Biennale di Venezia
Proteste contro i padiglioni di Russia e di Israele. Manganellati i pro palestinesi
Visita di solidarietà di Salvini al padiglione russo
Lo scorso 8 maggio alla Biennale di Venezia sono stati chiusi sin dalla mattina per protesta contro l'entità sionista genocida, presente alla manifestazione, venti tra padiglioni nazionali ed esposizioni – esattamente i padiglioni di Regno Unito, Spagna, Turchia, Egitto, Polonia, Austria, Belgio, Lituania, Catalogna, Lussemburgo, Slovenia, Svizzera, Finlandia, Olanda, Irlanda, Qatar, Malta, Cipro ed Ecuador più l'esposizione di Arti Applicate - in risposta all’appello lanciato da Anga (Art not genocide alliance), collettivo indipendente di artisti e lavoratori del settore dell’arte.
Ma non è tutto, perché anche nei padiglioni rimasti aperti quasi 300 artisti, tra i quali anche molti italiani, hanno deciso di coprire con lenzuola e manifesti di denuncia del genocidio di Israele le loro opere.
Questa, peraltro, non era certo la prima protesta a questa edizione della Biennale, perché due giorni prima, il 6 maggio, decine di persone appartenenti ai gruppi di protesta Pussy Riot e Femen si erano presentate ai giardini della Biennale per contestare il regime imperialista di Vladimir Putin e la presenza del padiglione russo alla mostra d'arte veneziana.
Tuttavia la mobilitazione dell'8 maggio si è rivelata senza precedenti nella storia dell'evento veneziano: per tutta la mattina e per tutto il primo pomeriggio, infatti, gli ingressi delle mostre sono rimasti sprangati mentre operai, curatori e artisti sono rimasti seduti per terra lì davanti reggendo cartelli in varie lingue per denunciare i crimini dell'entità genocida israeliana. Accanto alla denuncia del genocidio compiuto da Israele era presente anche il tema del precariato nel mondo del lavoro, con molti cartelli in varie lingue che hanno attirato i visitatori, incuriositi dalla loro protesta e solidali con le loro proteste – contro il genocidio palestinese e contro il precariato nel settore dell'arte – che pur sembrando diverse per oggetto sono in realtà profondamente interconnesse, e dal dialogo in varie lingue con tali maestranze sono emersi elementi comuni che così sono sintetizzabili: per ciò che riguarda la normativa applicabile, infatti, gli Stati capitalistici hanno da tempo reintrodotto in modo sistematico meccanismi di precariato in tutti i settori produttivi in generale e in alcuni – come quelli del comparto dell'arte - in particolare condannando i lavoratori di tali settori a una vita miserabile e creando gravissime tensioni sociali all'interno dei singoli Stati che vengono ulteriormente acutizzate dall'immigrazione, mentre gli stessi Stati capitalistici foraggiano e addirittura riempiono di ignominiosi e squallidi privilegi (si pensi agli ingressi gratuiti in musei e monumenti e ai viaggi gratuiti sui mezzi pubblici) i dipendenti dei comparti difesa e sicurezza – ossia i militari e gli appartenenti ai corpi di polizia – i quali alimentano ulteriormente la spesa pubblica destinata ad armi e mezzi militari, a detrimento della spesa pubblica da destinare ad attività sociali quali sanità, opere pubbliche, istruzione e cultura. Ovviamente un simile modello crea non soltanto contraddizioni all'interno dei singoli Stati, per cui la polizia deve essere ben foraggiata, ma ne crea anche e soprattutto nel rapporto tra gli Stati, e ciò aumenta le contraddizioni interimperialiste e quindi la necessità di rafforzare le forze armate per le quali la greppia istituzionale non è mai abbastanza colma, forze armate che nei casi più gravi di resistenza popolare – in passato la Germania nazista e l'Italia fascista, ed ora Israele sionista – si rendono responsabili di veri e propri genocidi ai danni di interi popoli.
Sono questi i ragionamenti sentiti tra i lavoratori della Biennale veneziana, che hanno con questa consapevolezza protestano contro il genocidio palestinese e contro la precarietà nel mondo del lavoro, con una lucidità di analisi che da molto tempo non si sentiva.
Tale coscienza si è poi concretizzata alle 17 quando oltre cinquemila persone - tra cui rappresentanti delle maestranze dei padiglioni in agitazione, militanti dei centri sociali, dei sindacati di base e di associazioni provenienti da Venezia e da varie parti del Veneto - si sono radunate in via Garibaldi, nel capoluogo veneto, per formare un lungo corteo internazionale diretto verso il padiglione israeliano che si trova all’Arsenale. Il corteo – si legge in un comunicato del comitato organizzatore – era “contro il genocidio e la militarizzazione dell'economia, per i diritti di lavoratrici e lavoratori e in solidarietà con gli attivisti della Global Sumud Flotilla Thiago e Saif, detenuti ora in Israele”. Campeggiava uno striscione con scritto “No art washing genocide” ossia “non c'è arte che possa dissolvere un genocidio”. Tuttavia il corteo prima di giungere all'Arsenale ha trovato un reparto antisommossa della polizia di Stato che ha iniziato a usare i manganelli contro i manifestanti, facendo scoppiare tafferugli e impedendo al corteo di raggiungere la destinazione.
Di certo non ha ricevuto manganellate in testa dalla polizia di Stato l'ex capobanda poliziesco che di tali suoi sodali amava indossare la divisa quando era ministro dell'Interno, Matteo Salvini, il quale si è recato in visita al padiglione russo in segno di omaggio verso il regime di Putin: Salvini, del resto, ha tutte le ragioni per tenere buono il criminale di guerra del Cremlino perché, a tacere di altro, tutto lascia credere che i famigerati 49 milioni di euro che la Lega deve restituire al popolo lavoratore che vive in Italia siano stati nascosti proprio alla corte dello zar.
Il caporione leghista, che con questo atto ha voluto esprimere il suo aperto sostegno a Putin, è stato accolto da un coro tradizionale russo. Ha poi definito “volgare” l’intervento della Commissione europea che ha condannato la presenza russa alla Biennale a causa dell'invasione dell'Ucraina, affermando “che l’arte non debba conoscere né censure, né bavaglio, né boicottaggio, né chiusure”, schierandosi così contro ogni boicottaggio alla Russia di Putin e al fianco del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, in aperta polemica con il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, per l’apertura della rassegna, da parte di Buttafuoco, agli artisti russi, artisti che, è il caso di ricordare, sono stati personalmente ed espressamente indicati da Vladimir Putin in persona.

13 maggio 2026