Milano: 100mila antifascisti contro governo Meloni, neofascismo, sionismo e guerra imperialista. Sonoramente contestati il sindaco Sala e la segretaria CISL Fumarola. Combattiva partecipazione della Cellula “Mao” di Milano del PMLI che diffonde il volantino con l'editoriale sul 25 Aprile e l'Appello di Scuderi
Vittoria storica: cacciato per la prima volta dal corteo del 25 Aprile il provocatorio spezzone sionista e filoimperialista
Redazione di Milano
La manifestazione nazionale di Milano per l’81° Anniversario del 25 Aprile 1945 ha quest'anno assunto un particolare significato politico per l'antifascismo italiano contro il governo neofascista Meloni che, nonostante la formidabile vittoria antifascista del No referendario che ha bocciato la sua controriforma della giustizia, intende completare la seconda repubblica con la dittatura presidenzialista del premierato e l'autonomia differenziata regionale, conformando ad essi il sistema repressivo legislativo e poliziesco coi fascistissimi decreti “sicurezza”.
Oltre 100mila antifascisti sono scesi in piazza nel capoluogo lombardo, città Medaglia d’Oro alla Resistenza: antifascisti di tutte le età, dagli ormai pochissimi giovani di allora che hanno vissuto e combattuto il fascismo fino ai giovani d’oggi che si battono per cambiare l'Italia, contro lo scempio del diritto allo studio, al lavoro e alla casa, contro la devastazione ambientale, contro le discriminazioni xenofobe antimmigrati, contro la complicità attiva delle istituzioni borghesi italiane col mostro genocida nazisionista e contro la corsa agli armamenti e le guerre attuali ed in preparazione, perpetrati dal capitalismo, dall'imperialismo, dal regime neofascista e federalista attualmente governato dalla ducessa Meloni e dalle sue istituzioni nazionali e locali tra le quali la giunta milanese del PD Giuseppe Sala.
Anche quest’anno ha visto il rosso come colore prevalente del corteo - seguito dai colori delle numerose bandiere palestinesi, arcobaleno della pace e di quelle di Cuba, Libano e Iran - che ha infine riempito piazza Duomo, profanata solo il sabato prima dall'adunata flop remigrazionista del fascioleghista Salvini e dei suoi camerati “d'Europa”.
Sin dall'inizio, di fronte agli ingressi dei giardini pubblici di Palestro fatti chiudere “per motivi di ordine pubblico” (così come sono state chiuse le fermate del metrò Duomo e Palestro) era evidente la natura composita del corteo. In testa, lo spezzone istituzionale con l’ANPI e ANED, i sindacati confederali e i rappresentanti delle istituzioni locali; subito dietro partiti politici (prevalentemente quelli con la bandiera rossa e la falce-martello come PMLI, PRC, CARC e PCI), le associazioni cattoliche (ACLI e AGESCI), atei razionalisti (UAAR) e umanitarie (come Emergency), e i movimenti, affiancati da collettivi studenteschi (CR e OSA) e dai centri sociali come il “Vittoria” e il “Cantiere”. A rendere ancora più articolata la composizione erano gli spezzoni tematici: gruppi pacifisti, attivisti per i diritti sociali e, in modo particolarmente visibile quest’anno, lo spezzone solidale con la causa palestinese (API e GPI).
Per la prima volta ha sfilato anche lo spezzone della Sinistra per l'Ucraina con le bandiere ucraine e palestinesi e uno striscione “Dall'Ucraina alla Palestina l'occupazione è un crimine”.
Calorosa accoglienza è stata inoltre rivolta agli antifascisti e antisionisti della comunità ebraica milanese organizzati nel Laboratorio Ebraico Antirazzista che ha partecipato al corteo sfilando con due striscioni: “Ebree ed ebrei contro il fascismo in ogni tempo e in ogni luogo” e “Cessate il fuoco, voci ebraiche per la pace”.
Anche stavolta, invece, i sionisti milanesi hanno imposto la loro presenza a una manifestazione che gli è politicamente e storicamente estranea portando provocatoriamente in corteo bandiere israeliane assieme ad uno striscione dedicato a quella “Brigata Ebraica” che fu strumento del sionismo e dell'imperialismo britannico e che non ebbe alcun ruolo nella Resistenza italiana, altresì composta da fautori armati della pulizia etnica sionista anti-araba in Palestina.
Considerando anche che continuano nei fatti il genocidio e la pulizia etnica dei palestinesi per mano dell'esercito israeliano e l'aggressione di questo a Iran e Libano, il provocatorio spezzone sionista - nel quale sventolavano anche bandiere Usa, dell'Iran pahlavista e di Forza Italia e venivano alzati ritratti dei criminali di guerra fascisti Trump e Netanyahu - è stato oggetto di sonori fischi e di forti contestazioni. Rimanendo fermo, protetto da cordoni di “City Angels”, poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa, ha ostruito per un'ora il passaggio del corteo in Corso Venezia in un crescendo di contestazione di massa - alla quale ha preso parte attiva il PMLI - e di tensione, finché l'ostacolo sionista non è stato fatto allontanare dal corteo per volere della stessa questura: “motivi di ordine pubblico”. Per la prima volta, al grido corale “Milano lo sa da che parte stare, Palestina libera dal Fiume fino al Mare”, il popolo antifascista del 25 Aprile ha espulso dal suo corteo un corpo estraneo ingiustamente tollerato dai vertici dell'ANPI per fin troppo tempo: una vittoria storica!
Anche quest'anno l’avanguardia antifascista dell’intero corteo l’ha rappresentata indubbiamente il PMLI con la combattiva Cellula “Mao” di Milano, diretta dal compagno Angelo Urgo, sfilata sotto le rosse bandiere del Partito e un cartello con il manifesto del PMLI sul 25 Aprile, che ha suscitato particolare interesse e palese approvazione. Vari manifestanti, riferendosi al cartello, si sono complimentati coi marxisti-leninisti per essere gli unici a denunciare la vera natura fascista di questo governo. Altrettanti l’hanno voluto fotografare e non pochi fotoreporter e operatori televisivi hanno chiesto ai nostri compagni di fermarsi per riprenderlo al meglio. Diffuse con facilità centinaia di copie del volantino riportante l’Editoriale de “Il Bolscevico” n.16 sul 25 Aprile e dell'“Appello alle ragazze e ai ragazzi che lottano per cambiare l'Italia” lanciato dal compagno Scuderi in occasione del 49° della fondazione del Partito.
Il PMLI, per la qualità politica delle parole d’ordine e per le canzoni partigiane proposte (“Bella Ciao”, “Fischia il Vento”, “La Brigata Garibaldi”), ha saputo coinvolgere manifestanti di ogni età, in particolar modo lavoratrici e lavoratori che sfilavano nello spezzone della CGIL, che hanno sia cantato che ripetuto in coro gli slogan lanciati dai nostri compagni: “La Resistenza non si cancella brilla forte è la nostra stella”, “Ieri, oggi e anche domani, gloria eterna ai partigiani”, “Per conquistare un grande domani dobbiamo fare come i partigiani”, “I nazifascisti e chi li protegge, non vanno finanziati ma messi fuorilegge”, “I repubblichini di Mussolini, sian sempre ricordati come degli assassini”, “Il futuro è il socialismo, spazziamo via il capitalismo”, “Stato fascista di polizia, decreto sicurezza spazziamolo via”, “L'unica sicurezza da garantire, è quella sul lavoro per non morire”, “Governo Meloni, non ne possiamo più, dalla piazza buttiamolo giù”, “Premierato da rifiutare, forma di fascismo che non deve passare”, “No no no, Autonomia differenziata, no no no”, “Basta, basta, basta spese militari, vogliamo salari alti, scuole e ospedali”, “Ma quale pacifista ma quale riformista, Unione europea gabbia imperialista”, “Cittadinanza agli immigrati, con pari diritti, e non discriminati”, “Ucraina libera, sovrana ed integrale, l’invasore russo si deve ritirare”, “Lo Stato sionista va cancellato, Palestina libera: due popoli uno Stato”, “Fuori l’Italia dalla Nato, fuori la Nato dall’Italia, fuori l’Italia dalla UE”.
All'arrivo in Piazza Duomo i nostri compagni non hanno avuto problemi a posizionarsi con le proprie insegne il più vicino possibile alle transenne, che cingevano una larga area attorno al palco dei comizi finali.
Accolto dalla piazza più da fischi e “buuh” che da applausi, il sindaco PD Beppe Sala ha aperto i comizi dal palco con un discorso di consueta retorica nel quale ha sottolineato come “la memoria non possa essere ridotta a ritualità, ma debba tradursi in responsabilità amministrativa e civile”, ottenendo come risposta dalla piazza fischi e grida come “La tua responsabilità con Catella, e i palazzinari?”, “Togli ai poveri per dare ai ricchi!”, “Amministri bene gli interessi di Milan e Inter, non i nostri!” (riferito allo scandalo vendita dello stadio di San Siro). Nel passaggio più significativo, ha invitato a non “trasferire automaticamente ogni conflitto internazionale nella celebrazione della Liberazione, per evitare di svuotarne il significato storico condiviso”, ottenendo dai più giovani e dai solidali con la causa palestinese (tra cui i compagni del PMLI) una selva di fischi e di grida come “Togli il gemellaggio Milano-Tel Aviv!”.
L’intervento della vicepresidente dell’ANED, Milena Bracesco, è stato tra i più intensi sul piano memoriale. Richiamando le esperienze della deportazione politica, ha insistito sul fatto che la memoria dei lager non è solo commemorazione, ma monito attivo contro ogni forma di discriminazione e autoritarismo riemergenti prepotentemente in Italia e nel mondo.
Marina Brambilla, rettrice dell'Università degli Studi di Milano, ha portato sul palco “il punto di vista del mondo accademico”, parlando di “università come spazio di pensiero critico e coscienza democratica”, ma per gli studenti in piazza che l'hanno fischiata e contestata queste parole suonano vuote: da mesi Brambilla impone censura, limitazioni e repressione del dissenso quando esce dai binari istituzionali, evidenziando una contraddizione evidente tra i principi proclamati e le pratiche reali. Nonostante Marina Brambilla abbia il merito di aver congelato gli accordi dell’Università degli Studi di Milano con l’israeliana Reichman University dopo le vibranti proteste antisioniste degli studenti, resta il nodo di fondo: si celebra la libertà di pensiero mentre si marginalizzano proprio le forme di dissenso che la mettono in pratica. Più che “difendere il sapere critico”, questa gestione risulta volerlo contenere e neutralizzare.
Ma a far esplodere la protesta della piazza in direzione del palco è stato indubbiamente l'intervento della segretaria generale della CISL, Daniela Fumarola, subissato per tutta sua la durata di fischi e grida di protesta. Fumarola parla di “lavoro dignitoso, diritti e antifascismo quotidiano”, ma queste parole suonano profondamente ipocrite se pronunciate da chi negli ultimi anni ha scelto di puntellare il governo neofascista Meloni e di firmare accordi al ribasso come quello degli Enti Locali. Fumarola rivendica “la lotta contro precarietà e disuguaglianze”, mentre il suo sindacato ha avallato politiche e contratti che le hanno di fatto rafforzate, rompendo anche l’unità sindacale pur di mantenere un ruolo di cogestione con l'esecutivo della Mussolini in gonnella.
“Serva dei padroni!”, “Ipocrita venduta!”, “Parole, parole, paroole...”, “Vattene con Sbarra dalla Meloni, via di qui!”, sono solo alcune delle grida dalla piazza alle quali si sono aggiunte quelle dei marxisti-leninisti: “Non ce lo siamo dimenticato, avete avallato il precariato”, “Siete il ritorno del corporativismo fascista, vergogna!”, “Non accettiamo lezioni di antifascismo da te, serva venduta di Mussolini in gonnella!”. La stessa claque della CISL schierata su una metà delle transenne era ammutolita ed in evidente imbarazzo, applaudendo timidamente.
L’intervento conclusivo del presidente nazionale ANPI, Gianfranco Pagliarulo, si è presentato come una ricomposizione unitaria della giornata, riportando il 25 Aprile dentro un orizzonte istituzionale fatto di richiamo “alla Costituzione e difesa della democrazia”. Tuttavia, proprio questa impostazione appare insufficiente e sostanzialmente disarmata rispetto alla gravità del presente. Mentre si evocano “le derive autoritarie e il rischio di regressione democratica”, manca una reale denuncia delle misure legislative più recenti che ne riproducono la logica, così come un’indicazione di mobilitazione concreta capace di andare oltre la sola testimonianza. Il risultato è un antifascismo prevalentemente dichiarativo, che richiama i principi ma evita lo scontro politico diretto, finendo per smorzare la radicalità che la fase storica invece richiedere urgentemente.
Pagliarulo ha ricordato giustamente il centenario del completamento del regime fascista mussoliniano con le leggi fascistissime, dimenticandosi però di denunciare il loro ritorno con il decreto “sicurezza” tramutato in legge solo il giorno prima.
Piuttosto che fare appello alla mobilitazione di massa, allo sciopero generale e a qualsiasi forma di lotta atta a far cadere dalla piazza questo nero governo neofascista, Pagliarulo ha stancamente rilanciato l’imbelle attuazione della defunta Costituzione del ’48 e della sua attuale versione manomessa che spalanca le porte alla dittatura presidenzialista.
29 aprile 2026