Nel discorso per il ricevimento del premio Carlo Magno
Draghi spinge la Ue ad armarsi
“L'Europa deve imparare a tirar fuori gli artigli”

Il 14 maggio, ad Aquisgrana in Germania, Mario Draghi è stato insignito del premio Carlo Magno, una delle più prestigiose onorificenze internazionali in riconoscimento del suo contributo all'unità europea, che in passato è stato conferito a personalità come Konrad Adenauer, Simone Veil, Tony Blair e Ursula von der Leyen. Alla solenne cerimonia partecipavano il cancelliere tedesco Merz, il premier greco Mitsotakis, la presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde e la stessa presidente della Commissione europea.
L'importanza del premio conferma quanto l'ex presidente della Bce sia considerato unanimemente uno dei massimi pilastri politici dell'Unione europea, uno statista che pur non avendo cariche ufficiali è sempre in grado di orientarne gli indirizzi e al quale ricorrere nei momenti di crisi. Non per nulla Merz, che insieme a Mitsotakis ha tenuto il discorso di presentazione del premiato, la cosiddetta laudatio , lo ha ha chiamato Supermario, mentre la sua erede alla guida della Bce ha addirittura azzardato un paragone con Carlo Magno, dicendo che fu “un sovrano fuori dal comune, il cui regno si estendeva su territori che oggi comprendono diversi Paesi europei. Mario si inserisce in questa tradizione”.
Draghi ha risposto infatti alle lodi con un discorso di 45 minuti in cui da par suo ha svolto un'analisi spietata della crisi in cui versa economicamente e politicamente l'Ue imperialista, e ha indicato le priorità su cui secondo lui si deve concentrare per sperare di uscirne, e lo ha fatto riprendendo le linee generali del suo Rapporto sulla competitività presentato alla Commissione europea il 9 settembre 2024, alla luce dei cambiamenti internazionali avvenuti in questi due anni.

Il rapporto del 2024 e la nuova situazione mondiale
Ma se in quel piano, quando ancora c'era Biden alla Casa Bianca e l'Alleanza atlantica tra Stati Uniti ed Europa non era mai stata così coesa, Draghi indicava nell'innovazione, nella decarbonizzazione e nella sicurezza, con un investimento da 800 miliardi l'anno, la ricetta per uscire dal declino e rilanciare la competitività industriale, commerciale e militare dell'imperialismo europeo, per competere alla pari con Usa e Cina, oggi con l'avvento di Trump, il deterioramento dei rapporti transatlantici e la guerra in Medio Oriente - con lo sconvolgimento dei mercati, l'emergenza energetica, l'inflazione e l'interruzione delle catene di approvvigionamento, che sta provocando e “che potrebbero estendersi per mesi o anni” - il quadro è mutato e la crisi si è ulteriormente aggravata. Ragion per cui da quel piano sparisce di fatto la decarbonizzazione, e in sostanza anche l'innovazione, e rimane soprattutto la sicurezza, cioè il riarmo dell'Europa, che da motore della ripresa economica e tecnologica, come indicato in quel rapporto, assurge nel discorso di Aquisgrana a vero e proprio baricentro strategico sul quale puntare tutte le risorse economiche e adeguare le strutture politiche dell'Ue, per la sua stessa sopravvivenza come attore globale. Con un impegno di investimento che adesso è salito a 1.200 miliardi.
“Il mondo che un tempo aiutava l'Europa a generare prosperità non esiste più”, comincia l'ex premier italiano: gli Usa “ignorano le regole delle quali un tempo si facevano paladini”, e per la prima volta dal 1949 c'è la possibilità che “non garantiscano più la nostra sicurezza”. D'altra parte “neanche la Cina offre un'àncora alternativa”, per il suo surplus industriale che ci invade e perché “sostiene direttamente il nostro avversario, la Russia”. “Per la prima volta a memoria d'uomo, siamo davvero soli insieme”, constata Draghi, che però conforta l'uditorio sostenendo che “questo non è solo un momento di pericolo. È anche un momento di rivelazione” che può spingere “gli europei a riconoscere, ancora una volta, ciò che hanno in comune e ciò che sono disposti a costruire insieme”.

L'Ue deve essere più “assertiva” con Trump
Fatta questa premessa Draghi si addentra, riprendendo quella del Rapporto sulla competitività, nell'analisi dei fattori che hanno portato all'attuale declino economico dell'Ue, la cui lunga fase di prosperità si basava su “due assunti fallaci”, che erano quello sulla continuità dell'economia globale aperta, del libero mercato e di regole internazionali rispettate, e quello della sicurezza continentale garantita dagli Usa. È mancata però la costruzione di un mercato interno “su scala continentale”, esponendo l'Europa a delle “vulnerabilità”, quali un'economia basata essenzialmente sulle esportazioni e una “crescente dipendenza strategica”: l'energia, per la quale adesso dipendiamo dagli Stati Uniti per il 60% del Gnl; e i materiali essenziali e le catene di approvvigionamento, anche per le energie pulite, per cui dipendiamo dalla Cina.
In sostanza manca un mercato interno che possa sostenere investimenti, crescita e innovazione e dipendiamo troppo dalla domanda esterna, e non basteranno gli accordi commerciali con altri Paesi extraeuropei a salvare la situazione, sottolinea Draghi con una critica implicita allo stesso Merz e all'economia tedesca basata sull'export. D'altra parte neanche gli interventi statali e le politiche protezionistiche possono essere una soluzione, perché “le ritorsioni invitano controritorsioni” e le esportazioni negli Usa sono diminuite del 17%. Quel che occorre invece è “un'economia europea davvero integrata” e che gli aiuti di Stato siano “coordinati a livello europeo”. Un suggerimento, quest'ultimo, che sembra riproporre senza nominarli gli Eurobond con garanzie comunitarie sul debito, per sostenere gli investimenti da 1.200 miliardi. Strumenti da sempre rifiutati dalla Germania, come lo stesso Merz ha tenuto a ribadire puntigliosamente nel suo intervento.
Comunque, continua Draghi, l'Europa deve prendere atto che “il nostro rapporto con gli Stati Uniti è cambiato”, è diventato “più conflittuale e imprevedibile”, anche se resta centrale. La negoziazione e il compromesso “perlopiù non ha funzionato”, per cui l'Europa “ha bisogno della capacità di rispondere in modo più assertivo per riportare la partnership su basi più eque”. In altre parole, suggerisce il banchiere massone, la superpotenza europea deve imparare a tirare fuori le unghie, se vuole farsi rispettare dal fascioimperialista Trump. A patto però che dipenda meno dagli Usa per la propria difesa, così da esserlo anche “in ogni altra negoziazione commerciale, tecnologica, energetica”: ecco perché il disimpegno americano nella difesa europea non va visto solo come un pericolo ma anche come “un necessario risveglio”.

Draghi plaude al riarmo dell'Europa
Dopo questa sferzante analisi delle debolezze europee, Draghi ha dedicato quindi il terzo restante del suo tempo alle soluzioni proposte, articolate su due gambe portanti: il riarmo europeo e il necessario adeguamento dei meccanismi di governo dell'Unione. Temi che aveva già affrontato nel rapporto alla Commissione, ma stavolta assegnando loro un'importanza più incombente e un ruolo ancor più centrale e urgente che nel 2024, entrando anche più nei dettagli.
Abbiamo già accennato che il tema della decarbonizzazione dell'economia è stato completamente ignorato nel discorso, eclissato dal ben più urgente problema dell'approvvigionamento e del prezzo dell'energia, petrolio e gas in primis. Quanto all'innovazione, è demandata interamente all'obiettivo primario di “ricostruzione della base industriale e tecnologica” da cui dipende l'autonomia europea nella difesa. Per fortuna, sottolinea Draghi, “importanti cambiamenti sono già in corso. L'Europa ha compiuto la sua scelta strategica più significativa degli ultimi decenni: investire nella propria difesa. Entro la fine di questo decennio, la sola Germania spenderà pressappoco quanto la Russia spende ora per la sua economia di guerra pienamente mobilitata. E l'Ucraina sta guidando una forma di integrazione pratica della difesa che l'Europa ha a lungo faticato a realizzare per disegno”. Il problema che la Germania punti ad avere l'esercito convenzionale “più forte d'Europa”, come ha proclamato Merz un anno fa al Bundestag, che ora si propone anche di guidare una Nato europea, non sembra evidentemente preoccuparlo.
Anche se non lo nomina apertamente, l'esercito europeo è sempre nell'orizzonte strategico del banchiere massone - poco importa chi ne sia alla testa, foss'anche una Germania riarmata fino ai denti - e lo vede già in costruzione nella “cooperazione in materia di difesa [che] si sta allargando rapidamente”: “Un recente esercizio di mappatura – sottolinea Draghi - ha identificato più di 160 accordi di difesa bilaterali e plurilaterali tra Stati europei, il Regno Unito e l'Ucraina, la maggior parte dei quali firmati dopo l'invasione russa. Sei partnership recano una clausola di difesa reciproca. Il compito ora è trasformare questo mosaico in impegni chiari e vincolanti. Se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell'Europa dovrebbe essere inequivocabile anche prima che la crisi abbia inizio”.
A questo scopo, cioè arrivare di fatto ad una vera forza armata integrata europea, dotata di una sorta di articolo 5 di intervento comune come la Nato, Draghi intravede due percorsi pratici: il primo attraverso “coalizioni più ridotte” di paesi con “capacità e percezioni di minaccia affini”, come il gruppo centrale di Germania, Polonia, Francia e Regno Unito, più gli Stati nordici e Baltici. E l'altro, rendendo operativo l'articolo 42 paragrafo 7 con la clausola di difesa reciproca dell'Ue, che “non è ancora stata tradotta in piani concreti, capacità e strutture di comando”.

Un “federalismo pragmatico” per superare lo stallo
Lo stesso approccio pragmatico, in modo da avanzare in maniera pratica e non “ideologica” strumenti federalisti di fatto come quello dell'esercito unico europeo, così da non suscitare reazioni “sovraniste” da parte di certi governi dell'Ue tra cui quello della neofascista Meloni, l'ex premier italiano lo usa nelle conclusioni dedicate al tema della “governance” dell'Unione: “Persino i partiti che hanno costruito la loro identità sulla sovranità nazionale riconoscono ora che nessuna nazione europea può difenderla da sola”, comincia infatti il suo ragionamento volto a fustigare l'inconcludenza burocratica dei meccanismi decisionali dell'Unione, con la sottomissione di ogni decisione all'unanimità e al diritto di veto dei singoli Stati che ne paralizza l'azione.
“I paesi che sentono il peso di questo momento in modo più acuto, e capiscono che la finestra per l'azione non rimarrà aperta indefinitamente, devono essere liberi di andare avanti. Questo è ciò che ho chiamato federalismo pragmatico”, aggiunge riproponendo con la forza della crisi incalzante il suo cavallo di battaglia dell'“approccio differenziato all'integrazione”: ovvero cominciare a realizzare le priorità più urgenti, quale quelle dettate dalla difesa comune, anche solo con un gruppo di paesi che ci stanno ed usare più diffusamente il voto a maggioranza qualificata. Il modello da seguire, “necessariamente sperimentale”, è quello adottato per l'introduzione dell'euro, che non con “le parole scritte in un trattato, ma l'esperienza dell'agire insieme”, ha dimostrato “attraverso il successo che la solidarietà può funzionare”, conclude il banchiere massone.
Con questo discorso Draghi, dall'alto della sua statura internazionale, non ha perso insomma l'occasione per mettere ancora una volta gli egoistici ed inconcludenti leader europei di fronte alla realtà dei fatti e alle loro responsabilità politiche, spingendoli a superare urgentemente e con un approccio pragmatico ogni nazionalismo e indecisione verso una maggiore integrazione economica e militare dell'Ue imperialista, centrata su un riarmo comune ed almeno un primo nucleo di esercito europeo. Così che la superpotenza europea possa finalmente “tirare fuori gli artigli” e far valere i suoi interessi nell'arena mondiale.
 
27 maggio 2026