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Ucraina nazista? Un mito costruito su una storia dimenticata

Di Donatella D’Angelo. Associazione Pace Giusta.
Da anni la propaganda russa ripete la stessa formula: l'Ucraina è uno Stato nazista, dominato da neonazisti, e la guerra non è altro che una necessaria «denazificazione». È una narrazione potente, semplice, e – come vedremo – profondamente disonesta. Non perché la destra radicale in Ucraina non esista: esiste, come esiste in quasi ogni democrazia europea. Ma perché il mito del nazismo ucraino seleziona, amplifica e decontestualizza, ignorando volutamente il quadro storico e comparativo che lo smonta pezzo per pezzo.

Il pretesto e la realtà sul battaglione Azov
Il 24 febbraio 2022, Vladimir Putin giustificò l'invasione su larga scala dell'Ucraina con la necessità di «smilitarizzare e denazificare» il Paese. Un riferimento esplicito era al battaglione Azov, un'unità paramilitare nata nel 2014 con fondatori legati a gruppi ultranazionalisti ucraini. Il nome Azov è diventato, nella narrazione russa, il simbolo di un'intera nazione corrotta dal nazismo.
Ma la storia del battaglione Azov va contestualizzata. Fu fondato il 5 maggio 2014 a Mariupol da Andriy Biletsky, un attivista di estrema destra già leader di Patriot of Ukraine e della Social-National Assembly. Il nucleo iniziale era composto da militanti di organizzazioni ultranazionaliste e in misura significativa da ultras di calcio: in particolare da Sect 82, gruppo di tifosi del FC Metalist Kharkiv. Dei suoi iscritti originari, secondo le stesse dichiarazioni del portavoce dell'unità nel 2015, «solo il 10-20% erano simpatizzanti di estrema destra». (Wikipedia/Azov Brigade; Global News, 2022; Grey Dynamics, 2024)
Ma già sei mesi dopo, nel novembre 2014, Azov fu formalmente integrato nella Guardia Nazionale. L'Ucraina, a quel tempo, possedeva un esercito impreparato e mal equipaggiato, incapace di reggere il confronto con i separatisti armati e sostenuti dalla Russia nel Donbas. I battaglioni volontari (Azov, Aidar, Dnipro, Donbas, e altri) erano l'unica risposta immediata disponibile sul campo. Oggi, dopo varie riorganizzazioni, è diventata la 12ª Brigata Speciale Azov. L'integrazione e l'inquadramento ufficiale nelle forze regolari comportò un progressivo allontanamento dei profili più marcatamente ideologici. Biletsky stesso lasciò il comando del battaglione nell'ottobre 2014 e – con l'ambizione di tradurre la visibilità militare in consenso elettorale – fondò il Corpo Nazionale (National Corps), ma alle elezioni parlamentari del 2019 il suo esperimento fallì. (Al Jazeera, 2024; PBS NewsHour, 2024; Wikipedia, Andriy Biletsky; Wikipedia, National Corps; Global News, 2022)
Anche il simbolo del battaglione Azov è stato strumentalizzato dalla propaganda russa per legittimare una supposta ideologia nazista, per via della somiglianza al Wolfsangel – un'insegna utilizzata da alcune divisioni delle SS. Biletsky stesso ha sempre sostenuto che il logo non deriva dall'iconografia nazista ma è la sovrapposizione delle lettere «N» e «I», acronimo di Idea Nazionale (Ідея Нації), come riporta lo stesso sito ufficiale di Azov (azov.org.ua) e citata da più fonti giornalistiche internazionali. (Al Jazeera, 2022; Grey Dynamics, 2024; sito ufficiale Azov)

Il collaborazionismo che l'Europa ha dimenticato
Per smontare il mito occorre però fare qualche passo indietro, fino al 1941. Quando la Germania nazista lanciò l'Operazione Barbarossa il 22 giugno di quell'anno, invadendo i territori sovietici, incontrò ovunque – non solo in Ucraina – popolazioni disposte a collaborare, per ragioni che andavano dall'odio verso il regime stalinista alla speranza di autonomia nazionale, dalla disperazione alla coercizione diretta.
In Ucraina (allora Repubblica Socialista Sovietica), alcune fazioni dell'OUN – l'Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, di cui Stepan Bandera era tra i leader più radicali – cooperarono inizialmente con i tedeschi in chiave anticomunista, salvo poi entrare in conflitto con l'occupante. La polizia ausiliaria ucraina fu implicata in crimini antiebraici. Volontari ucraini entrarono nelle SS (Divisione Galizia).
Bandera è una figura che merita qualche riga a parte, perché è diventata il simbolo per eccellenza della propaganda russa sull'Ucraina nazista. Era un nazionalista radicale, leader della fazione più intransigente dell'OUN, responsabile o complice di massacri di polacchi e ebrei durante la guerra – crimini storicamente documentati e non contestabili. Fu però arrestato dai tedeschi già nell'estate del 1941, dopo aver proclamato unilateralmente uno Stato ucraino indipendente senza autorizzazione nazista, e trascorse gran parte della guerra nel campo di concentramento di Sachsenhausen. Fu assassinato dal KGB a Monaco nel 1959. La sua figura è dunque quella di un nazionalista ucraino feroce e ambiguo, non di un collaboratore organico del Reich – una distinzione che non lo assolve dai crimini commessi, ma che rende disonesto usarlo come prova di un'Ucraina strutturalmente nazista. Questi fatti sono storicamente accertati, e nessuno studio serio li nega.
Ma il collaborazionismo non fu un'eccezione ucraina: fu una costante europea. In Russia stessa, il generale Andrei Vlasov guidò la ROA – Armata Russa di Liberazione – con centinaia di migliaia di uomini arruolati sotto bandiera nazista. I Paesi Baltici videro decine di migliaia di volontari nelle Waffen-SS: Estonia costituì la 20ª Divisione, la Lettonia due divisioni, la Lituania forze ausiliarie massicce, tutte coinvolte nella persecuzione degli ebrei. La Bielorussia vide un collaborazionismo diffuso a livello amministrativo e poliziesco. Le stime complessive per i soli territori sovietici occupati parlano di un milione – forse un milione e mezzo – di persone coinvolte in forme diverse di collaborazione con l'occupante nazista. (Rand Corporation, 1982, cit. in varie fonti storiche)
E l'Europa occidentale? In Francia il Regime di Vichy guidò la collaborazione politica, militare e amministrativa con Berlino; la Milice française – forza paramilitare – fu protagonista della repressione interna; i volontari della Legione contro il Bolscevismo poi confluirono nella Divisione SS Charlemagne. Il nome di Vidkun Quisling in Norvegia è diventato sinonimo universale di traditore: fu lui a guidare il governo fantoccio di Oslo, mentre i norvegesi si arruolavano nella Divisione Nordland delle SS. In Olanda il partito NSB di Anton Mussert e la Divisione Nederland nelle SS. In Belgio, i fiamminghi del VNV e di DeVlag, con volontari nella Divisione Langemarck, mentre in Vallonia il Rexismo di Léon Degrelle. Ungheria, Romania, Bulgaria, Slovacchia, Croazia – ogni paese dell'Europa occupata o alleata ebbe il suo collaborazionismo, con sfumature e responsabilità diverse.
La Croazia degli Ustascia perpetrò genocidi contro serbi, ebrei e rom. La Romania di Antonescu partecipò alle stragi di Odessa. La Slovacchia di Tiso – sacerdote cattolico diventato capo di uno Stato fantoccio – consegnò i suoi ebrei ai tedeschi. La Serbia di Milan Nedić fu un governo collaborazionista sotto controllo diretto tedesco.
Tutto questo per dire una cosa sola: se il collaborazionismo con i nazisti fosse il criterio per definire nazista uno Stato moderno, quasi tutta l'Europa dovrebbe rispondere alla stessa accusa. Ma ovviamente non è così. Perché il passato non è una condanna perpetua – ed è giusto non farlo valere come tale. Peccato che questa stessa logica non venga applicata all'Ucraina.

L'estrema destra di oggi
Dal 1991 a oggi, i partiti di estrema destra in Ucraina sono rimasti quasi sempre ai margini della politica parlamentare. L'unico picco significativo fu registrato nel 2012, quando Svoboda – erede dello SNPU (Social-National Party of Ukraine) – ottenne circa il 10,45% dei voti e riuscì a entrare in parlamento. Una performance che non si è mai più ripetuta. Come abbiamo già visto, alle elezioni parlamentari del 2019, l'intera coalizione di forze radicali (Svoboda, Settore Destro, Corpo Nazionale legato ad Azov) non ottenne alcun seggio in Parlamento, raccolse complessivamente il 2,15% dei voti nazionali e non riuscì a superare la soglia di sbarramento del 5%. (Far-right politics in Ukraine)
E se mettiamo a confronto l’esperienza ucraina con il resto dell’Europa? Nel 2024, alle elezioni europee, la destra radicale e populista ha ottenuto risultati storici in quasi tutto il continente. In Francia, il Rassemblement National di Marine Le Pen ha raccolto il 31,4% dei voti alle europee e si è confermato primo partito anche nelle legislative di luglio, con circa il 33% al primo turno. (Al Jazeera, 2024) In Italia, Fratelli d'Italia – partito con radici neo-fasciste – governa il Paese dal 2022 e alle europee 2024 ha superato il 28% dei consensi. (IBA, 2024) In Germania, l'AfD (Alternative für Deutschland) – classificata dai servizi segreti interni come «sospetto gruppo estremista di destra» e poi, nel 2025, come «organizzazione estremista di destra confermata» – è arrivata seconda nelle elezioni federali di febbraio 2025 con il 20,8% su scala nazionale, toccando il 38,5% in Turingia. (Wikipedia, AfD) In Austria, l'FPÖ ha ottenuto il 25,7% alle europee 2024. In Ungheria, il Fidesz di Orbán ha governato ininterrottamente per 16 anni e alle parlamentari 2022 ha preso il 54% dei voti.
Non si tratta di difendere acriticamente l'Ucraina o di tacere sulle zone d'ombra della sua storia. Si tratta di applicare lo stesso metro. Se Fratelli d'Italia al governo con il 28% non rende l'Italia uno «Stato fascista», se l'AfD al 20% non rende la Germania uno «Stato nazista», allora la destra radicale con il 2% di consensi aggregato e qualche migliaio di combattenti in un esercito di centinaia di migliaia non può rendere l'Ucraina uno «Stato neonazista».
Ma c'è un altro dato politico che smonta il mito dello Stato «dominato dai nazisti» alla radice. Il presidente dell'Ucraina è Volodymyr Zelensky, eletto nel 2019 con oltre il 73% dei voti al secondo turno. Il suo partito, Sluha Narodu (Servitore del Popolo) è un partito di ispirazione liberale ed europeista, membro dell'Alliance of Liberals and Democrats for Europe (ALDE) dal febbraio 2022, la stessa famiglia politica europea che include i liberaldemocratici di molti paesi occidentali. Non dei nazionalisti, non dei populisti di destra, non dei sovranisti. (Wikipedia, Servant of the People; Interfax, 2022; ALDE Party, 2026). Senza contare che il presidente Zelensky – il leader che Putin avrebbe voluto denazificare – è ebreo. Suo nonno paterno combatté nell'Armata Rossa contro i nazisti. Tre prozii morirono nell'Olocausto. E questo è il dettaglio più grottesco di tutta la storia.

Propaganda e verità: a cosa serve il mito
La narrazione del nazismo ucraino non nasce dal nulla. È una costruzione deliberata, con una funzione precisa: giustificare l'aggressione come liberazione, trasformare l'aggressore in salvatore e la vittima in carnefice. C'è però qualcosa di più profondo del semplice calcolo politico. In Russia, la Seconda Guerra Mondiale si chiama Grande Guerra Patriottica, e il suo peso nella memoria collettiva è difficile da sopravvalutare. Ventisette milioni di morti sovietici, un'intera generazione segnata, una vittoria sul nazismo che è diventata il mito fondativo dello Stato russo moderno – prima sovietico, poi putiniano. Evocare il nazismo ucraino (usato più come sinonimo di nemico, che in chiave ideologica) significa agganciare l'invasione a quella memoria, trasformarla in un secondo capitolo della stessa guerra giusta, renderla comprensibile e accettabile per milioni di russi che hanno ancora foto di nonni partigiani in casa. La narrazione della Russia vittoriosa ha portato con sé risvolti importanti in termini di propaganda. Prima di tutto l'idea che la Russia non può essere sconfitta, e questo mito dell'invincibilità è uno dei punti cardine nei discorsi di tanti propagandisti russi e filorussi negli ultimi quattro anni (https://www.facebook.com/share/p/1E7rDSwvNd/?mibextid=wwXIfr Articolo di Marco Rossato – Pace Giusta – su Facebook: il mito dell’invincibilità russa e il Lend-Lease Act:); secondo – ma non meno rilevate – il mito della liberazione in solitaria dell'Europa crea un «capitale morale» che Mosca usa per rivendicare zone d'influenza e russofoni da proteggere.
Non è solo menzogna: è menzogna costruita su una ferita vera, il che la rende molto più difficile da smontare… Il meccanismo funziona perché si appoggia a elementi reali – Azov esiste, Bandera è una figura controversa, la destra radicale ucraina ha avuto un ruolo in certi momenti della storia recente – e li isola dal contesto, li amplifica, li trasforma in prova di qualcosa che non dimostrano. Non è analisi storica. È propaganda selettiva.
Ed è una propaganda che ha trovato ascolto non solo in Russia. Una parte della sinistra europea e internazionale – quella che fatica a fare i conti con l'imperialismo russo come categoria politica – ha ripreso questa narrativa, giustificando di fatto l'invasione. Si può – si deve – criticare la presenza di simboli neonazisti tra i fondatori di Azov, le violazioni documentate dei diritti umani in certi battaglioni volontari, le ambiguità della memoria storica di Bandera. Tutto questo non è «fare il gioco di Putin», ma è fare storia in modo serio. Ciò che invece fa il gioco di chi vuole distruggere uno Stato sovrano è usare queste critiche per legittimare un’aggressione.

Uno specchio scomodo per l'Europa
C'è una certa ironia nella situazione europea di oggi. Alcuni dei Paesi più pronti ad aderire alla narrativa del nazismo ucraino sono quelli in cui la destra radicale è più forte, più radicata, e più vicina al potere. Orbán – l’ex leader europeo più allineato con Mosca – ha guidato un Paese che nel 1944 consegnò ai nazisti centinaia di migliaia di ebrei ungheresi, uno degli ultimi grandi massacri dell'Olocausto. Le Pen – figlia di un uomo condannato più volte per antisemitismo e negazionismo – è la leader di un partito che eredita la tradizione di Vichy, prima ancora che del Fronte Nazionale. L'AfD, il cui candidato alle europee 2024 ha dichiarato che le SS «non erano tutti criminali», è il partito che grida al nazismo ucraino.
Non si tratta di equiparare RN, AfD o Fidesz ai nazisti. Si tratta di chiedere coerenza. Se vogliamo fare un esame serio di coscienza sull'eredità del nazismo e del fascismo in Europa, dobbiamo farlo guardando anche nel nostro specchio – non solo in quello dell'Ucraina. E se vogliamo giudicare uno Stato dalla presenza di formazioni radicali al suo interno, dobbiamo applicare quel criterio in modo uguale per tutti.
L'Ucraina non è uno Stato nazista. È uno Stato in guerra, con le sue contraddizioni, le sue zone d'ombra storiche, e una destra radicale che – nelle urne, nei parlamenti, nei sondaggi – conta meno che in mezza Europa. Difendere questa verità non significa difendere acriticamente ogni scelta del governo di Kyiv. Significa rifiutare la menzogna come strumento di giustificazione della guerra.
E questa distinzione, in un'epoca in cui le parole sono diventate armi, è tutt'altro che secondaria.

6 maggio 2026