Propagandato in pompa magna da Mussolini in gonnella affiancata dalle ministre Calderone e Roccella
Il Decreto 1° maggio premia le imprese, non i lavoratori
Salari di fame con l'imbroglio del “salario giusto”. Cancellato il rimborso del 30% dell'inflazione per i contratti già scaduti. Nessuna misura effettiva a favore dei giovani, donne e Meridione e contro il caporalato
Il 28 aprile Giorgia Meloni, Mussolini in gonnella, affiancata dalla ministra del Lavoro e delle politiche sociali, Marina Calderone, e dalla ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità, Eugenia Roccella, ha convocato in pompa magna una conferenza stampa per presentare il nuovo Decreto Lavoro appena varato dal Consiglio dei ministri, lasciando poi alle sue ministre il compito di illustrarlo.
Si tratta del quarto Decreto 1° Maggio, come la premier neofascista li ha chiamati da quando ha iniziato a presentarli ogni anno in occasione della ricorrenza della Giornata internazionale dei lavoratori, per cercare di carpire a buon mercato il loro consenso con qualche mancetta elettorale e un po' di misure demagogiche e truffaldine, e anche quest'anno non si fa eccezione.
Il decreto, che riguarda solo il comparto privato, stanzia infatti 965 milioni (di cui solo 187 per quest'anno), distribuiti in tre anni, che vanno però interamente alle imprese per rifinanziare gli sgravi contribuitivi, già contenuti nel Decreto 1° Maggio del 2024, per l'assunzione di giovani, donne e di nuovi addetti nella Zona economica speciale unica del Mezzogiorno (Zes), e in parte per premiare le aziende che agevolano la conciliazione tra la famiglia e il lavoro. Ai lavoratori non va invece nemmeno un euro in più.
Il resto consiste in misure demagogiche e truffaldine quali il “salario giusto”, che definisce un livello salariale di riferimento per le aziende al fine di ottenere le suddette agevolazioni contributive, un tetto massimo di 12 mesi per i ritardi nel rinnovo dei contratti e la fissazione di regole più stringenti per le piattaforme digitali nell'impiego di mano d'opera, in particolare riguardo ai rider.
Il “boom” meloniano dell'occupazione: povera, precaria e over 50
Per quanto riguarda gli incentivi all’occupazione, il decreto prevede quattro tipi di bonus per le aziende: un “bonus assunzione donne 2026”, consistente in un esonero contributivo del 100%, con un tetto di 650 euro mensili per 24 mesi, per l’assunzione a tempo indeterminato di lavoratrici svantaggiate, aumentato fino a 800 euro per le assunzioni nelle regioni Zes, che comprendono tutte quelle del Sud, con Sicilia e Sardegna, più le Marche e l'Umbria; un “bonus assunzione giovani 2026”, con l’esonero totale dei contributi previdenziali, fino a 500 euro mensili per 24 mesi, per le nuove assunzioni di personale non dirigenziale di età inferiore ai 35 anni, con limite elevato a 650 euro nel Sud e nelle aree di crisi; un “bonus stabilizzazione giovani 2026”, con l’esonero del 100% dei contributi fino a 500 euro per 24 mesi, per le stabilizzazioni di contratti a termine stipulati tra il 1° gennaio e il 30 aprile 2026 e della durata massima di 12 mesi, effettuate tra il 1° agosto e il 31 dicembre 2026, per personale di età inferiore ai 35 anni mai occupato stabilmente in precedenza; e un “bonus assunzioni Zes 2026”, per le aziende nella Zes che assumono fino a un massimo di 10 dipendenti over 35 disoccupati da almeno 24 mesi, consistente in un esonero contributivo totale fino a 650 euro mensili.
Si tratta sostanzialmente della riproposizione del precedente Decreto Lavoro del 2024, che non ha portato ad una vera espansione dell'occupazione stabile, né per i giovani e le donne, né per il Mezzogiorno, ma solo ad un finanziamento gratuito di imprese già in salute, visto che la maggior parte di quelle che hanno preso i bonus avrebbero assunto comunque anche senza di essi: “Semplicemente danno soldi se un’azienda assume. Lo trovo un po’ singolare: un’azienda assume se ha bisogno di lavorare”, ha detto il segretario della Cgil Landini intervenendo a “Di martedì” su La7, aggiungendo: “Vorrei che fosse chiaro: questo decreto non dà un euro in più ai lavoratori”.
In realtà, se si interpretano correttamente i dati dell'Istat, l’aumento dell'occupazione tanto vantato dalla premier è stato trainato dal lavoro povero e precario, e quello stabile non dai giovani ma dagli over 50, trattenuti al lavoro per l’aumento dell’età pensionabile, la cancellazione di Quota 103 e Opzione donna e le restrizioni all'Ape sociale che consentivano il pensionamento anticipato, tagli voluti proprio dal suo governo neofascista. Ma nell'introdurre la conferenza stampa, Mussolini in gonnella ha replicato senza vergogna la sua narrazione farlocca sulla decontribuzione a favore delle imprese, che “sta dando i suoi frutti se guardiamo a questi dati che ci consentono di dire, oggi più di ieri, che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”.
Il “salario giusto” solo operazione cosmetica
Ma la lezione appresa dalla batosta referendaria l'ha costretta a qualche aggiustamento tattico anche sul tema ormai ineludibile dei salari da fame dei lavoratori italiani, tra i più bassi in Europa e i più bassi in assoluto tra i maggiori Paesi industrializzati, come confermato di recente dall'Ocse, non avendo ancora recuperato la perdita dovuta all'inflazione degli ultimi anni e mantenendosi ancora di 7 o 8 punti al di sotto di quelli del 2021, come confermato anche dall'Istat.
Così che, pur vantandosi che il suo governo ha “lavorato molto per sostenere il potere d'acquisto dei lavoratori e garantire retribuzioni più adeguate”, citando il taglio e poi la fiscalizzazione del cuneo contributivo e la detassazione dei premi di produttività e degli aumenti retributivi dovuti ai rinnovi contrattuali - misure che non aumentano realmente i salari ma favoriscono solo le imprese e tolgono risorse alle pensioni, alla sanità e agli altri servizi sociali –, e non essendole rimasti d'altra parte altri margini di bilancio per simili mancette elettorali, la premier neofascista ha pensato bene di lanciare l'operazione cosmetica di quello che ha definito il salario giusto. E ciò anche in risposta al salario minimo rivendicato dai partiti della sinistra parlamentare, e adesso anche dalla Cgil, purché fissato con il “pieno coinvolgimento dei sindacati”.
Il “salario giusto”, quale riferimento per avere diritto agli incentivi e come definito dall'articolo 7 del decreto, sarebbe infatti il “trattamento economico complessivo definito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”: in pratica tra la Confindustria o le altre associazioni imprenditoriali di categoria e i tre sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil. Ma il trattamento economico complessivo (Tec) è un insieme complesso variante da contratto a contratto, che oltre al minimo tabellare (Tem), il solo direttamente confrontabile tra diversi contratti, può comprendere le più svariate voci accessorie come indennità, premi di produttività, welfare aziendale ecc., che rendono incerta la determinazione di una soglia salariale chiara.
Ciò fornisce alle imprese una scappatoia per giocare al ribasso comprimendo il Tem e gonfiando le voci accessorie; se non anche per continuare con la pratica, incoraggiata finora dal governo Meloni, dei contratti pirata al ribasso con la complicità di sindacati filogovernativi e filopadronali come Ugl, Cisal, Confsai ecc. E in ogni caso le imprese continueranno ad applicare bassi salari e contratti pirata se non chiedono gli incentivi per assumere.
Tra l'altro un salario giusto così concepito punta anche a svalorizzare le sentenze dei tribunali sul mancato rispetto dell'articolo 36 della Costituzione (diritto ad una retribuzione proporzionata e dignitosa), come quella del Tribunale di Milano sul contratto nazionale della Vigilanza con un Tem di 5 euro l'ora, giudicato incostituzionale pur essendo firmato dai sindacati più rappresentativi.
Eluse le istanze dei rider su assunzione e caporalato
La stessa logica truffaldina traspare anche dall'articolo 10, che fissa il limite di un anno ai ritardi nel rinnovo dei contratti collettivi nazionali, stabilendo che oltre quel limite sia applicato un aumento automatico pari al 30% dell'incremento dell'Indice dei prezzi al consumo armonizzato (IPCA). A parte l'assurdità del non recuperare neanche un terzo dell'inflazione, c'è da considerare infatti che questo recupero vale solo per i contratti futuri. Per quelli già scaduti il recupero si calcola solo dal 1° gennaio 2027, ciò significa che quattro milioni di lavoratori che hanno il contratto già scaduto da tempo, cioè mediamente da almeno 15 mesi secondo l'Istat, non avranno neanche gli arretrati di quel misero adeguamento calcolato dalla scadenza naturale del contratto ad oggi.
Questa della cancellazione degli arretrati, che nella bozza di decreto erano previsti, è stata una condizione posta con forza dalla Confindustria, a cui il governo neofascista si è piegato con una modifica all'ultimo momento. Sicché anche il presidente degli industriali, Orsini, alla fine ha promosso il provvedimento come “positivo e condivisibile”.
Solo fumo negli occhi è poi la sezione riguardante i lavoratori “intermediati dalle piattaforme digitali”, quali i rider delle consegne a domicilio, come l'articolo 12 che stabilisce che “quando emergono indici di controllo o di eterodirezione esercitati, anche mediante gestione algoritmica, il rapporto di lavoro si presume di natura subordinata, salvo prova contraria”. Ma il riconoscimento di lavoro subordinato per questi lavoratori dovrebbe essere sancito una volta per tutte, salvo prova contraria, a prescindere da qualsiasi condizione o considerazione, come già stabilisce la più aggiornata giurisprudenza in materia, rispetto alla quale l'articolo rappresenta quindi un chiaro e calcolato passo indietro.
Lo stesso vale, di conseguenza, anche per l'articolo 15, che dovrebbe tutelare questi lavoratori dalla piaga del caporalato, consentendo l'accesso alla piattaforma da parte del lavoratore solo con SPID, CIE o CNS, o con un account rilasciato dalla
stessa piattaforma ad un singolo codice fiscale, così da evitare la cessione o “noleggio” dello stesso account per subappaltare le chiamate ad altri soggetti. Problema che sparirebbe semplicemente con l'assunzione dello stesso lavoratore come dipendente.
Un patto sociale corporativo per blindarsi al potere
E c'è infine, quale inconfondibile marchio di fabbrica meloniano finalizzato alla promozione della triade mussoliniana “dio, patria e famiglia”, l'articolo 6 che, “al fine di sostenere la conciliazione tra famiglia e lavoro, la maternità e la paternità”, concede “di concerto con l'Autorita' politica delegata alle politiche per la famiglia, la natalità e le pari opportunità” (ovvero la ministra Roccella che ha illustrato questa parte del provvedimento) un esonero del versamento dei contributi previdenziali dell'1 per cento e fino 50.000 euro annui alle aziende certificate “family friendly”. Cioè quelle che “sostengono la natalità” e che secondo Roccella “sono già 12.500 sulle 800 preventivate”.
La premier neofascista ha chiuso il suo intervento lanciando un implicito appello ad imprese e sindacati per un patto sociale di tipo corporativo col suo governo, per far fronte al crescente malcontento popolare e alle lotte delle masse, sostenendo di vedere il provvedimento “anche come un punto di partenza di una alleanza, di un patto con i corpi intermedi, le organizzazioni sindacali, le organizzazioni datoriali, molto più ampio”. Naturale la risposta entusiasta di Daniela Fumarola, segretaria della Cisl filogovernativa e cofirmataria con Meloni del patto corporativo sulla “partecipazione”, che ha espresso “grande soddisfazione per gli elementi che illustrano la volontà di rendere il provvedimento il primo passo di un Patto sociale per rilanciare retribuzioni, tutele e occupazione di qualità”.
Anche il segretario della Uil, Pierpaolo Bombardieri si è detto favorevolmente colpito da un provvedimento “mai ritrovato in nessun governo”. Maurizio Landini boccia invece il provvedimento perché, come ha ripetuto anche nel programma “In altre parole” su La7, “ogni anno, il Primo Maggio, si ricordano che esistono i lavoratori e fanno un decreto. Ma è bene dirlo chiaramente: in quel decreto non c’è un euro in più per lavoratori e lavoratrici. Le risorse stanziate vanno alle imprese, non ai salari. È un paradosso fare un decreto per i lavoratori e dare i soldi solo alle imprese”. E anche sul salario giusto, pur evitando di definirlo una truffa (anzi, a caldo aveva accolto con un cauto favore il criterio del riferimento ai contratti dei confederali), ha sottolineato che “se vuoi aumentare davvero i salari, devi aumentare la paga oraria. Ma questo il decreto non lo fa”. “Il Primo Maggio – ha ricordato Landini – doveva e deve servire a parlare di lavoro dignitoso. Oggi il lavoro non è dignitoso perché i salari sono bassi, perché si muore sul lavoro, perché la precarietà cresce e perché le donne continuano a essere sfruttate”.
Giusto, ma allora che aspetta Landini ad indire lo sciopero generale per buttare giù il governo neofascista di Mussolini in gonnella, visto che ha sempre ignorato i suoi appelli, in tutti i provvedimenti presi si è sempre dimostrato dalla parte dei padroni e nemico giurato dei lavoratori, dei giovani, delle donne e del Sud, e questo nuovo Decreto 1° Maggio ne è solo l'ultima vergognosa conferma?
6 maggio 2026