Electrolux annuncia 400 licenziamenti a Forlì
Lacrime di coccodrillo delle istituzioni borghesi
Immediata mobilitazione dei lavoratori di tutto il gruppo
Dal corrispondente del PMLI per l'Emilia-Romagna
La multinazionale svedese Electrolux ha comunicato l’ennesimo, pesantissimo “Piano industriale”, che nella sostanza si traduce in 1.700 licenziamenti distribuiti nei 5 stabilimenti presenti nel nostro paese: Porcia, Susegana, Solaro, Cerreto d’Esi che verrebbe chiuso completamente, e Forlì dove sono previsti 400 licenziamenti su 900 dipendenti, specializzato in piani cottura e forni, con la dismissione della produzione dei piani cottura.
Immediatamente è scattata la mobilitazione dei lavoratori in tutti gli stabilimenti.
Un presidio si è tenuto a Forlì martedì 12 maggio davanti ai cancelli della fabbrica dalle 5,30 con un’assemblea in sciopero alle 8, al quale hanno partecipato oltre 600 lavoratori, rappresentanti sindacali forlivesi, il sindaco Gianluca Zattini con alcuni assessori, l’assessore regionale al lavoro Giovanni Paglia.
La Cgil ha denunciato come “Quello annunciato oggi da Electrolux è un piano industriale devastante… Non siamo di fronte a una semplice riorganizzazione aziendale ma a un colpo durissimo che investe il lavoro, l’economia e la tenuta sociale del territorio. Electrolux rappresenta un presidio industriale fondamentale per Forlì e per tutta la Romagna. Difendere quei posti di lavoro significa difendere competenze, dignità, filiere produttive e prospettive future per centinaia di famiglie. Basta con multinazionali che appena finite le risorse pubbliche scappano via”.
I timori sono sia per i tantissimi lavoratori coinvolti, 400 famiglie senza stipendio sono 400 famiglie impoverite per logiche di profitto della multinazionale, sia per l’impatto sociale ed economico che comporterebbe nella città e non solo.
Electrolux prevede che i prodotti “a minore valore aggiunto” vengano “realizzati da terzi”, cioè delocalizzati nei Paesi dell’Est, probabilmente in Polonia, dove il costo del lavoro è inferiore e le agevolazioni fiscali, finanziate con i contributi dell’Unione Europa abbondano, e si “impegna a individuare tutte le misure disponibili per attenuare le ricadute sociali e sostenere i dipendenti coinvolti nel percorso di transizione”, leggasi incentivi alle uscite volontarie ma che non risolvono alcuno dei problemi, dal reddito dei lavoratori alla deindustrializzazione del territorio.
Un tavolo sulla vertenza è convocato per lunedì 25 maggio al ministero delle Imprese e del Made in Italy alla presenza del ministro Urso, rappresentanti dell'azienda, organizzazioni sindacali, rappresentanti delle egioni in cui sono presenti gli stabilimenti del gruppo: Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Marche e Veneto.
“Questo è un primo passo, ma come Fim, Fiom e Uilm Forlì ritenendo inaccettabile la comunicazione degli esuberi, siamo pronti a proseguire la mobilitazione, in quanto il problema che si creerebbe è nel contempo occupazionale e sociale, devastante per lavoratrici e lavoratori e per la comunità forlivese e romagnola, poiché si parla della realtà metalmeccanica più importante del territorio... Quella di Electrolux non è soltanto una vertenza sindacale o aziendale: è la vertenza di tutta la città e dell’intero territorio romagnolo. Difendere Electrolux significa difendere lavoro, industria, competenze e futuro produttivo. Per questo serve una mobilitazione larga, unitaria e continua, capace di coinvolgere istituzioni, forze sociali, realtà economiche e cittadinanza”.
Electrolux è presente a Forlì dal 1984, quandò rilevò la Zanussi (di Pordenone), che aveva a sua volta acquisito nel 1967 la Ditta Becchi, fondata nel 1858. Nei cinque stabilimenti italiani si producono: lavatrici a Porcia, frigoriferi a Susegana, lavastoviglie a Solaro, forni a Forlì e cappe a Cerreto d’Esi.
In seguito all’ascesa dei colossi LG, Samsung e produttori cinesi con costi inferiori, Electrolux ha cominciato a “guardare a Est” spostando la produzione in Polonia (diventata il primo produttore di elettrodomestici in Europa e che ha ricevuto per il periodo 2021-2027 oltre 76 miliardi di euro dai Fondi di coesione Ue per creare “nuovi” posti di lavoro o investire in “innovazione”), Ungheria e Romania, per un minor costo della manodopera e regimi fiscali agevolati, e nel 2023 ha presentato un piano che prevedeva 373 esuberi in Italia, poi “sostituiti” con un accordo nel marzo 2024 su “uscite volontarie incentivate” e sull’utilizzo dei contratti di solidarietà negli stabilimenti di Porcia e Forlì. Ora il nuovo piano che prevede 1.700 licenziamenti su 4.500 dipendenti, a fronte dei quasi 13 milioni di euro di contributi pubblici di cui ha beneficiato negli ultimi 10 anni il colosso svedese e da altre 5 società del Gruppo, formato dalla famiglia Wallemberg (che ha un patrimonio di 102 miliardi di euro), e in maggioranza da grandi fondi svedesi e americani, in particolare Black Rock, il principale gestore di risparmio al mondo, e Amf, un grande fondo di gestione svedese in cui confluiscono i risparmi pensionistici di molte imprese e dei sindacati svedesi. Contatti vi sono stati con il colosso cinese degli elettrodomestici Midea Gorup, quotata a Shenzen e a Hong Kong, e che non è escluso possa entrare nel gruppo se non rilevarlo completamente.
Sono in programma iniziative sindacali e istituzionali ai vari livelli per rispondere con “un’unica” voce al piano di dismissione di Electrolux, in vista dell’incontro del 25 maggio per il quale sarà fatto partire da Forlì un solo pullman di lavoratori per questioni di “ordine pubblico”, in virtù del quale ora non si possono nemmeno tenere manifestazioni in occasioni di incontri istituzionali-padronali-sindacali che devono decidere il futuro di migliaia di lavoratori! Lavoratori che saranno però in sciopero di 8 ore con manifestazioni davanti a tutti gli stabilimenti, a Forlì è già stato attivato un presidio notturno ai cancelli della fabbrica per vigilare affinché l’azienda non approfitti della notte, e ad esempio della giornata libera data per lunedì 18 ufficialmente per “sospensione dell’energia elettrica”, a fronte anche di quanto già successo nei giorni scorsi nello stabilimenti di Cerreto d’Esi, “destinato” alla chiusura, dove l’azienda aveva già cominciato a smantellare i reparti.
Le istituzioni borghesi piangono lacrime di coccodrillo per la sorte dei lavoratori, e si dicono disposte a fare fronte comune con i lavoratori per difendere l'occupazione. Il sindaco di “centro-destra” di Forlì Gianluca Zattini ha parlato di “alluvione del lavoro dopo quella dell’acqua” (che ha colpito Forlì esattamente 3 anni fa): l’alluvione del 2023 è stata generata dai cambiamenti climatici causati dal modo di produzione capitalistico e anche “l’alluvione del lavoro” è causata dal capitalismo stesso, dalle sue leggi economiche, dalla ricerca del massimo profitto tramite il massimo sfruttamento.
Il presidente PD della provincia Enzo Lattuca parla di “crisi di dimensioni nazionali, che impatta non solo su Forlì, ma sull’intero territorio provinciale”, una crisi che non è stata generata solo dalle politiche del governo neofascista Meloni ma da tutti i governi borghesi di destra e di “sinistra” che hanno sempre garantito al capitalismo lauti finanziamenti pubblici e leggi per favorire lo sfruttamento dei lavoratori.
Per il governatore PD dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale “Non possiamo più accettare che multinazionali irresponsabili indeboliscano pezzo a pezzo il nostro sistema industriale e mettano a rischio la tenuta sociale, condizionando negativamente la vita di troppe persone”.
Vi sono quindi multinazionali “responsabili” e multinazionali “irresponsabili”? C’è un capitalismo “buono”, che non sfrutta i lavoratori e non “condiziona negativamente la vita di troppe persone” e uno che lo fa? O è il capitalismo stesso che basandosi sulla legge del massimo profitto genera sfruttamento, povertà, guerre imperialiste economiche e militari? Non è forse il “doppio binario” monopolio-concorrenza che alimenta, in un certo momento e in certi paesi, alternandoli, la produzione sfrenata e in altri disoccupazione, precarietà e povertà?
Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso scarica le responsabilità sui costi che le aziende devono sostenere per la “transizione energetica” che le renderebbe meno competitive di zone non soggette a questo “vincolo”, come se tali costi non fossero riversati come sempre sulle spalle dei lavoratori per mantenere inalterati, e anzi aumentare, i profitti padronali, in virtù dei quali vengono sacrificate le vite dei lavoratori così come la sostenibilità ambientale. Come se non fosse responsabilità anche del governo neofascista di cui fa parte, guidato da Mussolini in gonnella Meloni, che favorisce il capitalismo con leggi economiche a suo favore, vedasi il decreto 1° Maggio, la fascistizzazione delle istituzioni capitaliste e l’inasprimento della repressione.
È evidente quindi che i lavoratori dovranno continuare a contare sulle proprie forze e determinazione, con l’aiuto delle masse lavoratrici e popolari, per respingere l’ennesimo pesante attacco padronale, maturando progressivamente la coscienza che finché perdurerà il capitalismo la “storia” sarà sempre questa; solo facendo tabula rasa del capitalismo e conquistando il socialismo i lavoratori potranno edificare la loro società, senza più sfruttamento e oppressione capitalistici.
20 maggio 2026