La giunta Manfredi della "sinistra" borghese non dà risposte su casa, lavoro, periferie e camorra
Buttiamo giù la giunta del neopodestà Manfredi, amico del governo di Mussolini in gonnella, Meloni!
di Antonio - Napoli
La giunta borghese di Manfredi, spalleggiata da una falsa opposizione di facciata come quella incarnata da Fico, continua a sacrificare le masse popolari napoletane alla politica delle vetrine, della propaganda e della gestione antipopolare della città. A Napoli non manca la propaganda. Mancano la sanità, il lavoro, la casa, i trasporti, le scuole, i servizi, la sicurezza sociale. Mancano risposte concrete ai bisogni delle masse popolari. Da anni il popolo napoletano viene bombardato da annunci, slogan, passerelle istituzionali, cronoprogrammi, inaugurazioni, promesse di rinascita, narrazioni tossiche sul cosiddetto “rilancio” della città. Ma la realtà materiale che vivono ogni giorno i lavoratori, i disoccupati, i giovani, gli anziani, le donne delle masse popolari e i quartieri proletari è del tutto diversa.
La Napoli reale non è quella raccontata nei salotti del potere locale, nelle conferenze stampa o nelle operazioni d’immagine della giunta. La Napoli reale è quella degli ospedali sotto pressione, dei pronto soccorso intasati, dei trasporti pubblici insufficienti, delle scuole che cadono a pezzi o non bastano, del lavoro nero e precario, dei salari bassi, delle case inaccessibili, delle periferie dimenticate, della povertà crescente, della solitudine sociale e dell’abbandono istituzionale.
Da una parte c’è la Napoli-vetrina, utile alle passerelle del potere borghese, al turismo da cartolina, agli interessi dei notabili, dei palazzinari, dei gruppi economici e dei comitati d’affari. Dall’altra c’è la Napoli delle masse popolari, che ogni giorno paga il prezzo di una politica comunale antipopolare, subalterna agli interessi dominanti e incapace di affrontare i nodi strutturali della città. È questa contraddizione che smaschera il fallimento di Manfredi.
Il fallimento di Manfredi non consiste solo nell’insufficienza amministrativa. Consiste nella natura di classe della sua politica. Una politica che mette al primo posto l’immagine, le compatibilità di bilancio, i progetti dall’alto, gli eventi, il prestigio istituzionale, e lascia sullo sfondo i bisogni urgenti del popolo lavoratore. Si parla di modernizzazione, innovazione, sviluppo, attrattività, grandi occasioni per Napoli. Ma una città non si misura dai rendering
, dai tavoli tecnici o dalle operazioni di facciata. Si misura dalle condizioni materiali del popolo. E oggi quelle condizioni restano drammaticamente segnate da sfruttamento, precarietà, diseguaglianza e privazione di diritti. La sanità è uno dei terreni più drammatici di questa crisi. Per migliaia di cittadini curarsi è diventato un percorso a ostacoli. Liste d’attesa troppo lunghe, pronto soccorso in affanno, personale insufficiente, difficoltà di accesso ai servizi, ritardi, disservizi, sofferenze evitabili. Come sempre, a pagare di più non sono i ricchi, che possono rivolgersi al privato, ma gli anziani, i malati cronici, i disabili, i lavoratori poveri, le famiglie popolari. In una città dove la sanità pubblica arretra, avanzano l’ingiustizia sociale e la selezione di classe nell’accesso alle cure.
Non va meglio sul fronte dei trasporti. Ritardi, corse insufficienti, collegamenti fragili tra centro e periferie, tempi di percorrenza insopportabili per studenti e lavoratori, quartieri isolati o mal serviti. Il trasporto pubblico non è un dettaglio tecnico: è un diritto sociale, è un presidio di uguaglianza, è uno strumento essenziale per vivere, lavorare, studiare, curarsi. Quando non funziona, non crea solo disagio: colpisce direttamente la vita quotidiana del popolo e allarga ulteriormente il divario tra centro e periferia. La stessa scuola continua a riflettere la natura classista e antipopolare delle politiche pubbliche. In troppi quartieri popolari mancano edifici adeguati, manutenzione, spazi, servizi educativi, strutture per l’infanzia, opportunità culturali e sportive. Dispersione scolastica, povertà educativa, assenza di prospettive continuano a colpire migliaia di giovani proletari e figli delle masse popolari. Una città che lascia indietro i propri ragazzi è una città che produce nuova marginalità, nuova dipendenza, nuova subalternità sociale.
Ma il cuore della questione resta il lavoro. Napoli continua a essere stretta nella morsa della disoccupazione, della sottoccupazione, del lavoro nero, della precarietà e del ricatto occupazionale. Intere generazioni vengono spinte all’emigrazione, al lavoro povero, all’adattamento forzato, alla sopravvivenza senza prospettiva. Dietro le parole sullo “sviluppo” e sulla “ripresa” si nasconde una realtà brutale: migliaia di lavoratori e di giovani vivono senza stabilità, senza tutele, senza futuro. Questo è il vero volto della Napoli amministrata dalla borghesia progressista di palazzo.
A tutto ciò si aggiunge l’emergenza abitativa, che colpisce sempre più duramente le masse popolari. Affitti troppo alti, edilizia popolare insufficiente, assegnazioni lente, patrimonio abitativo degradato, famiglie costrette a vivere nell’ansia costante di non farcela. Il diritto all’abitare viene schiacciato dalla rendita, dalla speculazione, dall’assenza di una vera politica pubblica al servizio del popolo. Anche su questo terreno il Comune si mostra subalterno agli interessi dominanti e incapace di rompere con una gestione classista della città.
Nelle periferie questa crisi assume un volto ancora più brutale. Scampia, Ponticelli, Barra, San Giovanni, Pianura, Soccavo e tanti altri quartieri continuano a convivere con strade dissestate, verde pubblico abbandonato, illuminazione carente, pochi servizi, scarsità di spazi sociali, assenza di opportunità per i giovani, presenza pubblica debole e discontinua. Qui la distanza tra la propaganda del “rilancio” e la vita reale delle masse popolari appare in tutta la sua evidenza. La Napoli delle vetrine convive con la Napoli dell’abbandono, e il prezzo più alto lo pagano sempre i quartieri proletari.
Bagnoli resta il simbolo più scandaloso di questa politica. Da anni viene agitata come emblema di bonifica, rigenerazione, rinascita, riscatto. Ma per il popolo napoletano continua a rappresentare soprattutto una promessa tradita. Dove sarebbe servita una grande operazione pubblica di bonifica reale, di occupazione stabile, di opere utili, di restituzione sociale del territorio, hanno prevalso rinvii, lentezze, annunci e gestione dall’alto. Ancora una volta, la politica borghese ha preferito la narrazione alla trasformazione, la propaganda alla soluzione concreta dei problemi.
Lo stesso discorso vale per i grandi eventi. Ogni volta che il potere cittadino non sa o non vuole sciogliere i nodi strutturali della città, alza il volume della retorica pubblica: celebrazioni, manifestazioni, kermesse, competizioni internazionali, eventi utili a costruire l’immagine di una Napoli in ripresa. Ma nessun grande evento può sostituire il lavoro stabile, la sanità pubblica efficiente, il diritto alla casa, una scuola dignitosa, trasporti funzionanti, quartieri vivi e servizi adeguati. Nessuna passerella può cancellare il disagio quotidiano del popolo napoletano.
Dentro questo quadro si colloca anche il ruolo di Fico, che non rappresenta affatto una vera alternativa di classe. La sua postura politica appare sempre più come una demagogia superficiale, una presenza di immagine, una falsa opposizione che non mette realmente in discussione i meccanismi economici, sociali e istituzionali che producono precarietà, sfruttamento, miseria e abbandono. Quando una città e una regione attraversano una crisi sociale così profonda, non bastano dichiarazioni, apparizioni pubbliche e parole generiche.
Serve una linea netta, radicata nei bisogni del popolo, capace di rompere con il sistema di potere borghese. E questa rottura Fico non la rappresenta. Anche il tema della sicurezza va sottratto alla propaganda reazionaria e ricondotto alla sua radice sociale. La criminalità continua a colpire i quartieri popolari, a inquinare la vita sociale ed economica, a reclutare giovani privi di prospettive, a trascinare nella violenza anche persone estranee ai circuiti criminali. Ma la sicurezza vera non nasce dalle passerelle istituzionali, dalla repressione selettiva o dalle frasi di circostanza. Nasce dal lavoro, dalla scuola, dalla casa, dai servizi, dai presìdi sociali, dalla cultura, dallo sport, dalla manutenzione urbana, dai trasporti efficienti, da una presenza pubblica reale e continua nei quartieri.
Dove si lasciano miseria, disoccupazione, emarginazione, solitudine e degrado, la criminalità trova terreno fertile. Dove arretrano i diritti e la presenza pubblica, avanzano paura, ricatto, controllo sociale violento. Per questo la battaglia per la sicurezza non può essere separata dalla battaglia per la giustizia sociale. Non può essere separata dalla lotta contro la politica antipopolare del comune, della reegione e del governo centrale. Non può essere separata dalla necessità di organizzare le masse popolari contro il degrado sociale prodotto dal capitalismo.
Il giudizio politico, allora, deve essere netto. Manfredi ha fallito non perché ha comunicato male, ma perché ha governato dentro la logica del potere borghese, privilegiando la vetrina invece dei diritti, la propaganda invece dei bisogni, la gestione istituzionale invece della trasformazione sociale reale. Fico si muove dentro lo stesso orizzonte, con un linguaggio apparentemente più morbido e “progressista”, ma senza alcuna vera rottura con gli interessi e con i meccanismi che opprimono il popolo napoletano.
Napoli non ha bisogno di altre passerelle.
Non ha bisogno di altri eventi.
Non ha bisogno di altre narrazioni di comodo.
Non ha bisogno di altri slogan sul “rilancio”.
Napoli ha bisogno di ospedali che funzionano.
Ha bisogno di trasporti efficienti.
Ha bisogno di scuole adeguate.
Ha bisogno di lavoro stabile e salari dignitosi.
Ha bisogno di case popolari.
Ha bisogno di periferie risanate.
Ha bisogno di sicurezza sociale.
Ha bisogno di diritti per le masse popolari.
Ha bisogno di una politica al servizio del popolo e non dei padroni.
Basta vetrine, basta propaganda, basta politica antipopolare.
Napoli ha bisogno di lavoro, case, sanità, scuola, trasporti, diritti e giustizia sociale
Il popolo napoletano non può continuare a pagare il prezzo del fallimento del potere borghese locale.
20 maggio 2026