I capitalisti sono spietati e pensano solo ai profitti
1.700 licenziamenti alla Electrolux
Chiuso il sito di Cerreto d'Esi. Per chiedere il ritiro dei “piano di ristrutturazione”, presidio operaio davanti al Ministero in concomitanza con il Tavolo di crisi convocato da Urso
Il 25 maggio sciopero in tutti gli stabilimenti
 
La svedese Electrolux, multinazionale che produce elettrodomestici, ha annunciato un piano di ristrutturazione pesantissimo che prevede 1.700 “esuberi”, ossia quasi il 40% dei lavoratori occupati in Italia. Questa ondata di licenziamenti è stata annunciata dall'azienda l'11 maggio a Mestre, nella sede veneta di Confindustria, dove erano stati convocati i sindacati.
Viene definito “piano industriale di ottimizzazione”, in realtà si tratta di un drastico ridimensionamento occupazionale e produttivo che colpirà tutti e cinque gli stabilimenti che l'azienda scandinava possiede sul territorio italiano. A partire dal polo di Porcia (PN), con oltre 1300 dipendenti, dove si costruiscono lavatrici e lavasciuga. Queste ultime, che rappresentano un terzo del totale, sono considerate poco redditizie e saranno tolte dalla produzione. A rischio anche i 70 dipendenti del centro informatico sviluppo e ricerca di Pordenone. A Susegana (TV), con un organico di 1200 persone, dove si producono frigoriferi da incasso, rimarranno solo i prodotti di alta gamma, stesso discorso per le lavastoviglie a Solaro, fabbrica in provincia di Milano con 800 lavoratori.
A Forlì, (mille dipendenti) si continuerà a fabbricare forni, ma sarà chiusa la produzione di piani cottura a gas. Nello stabilimento romagnolo sono a rischio 400 posti di lavoro: un colpo devastante per la città e tutta la provincia. Per la fabbrica di Cerreto d'Esi (AN), dove si producono cappe da cucina, si prospetta invece la chiusura totale, lasciando sul lastrico 170 lavoratori e relative famiglie: “pochi i margini di guadagno, verrà delocalizzata in Polonia”, sostiene il colosso svedese. L'ennesima tegola occupazionale che si abbatte sul distretto dell'elettrodomestico di Fabriano, già provato dalla crisi della Beko.
Un progetto che i lavoratori e i sindacati, richiamando il nome della multinazionale, hanno definito “Elettroshock”, per l'impatto devastante dei tagli all'occupazione, assolutamente inaccettabile. E subito sono scattati gli scioperi. In tutto il gruppo è stato dichiarato lo stato di agitazione permanente, mentre nei giorni 12 e 13 maggio, a seconda dello stabilimento, ci sono stati scioperi di 8 ore. Picchetti e cortei, a cui hanno partecipato anche sindaci e rappresentanti istituzionali, preoccupati per l'ennesima crisi che si abbatte sul nostro Paese, sempre più deindustrializzato.
Tanta la rabbia tra le lavoratrici e i lavoratori. Nonostante gli obiettivi produttivi richiesti dall'azienda siano stati raggiunti, Electrolux non si è fatta nessuno scrupolo nel tornare di nuovo all'attacco per contenere i costi e aumentare la redditività. Già nel 2014 aveva minacciato i lavoratori di delocalizzare buona parte della produzione nei paesi dell'Est, in particolare Polonia e Ungheria. Un piano che al tempo fu respinto grazie alla compattezza delle lavoratrici e dei lavoratori e alla loro lotta, che tra le tante iniziative mise in campo anche una dozzina di giornate di sciopero. Uno degli scontri sindacali più duri della recente storia industriale italiana. Un drastico ridimensionamento superato, è bene ricordarlo, grazie anche al sacrificio salariale e alla flessibilità, alla rinuncia ai premi di risultato, alla riduzione della pausa mensa e dei permessi.
Ma i capitalisti sono spietati, non si accontentano del semplice guadagno, sono sempre alla ricerca del massimo profitto e non si preoccupano se questa loro ricerca spasmodica mette a rischio il posto di lavoro e la sopravvivenza di migliaia di lavoratrici e lavoratori e delle loro famiglie. Se in un determinato luogo ci sono condizioni più favorevoli allo sfruttamento, non ci pensano due volte a chiudere i battenti e riaprire dove potranno ottenere maggiori guadagni.
È questa la stessa ottica e la linea guida lungo cui si snoda la riorganizzazione della multinazionale Electrolux. Spostare il grosso della produzione in America Latina e Asia, con la compartecipazione dei capitali cinesi di Idea Group, e chiudere quelli meno redditizi in Europa, non solo in Italia. Recentemente Electrolux ha annunciato la chiusura entro il 2026 dello suo stabilimento in Ungheria (600 dipendenti), a sua volta aperto solo una decina di anni fa proprio per abbattere i costi più alti di altri Paesi, mentre adesso, per gli stessi motivi, la produzione sarà spostata in Cina.
Ai minori vincoli sul lavoro, come quelli sulla sicurezza, sui diritti sindacali, quelli ambientali e il maggior profitto, si devono aggiungere le agevolazioni che le istituzioni nazionali e locali mettono a disposizione delle multinazionali e dei capitalisti, per attrarre investimenti e l'apertura di nuovi stabilimenti sul proprio territorio. Per quanto riguarda Electrolux, la multinazionale svedese è presente in Italia dal 1984, anno dell'acquisizione dello storico marchio Zanussi, e in questo lungo periodo ha usufruito di innumerevoli e sostanziose agevolazioni.
Per rimanere ai tempi più recenti, gli aiuti pubblici ricevuti da Electrolux Italia Spa e altre cinque società del Gruppo tra il luglio 2016 e il febbraio 2026 ammontano a quasi 13 milioni di euro, come certifica il Registro nazionale degli aiuti di Stato, e ha beneficiato anche del bonus elettrodomestici, poiché possiede la fetta maggiore del mercato Italiano. In più ci sono gli aiuti delle Regioni in cui opera l'azienda. Senza contare che Electrolux ha ricevuto un prestito di 200 milioni di euro a tasso agevolato dalla Banca europea degli investimenti (Bei) per attività di ricerca e sviluppo “green”, finiti quasi per intero in Polonia.
In sostanza tra agevolazioni, cassa integrazione, contratti di solidarietà, Electrolux ha usufruito di una montagna di soldi pubblici, quindi della collettività, per poi gettare sul lastrico una parte dei suoi dipendenti e spostare alcune sue produzioni dove ha fiutato maggiori guadagni. Ma quanto successo in questa vertenza non è un caso isolato, ma avviene continuamente in tutti i settori e in tutta Italia. Un sistema insostenibile, che lascia mano libera ai grandi gruppi multinazionali, accetta la desertificazione industriale, subisce la competizione globale senza alcuna strategia pubblica e continua a considerare il lavoro un costo da comprimere.
Per quanto riguarda Electrolux, i lavoratori e i sindacati chiedono al Governo di fare la propria parte per far ritirare il piano di ristrutturazione e i licenziamenti. Questo è quello che dovrà ottenere il Governo al tavolo di crisi, convocato al Ministero delle Imprese e del Made in Italy per il 25 maggio. Intanto il coordinamento Fiom, Fim e Uilm ha annunciato che continuerà lo stato di agitazione con scioperi articolati negli stabilimenti e lo sciopero dello straordinario e delle flessibilità a tempo indeterminato. Inoltre, il giorno 25, in concomitanza con l’incontro previsto, si terrà uno sciopero di otto ore in tutti gli stabilimenti del gruppo, con un presidio presso il Ministero, al quale parteciperanno rappresentanze dei lavoratori provenienti da tutti gli stabilimenti italiani.
I sindacati puntano a “riproporre il modello di lotta della stagione 2013-2014, con scioperi improvvisi, mirati e calibrati. La vertenza non sarà breve e non si concluderà in un paio di settimane”. Senza dubbio questo è il momento di alzare il livello dello scontro e della massima mobilitazione.

20 maggio 2026