Alziamo la bandiera del 1° Maggio contro il capitalismo, l'imperialismo, il neofascismo e Mussolini in gonnella
di Andrea Cammilli *
Viva il Primo Maggio! Viva la Giornata Internazionale delle lavoratrici e dei Lavoratori, che viene celebrata solennemente in tutto il mondo dal 1890. Una ricorrenza istituita dalla Seconda Internazionale che raggruppava i partiti e le organizzazioni del movimento operaio. Una data scelta per ricordare i morti di Chicago, uccisi dalla polizia americana per reprimere gli operai in sciopero che reclamavano la giornata lavorativa di 8 ore, quando in alcuni casi arrivava fino a 16.
Partendo dalla richiesta della riduzione dell'orario di lavoro, successivamente il Primo maggio divenne un appuntamento dove la classe operaia rivendicava i propri diritti economici, sociali e politici. Dopo la Rivoluzione d'Ottobre e lo sviluppo dei partiti socialisti e poi comunisti in tutti i continenti, le manifestazioni del Primo Maggio divennero occasioni in cui il proletariato rivendicava anche la necessità di una nuova società, basata su eguaglianza, giustizia e libertà, il socialismo, che doveva sostituire il capitalismo e la borghesia al potere. Il Primo Maggio, fin dalla sua nascita, ha quindi dei caratteri di classe e rivoluzionari, nonostante i tentativi fatti dai revisionisti e dai riformisti vecchi e nuovi per ridurla a una “festa di tutti” e “del lavoro”, interclassista e priva dei suo autentico significato storico.
Il governo Meloni
Se guardiamo la situazione del nostro paese e quella internazionale, le circostanze attuali riconfermano tutta la validità, l'origine e il significato del Primo Maggio. In Italia ad amministrare gli interessi della borghesia si è insediato il governo neofascista guidato da Mussolini in gonnella Meloni, giunta al potere con una nuova marcia su Roma, stavolta percorsa per via elettorale. Senza ombra di dubbio l'esecutivo più a destra che l'Italia repubblicana abbia mai avuto: reazionario, razzista, nazionalista, securitario, antifemminile e antioperaio; sul piano sociale, economico, istituzionale, morale.
Il governo ha subito preso di mira le lavoratrici e i lavoratori, sia sul piano dei diritti che su quello economico. A partire dai “decreti sicurezza” che, colpendo a tutti i livelli la libertà di manifestare, protestare e dissentire, hanno ristretto gli strumenti di lotta del movimento operaio: blocchi stradali, picchettaggi, occupazioni, vengono considerati atti ostili “agli interessi generali”, mentre un giorno sì e l'altro pure si annunciano ulteriori strette al diritto di sciopero, si ricorre alle precettazioni e si accollano pesanti multe ai sindacati, nonostante perfino l'Unione Europea recentemente abbia condannato il nostro Paese perché la legge italiana è già adesso troppo forcaiola.
La legge Fornero è stata peggiorata ed è stata aumentata l'età pensionabile, sulla sicurezza solo lacrime di coccodrillo: con il governo Meloni i morti sul lavoro sono aumentati del 15%, ma si vogliono comunque promulgare nuovi “scudi” per assicurare impunità alle aziende appaltanti. Per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego sono state stanziate risorse che non recuperano nemmeno la metà dell'inflazione, si scippa il Tfr dei lavoratori e con il silenzio/assenso lo si destina ai fondi previdenziali. Ai lavoratori e alle masse popolari non si è concesso nulla, nemmeno sul taglio delle bollette e sul caro vita.
Sui salari il governo Meloni ha favorito in tutti i modi il lavoro povero e il precariato, su cui si basa da decenni il capitalismo italiano. Complici i sindacati confederali collaborazionisti, i salari italiani sono tra i più bassi d'Europa e qualsiasi tentativo di aumentarli è ostacolato da questo governo. Ne è un esempio la Legge delega in materia di “giusta retribuzione e contrattazione collettiva” entrata in vigore il 18 ottobre 2025 che impone all’esecutivo di emanare i decreti attuativi entro sei mesi. Cercando di eludere una soglia minima di salario che abbia come riferimento i contratti firmati dai sindacati più rappresentativi, il governo, con la scusa della democrazia sindacale, sta promulgando una legge che invece di combattere contratti pirata e lavoro povero li agevola, prendendo come riferimento anche quelli firmati dai sindacati sfacciatamente filo padronali come Ugl e Cisal.
Una politica di stampo neofascista a tutto campo, considerando l’emarginazione del parlamento, i decreti fascistissimi sulla sicurezza, le manganellate, le intimidazioni, le denunce, i fermi “preventivi” dei manifestanti, la deportazione dei migranti, il bavaglio alla stampa, ai giornalisti e agli intellettuali non in linea, la militarizzazione delle scuole e delle università, il rilancio della cultura e dell’istruzione fasciste e anticomuniste, con mostre, libri, film, commemorazioni e quant'altro, per riabilitare la dittatura mussoliniana e screditare la Resistenza e il socialismo.
E poi le controriforme, da quella federalista sull'“autonomia differenziata”, alla “madre di tutte le riforme”, quella presidenzialista attraverso il premierato, punto centrale del programma della P2 di Gelli, Craxi e Berlusconi. Al momento la grande vittoria del NO al referendum del 22 e 23 marzo ha affossato la controriforma piduista della Giustizia e ha dato un sonoro ko alla Meloni. Una vittoria ottenuta sopratutto grazie al contributo dei giovani e degli astensionisti di sinistra. Era il momento buono per non dargli tregua, per mandarla a casa subito con la lotta di piazza, ma l'opposizione parlamentare non ha chiesto nemmeno le dimissioni del capo del governo e preferisce concentrarsi sull'appuntamento elettorale del 2027.
No alla guerra imperialista
Il governo adesso è in difficoltà, anche perché il fascioimperialista Trump, assieme al nazisionista Netanyahu, in barba alle più elementari regole del diritto internazionale, stanno mettendo a ferro e fuoco tutto il Medio Oriente causando, oltre a morte e distruzione, una pesantissima crisi economica ed energetica. Ma la Meloni non denuncia questa aggressione imperialista perché Trump e Israele, nonostante alcune prese di distanza per convenienza elettorale, rimangono stretti alleati. I legami con Usa, Nato e UE non escludono tuttavia la ricerca di un proprio spazio per l'imperialismo italiano con le missioni militari all'estero, l’ammodernamento delle forze armate, l’aumento delle spese militari e il riarmo, l’economia di guerra, il piano neocolonialista Mattei.
Una politica che rischia di trascinare l’Italia nella guerra mondiale imperialista che si staglia all’orizzonte per via soprattutto delle crescenti contraddizioni tra l’imperialismo americano e il socialimperialismo cinese per il dominio del globo. Se questo dovesse avvenire, il PMLI non indugerà un attimo a invitare il popolo italiano alla guerra civile per impedirglielo. Il popolo italiano, a partire dal proletariato e dai giovani, non deve appoggiare né l'imperialismo dell'Ovest né l'imperialismo dell'Est.
Difesa della Costituzione borghese o socialismo?
Le lavoratrici e i lavoratori, i giovani antagonisti, gli antifascisti più conseguenti, con gli scioperi e le manifestazioni contro il governo e la sua politica economica e sociale, a sostegno della Palestina e contro il genocidio messo in atto dai nazisionisti, contro l'aggressione Usa-Israele a Iran e Libano, contro la repressione e i manganelli, hanno dimostrato che hanno voglia di cambiare e non sono disponibili a subire le conseguenze dello sfruttamento capitalistico, dell'imperialismo, del neofascismo di Mussolini in gonnella.
Ma come si fa a cambiare radicalmente la società, e con che cosa sostituire questo marcio sistema di sfruttamento, guerre e sopraffazione? Guai a cadere nella trappola della riformista, liberale e imbelle opposizione parlamentare, e di altre forze alla sua sinistra, che cercano di seminare tra il proletariato, i giovani e gli astensionisti di sinistra più avanzati nuove illusioni elettorali e parlamentari in vista delle prossime elezioni politiche, inchiodandoli nella difesa della Costituzione borghese anticomunista.
È una strada vecchia e perdente, già percorsa dal PCI di Togliatti. Come ha affermato dal Segretario generale del PMLI compagno Giovanni Scuderi, in una conversazione con la direttrice responsabile de Il Bolscevico,
Monica Martenghi: “La Costituzione è la grande montagna che devono scalare i democratici e i progressisti guardando verso il socialismo e il PMLI, se vogliono davvero cambiare l’Italia”, intendendo dire che se si rimane ancorati alla Costituzione non vedremo mai all’orizzonte il socialismo. Non è la Costituzione che assicura il progresso sociale (inteso come l’emancipazione delle classi sfruttate), ma è merito dei conflitti sociali, della lotta di classe e delle rivoluzioni.
Se si vuole solo mandare al governo una fazione borghese al posto di un'altra, allora possiamo rimanere nel limiti della Costituzione. Ma se, come il PMLI, si vuole capovolgere la classe al potere, il proletariato al posto della borghesia, la storia mondiale e i fatti attuali, anche del nostro Paese, dimostrano che se non si abbatte il capitalismo e non si distrugge interamente e radicalmente il suo ordinamento economico, statale, istituzionale, giuridico, culturale e morale non è possibile abolire lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, le classi, la proprietà privata, le disuguaglianze sociali e di genere, il razzismo e tutti i mali di questo sistema economico e sociale.
E una volta raso al suolo il capitalismo quale società dovrà prenderne il posto? Come ci ricorda il compagno Scuderi nel suo editoriale nel 49° Anniversario della fondazione del PMLI: “Non c’è altro che la società socialista, perché fin qui nessuno è stato capace di creare una società diversa da quella capitalista. D’altra parte il socialismo è l’unico sistema che permette al proletariato di assumere il potere politico e che crea le condizioni necessarie per l’autogoverno del popolo e l’estinzione dei partiti e dello Stato”.
Contro il governo Meloni e quelli che verranno dopo
Nell'immediato si può e si deve portare a fondo la lotta contro questo governo neofascista e le sue politiche economiche e sociali, sia interne che internazionali. I sindacati, in particolare quelli che raccolgono la parte più consistente del proletariato, compreso quello più avanzato, giovanile e combattivo, dovrebbero marciare uniti contro l'attuale governo e anche quelli che verranno successivamente. Come ha dimostrato lo straordinario successo dello sciopero generale unitario del 3 ottobre 2025 per la Palestina e la Flotilla, indetto da Cgil, Usb e altri sindacati di base, si può costruire un grande fronte unito contro il governo neofascista e la guerra imperialista.
Purtroppo quell'esperienza, che tanto aveva impaurito e messo in allarme il governo, non ha avuto seguito, e hanno ripreso il sopravvento le divisioni, il settarismo e l'illusione che un nuovo cartello elettorale “di sinistra” possa rimediare ai guasti della Meloni quando invece, come ci dimostrano le esperienze passate, inevitabilmente la sinistra borghese, magari con metodi diversi, porterà avanti le stesse politiche antioperaie, antipopolari, reazionarie e guerrafondaie della destra. Le stesse parole d'ordine scelte per il Primo Maggio da Cgil, Cisl e Uil (“lavoro dignitoso, contrattazione, nuove tutele e nuovi diritti per l'Italia che cambia nell'era dell'intelligenza artificiale), richiamano la fallimentare linea della concertazione con i padroni e il governo.
I sindacati confederali sono oramai integrati completamente al capitalismo e hanno fatto il loro tempo, mentre quelli di base non sono riusciti a costituire una valida alternativa di massa. Crediamo che la nostra proposta di un unico grande sindacato delle lavoratrici e dei lavoratori, sia più attuale che mai. Un sindacato basato sulla democrazia diretta, che abbia come unico obiettivo la conquista di migliori condizioni di vita e di lavoro, per quanto possibile sotto il capitalismo; che rifiuti a livello di principio la concertazione e il "patto sociale" con le controparti, rifiuti il precariato, la flessibilità e il lavoro povero, le restrizioni ai diritti a partire da quello di sciopero.
Il Primo Maggio deve essere una occasione per riflettere, per riappropriarsi del suo significato storico, declinandolo al presente per affrontare l'attuale lotta di classe. Alziamo la bandiera del Primo Maggio contro il capitalismo, le sue ingiustizie e disuguaglianze, combattendo fino in fondo questo sistema fondato sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, fino a sostituirlo con il socialismo. Contro l'imperialismo (dell'Ovest e dell'Est) e le guerre di aggressione, come quelle all'Iran, al Libano, alla Palestina, all'Ucraina. Contro Mussolini in gonnella e il neofascismo, che attraverso un percorso mai interrotto neppure dai governi di “centro-sinistra”, hanno riportato l'Italia, seppur sotto nuove vesti, al ventennio mussoliniano.
Dobbiamo avere fiducia nel socialismo, nel proletariato e nelle nuove generazioni, che nell'autunno appena passato con il movimento pro-Pal, l'opposizione ai “decreti sicurezza” fascistissimi e il contributo alla vittoria del NO al referendum, hanno dimostrato coraggio e determinazione. Adesso devono proseguire il percorso per arrivare a mettere in discussione il capitalismo e rimettere al centro la necessità di instaurare il socialismo.
“La via è tortuosa, l’avvenire è radioso”
(Mao).
Viva il Primo Maggio!
Viva la lotta di classe!
Viva le lavoratrici e i lavoratori!
Buttiamo giù il governo neofascista di Mussolini in gonnella Meloni
Contro il capitalismo e l'imperialismo
Per il socialismo e la classe operaia al potere
* Responsabile della Commissione del lavoro di massa del Comitato centrale del PMLI
29 aprile 2026