giornalisti per il contratto, scaduto da 10 anni
Il 16 aprile tutti hanno visto che i telegiornali erano in formato ridotto, e chi leggeva le stringate notizie lo faceva in quanto autorizzato dal proprio comitato di redazione. Tutto il mondo dell'informazione è stato investito dal terzo sciopero dei giornalisti, dopo quelli del 28 novembre 2025 e del 27 marzo 2026. Una mobilitazione per il rinnovo del contratto, scaduto da ben 10 anni, che ha coinvolto testate radiotelevisive, giornalistiche (cartacee e online), agenzie di stampa.
Le iniziative non si sono limitate alla lettura dei comunicati. In molte città le giornaliste e i giornalisti che hanno aderito allo sciopero proclamato dalla Fnsi sono scesi in piazza dando vita a sit-in e flash mob. La prima iniziativa a Roma, il 15 aprile, con volantinaggi in piazza, il giorno successivo tutte le altre. A Milano 200 giornalisti hanno preso parte all'iniziativa organizzata in piazza San Babila dall'Associazione Lombarda Giornalisti, intervenendo al microfono e coinvolgendo nell'ascolto anche i cittadini che transitavano in una delle piazze più frequentate del capoluogo lombardo.
Tanti i partecipanti anche a Genova, dove Associazione Ligure dei Giornalisti e Ordine dei giornalisti della Liguria hanno promosso un presidio a davanti alla Prefettura. Presenti i rappresentanti delle segreterie regionali di Cgil, Cisl e Uil. A Torino l'Associazione Stampa Subalpina ha dato vita con l'Ordine regionale dei giornalisti a un flash mob in via Garibaldi per rappresentare che cos'è realmente la vita del cronista e perché è interesse di tutti, dei cittadini più ancora che dei giornalisti, che l'informazione non sia sempre più svilita e precarizzata. Sit-in organizzato dall'Assostampa regionale siciliana a Palermo, davanti ai Cantieri culturali alla Zisa. Non solo grandi città, le proteste si sono fatte sentire anche a Verona, Perugia, Ancona, Cagliari, Pescara.
La Federazione Nazionale Stampa Italiana denuncia: “Il nostro contratto di lavoro è scaduto da 10 anni, anni in cui gli editori hanno goduto di aiuti pubblici, mentre i nostri stipendi sono stati erosi dall’inflazione e hanno perso il 20% del potere di acquisto. Siamo l'unica categoria ad attendere da così tanto tempo il rinnovo. C'è una evidente questione economica e c'è un altrettanto evidente tema di autorevolezza e indipendenza della stampa”. E aggiunge: “Non esiste alcuna regola per l’uso dell’intelligenza artificiale e per il giusto riconoscimento economico agli autori dei contenuti ceduti agli Over the top”, ovvero le OTT, le grandi imprese che forniscono direttamente contenuti e servizi in rete come Netflix, Amazon Prime Video ecc, senza un proprio sistema di distribuzione (eludendo anche le tasse), a cui gli editori cedono contenuti senza pagare i loro giornalisti, come imporrebbe la legge.
“E va anche peggio -continua il comunicato della Fnsi- alle migliaia di colleghe e colleghi collaboratori e a partita Iva che da anni attendono la determinazione dell’equo compenso e che per questo motivo hanno redditi che sono sotto la soglia di povertà. Gli editori si sono garantiti tagli del costo del lavoro ricorrendo a pratiche di dumping contrattuale attraverso l’uso smodato del lavoro precario”. Insomma, un mix tra precariato e utilizzo delle nuove tecnologie per lucrare sui lavoratori dell'informazione, mandano in prepensionamento i dipendenti, pagando incentivi per altri tipi di esodo, svuotando le redazioni e ricorrendo ai collaboratori e alle partite Iva pagati una miseria, meno di 10 euro ad articolo fino, nei casi più estremi, a 2 euro e 50 centesimi.
Una realtà molto lontana da quella dei pochi e famosi giornalisti prezzolati che vediamo in TV, fatta di migliaia di professionisti supersfruttati, e a volte minacciati da un mondo dell'informazione sempre meno libero e asservito ai poteri economici e politici più forti. “Per la Federazione nazionale della Stampa italiana -conclude il comunicato sullo sciopero del 16 aprile- dignità e futuro dell’informazione passano attraverso il rinnovo contrattuale, il recupero salariale e la difesa dei diritti che non sono privilegi, ma il modo con cui possiamo resistere alle minacce, dentro e fuori dalle redazioni. La dignità del nostro lavoro incide pesantemente sulla qualità dell’informazione che arriva a voi cittadini”.
22 aprile 2026