A Genova la tre giorni della 97ª adunata nazionale degli Alpini
Non una festa, ma operazione politica nazionalista e propagandistica
Dal corrispondente di Genova de “Il Bolscevico”
A Genova dal’8 al 10 maggio è andata in scena l’adunata nazionale degli Alpini. Una manifestazione di militarismo borghese, una funzionale esaltazione nazionalistica utile alla propaganda imperialista. Per cui non una festa di popolo, come alcuni vorrebbero descrivere, ma una parata necessaria per occultare la natura repressiva delle Forze armate celata dalla retorica di solidarietà e folclore, in cui viene descritta dalla propaganda, con l’obiettivo politico di “arruolare” le masse sotto la bandiera tricolore.
Discutibile, per non dire altro, la posizione della trasformista sindaca di Genova di “centro-sinistra” Silvia Salis che, in un chiaro manifesto di opportunismo politico istituzionale, ha dato il benvenuto ufficiale alle “penne nere” e relativi accompagnatori. La Salis nel suo benvenuto ha parlato di “tolleranza zero” per possibili molestie e ha chiesto alla popolazione (ha ricevuto critiche da Usb, da NUMD, da associazioni antifasciste, anticapitaliste) di non trasformare l’evento in uno “scontro di trincea”. Benché le sue asserzioni fossero, evidentemente, indirizzate verso il “buon senso”, le assicurazioni della sua giunta sulla sicurezza e sui presidi anti-molestie non possono che essere lette come una facciata per dissimulare la reale sostanza reazionaria contenuta nell’adunata e di conseguenza confermare la complicità della “sinistra” borghese con i vertici dell’Associazione Nazionale Alpini.
Nella tre giorni si è vista la presenza di 400.000 alpini, in una città che di abitanti ne conta 560.000. Quindi non una città in festa, ma una città militarizzata. Poco importa, poco significa, che la 97ª adunata è stata presentata come un evento legato alla “tradizione”, ed evento necessario all’indotto turistico che porterebbe alla Città Vecchia, poiché la realtà è molto diversa e racconta, ad esempio, per i genovesi molti disagi; mobilità negata in due vaste zone del centro storico in cui è vietata, anche per i residenti, la circolazione (è consentita solo pedonale), sosta vietata, rimozione forzata, servizi pubblici stravolti, lavoratori della sanità obbligati a fornire maggiori servizi, parchi cittadini sbarrati, mercati rionali cancellati e le scuole chiuse.
La chiusura delle scuole per dare spazio a un evento militare è la raffigurazione di un ordine di importanza, diciamo, rispettato; si sacrifica l’istruzione, si limita la socialità degli studenti per subordinare il tutto alla celebrazione delle Forze armate. Questi provvedimenti non sono, come vengono descritte, questioni logistiche. Sono frutto di una scelta precisa; normalizzazione della presenza militare.
Non si deve tralasciare un aspetto spesso ridimensionato da quei media nazionali servi del potere borghese; il clima di cameratismo e machismo che accompagnano, come regola, questi eventi (altro che presidi anti-molestie). La retorica goliardica e la diffusa alcolizzazione diventano terreno fertile per comportamenti che vorrebbero essere ostentazioni di “virilità”, coperti da una complicità che considera giustificabile ogni fatto come “tradizione”. E mentre si finanzia con milioni di euro parate e accoglienze, si continua a ignorare chi vive nella precarietà, chi fa i conti con il continuo taglio del trasporto pubblico, chi subisce sfratti, la mancanza di spazi sociali, in un quadro d’insieme molto diverso da quello raccontato dalla propaganda di regime.
Nel passato, ma pure nei tempi recenti, e in più di una occasione, e forse (e qui si dovrebbe togliere il forse) anche per allontanare il ricordo dei crimini commessi contro le popolazioni della Jugoslavia, della Grecia, dell’Albania, della Libia e l’aggressione all’Unione Sovietica a fianco dei nazisti, il corpo degli alpini si è distinto in opere di intervento e di protezione alle popolazioni colpite da disastri naturali. Non va dimenticato che molti di loro, e in ogni modo singolarmente, all’armistizio dell’8 settembre del '43, aderirono al movimento partigiano. Tuttavia, queste ultime riflessioni non devono trarre in inganno e distrarre dall’operazione di propaganda che nella realtà contengono queste adunate nazionali; inculcare nella cultura e nella mente delle nuove generazioni la retorica dell’esaltazione della guerra, e del nazionalismo. Soprattutto di questi tempi in cui non si fa che parlare di riarmo italiano, riarmo europeo e future e prossime guerre.
Abbasso il nazionalismo, abbasso il militarismo. Sosteniamo la solidarietà internazionalista e la pace tra i popoli.
13 maggio 2026