2 giugno 1946
80 anni fa nasceva la Repubblica italiana antifascista, ora neofascista
Stessa sorte ha subito la Costituzione, cambiata da destra
La Repubblica delle lavoratrici e dei lavoratori è quella socialista
80 anni fa, il 2 giugno 1946, nasceva la Repubblica italiana, una repubblica democratico-borghese di tipo parlamentare, sul modello delle più vecchie democrazie borghesi occidentali, ma anche dichiaratamente antifascista, perché nata dalla Resistenza partigiana che appena da un anno aveva abbattuto con le armi in pugno il nazifascismo, e da un referendum popolare che aveva sconfitto la monarchia italiana sua complice. Referendum in cui le donne esercitarono per la prima volta il diritto di voto, contribuendo in modo determinante a farla nascere, dopo aver contribuito da protagoniste alla Liberazione dell'Italia dal nazifascismo.
Con il voto al referendum monarchia-repubblica fu eletta anche l'Assemblea Costituente, a cui parteciparono i delegati eletti di tutti i partiti antifascisti che avevano costituito il Comitato di Liberazione nazionale, per redigere la Costituzione entrata in vigore il 1° gennaio 1948. Costituzione anch'essa di carattere formalmente antifascista, sancito dalla XII Disposizione transitoria che vietava la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista.
Un lungo ma costante processo verso la Repubblica neofascista
Oggi, facendo un bilancio di tutti questi anni, bisogna fingere di essere ciechi per non vedere che non resta nulla del suo carattere originale antifascista, e che viviamo invece in una repubblica capitalista neofascista. Al punto che con Giorgia Meloni, Mussolini in gonnella, al governo ci sono addirittura gli eredi del fucilatore di partigiani Almirante, che già nel dicembre 1946 il partito fascista lo aveva ricostituito di fatto col MSI, il cui simbolo della fiamma tricolore è incorporato in quello del partito della premier. La quale rivendica anzi con orgoglio tale nera eredità e rivendica di continuare l'opera del suo padre spirituale, come ha fatto anche di recente rendendo omaggio ad Almirante, nel 38° della sua morte, come “una figura che ha segnato profondamente la storia della destra italiana”, e che “continua a vivere nel percorso della destra italiana” per “aggiungere il proprio pezzo di cammino, con coraggio e determinazione”.
Va anche detto che sebbene questo abnorme sbocco sia il risultato di un lungo processo storico, l'abbandono delle premesse antifasciste della nascente Repubblica è avvenuto fin dai suoi primi anni di vita, con il colpo di Stato anticomunista di De Gasperi del 1947, che estromise il PCI dal governo di unità nazionale, consolidando poi il potere democristiano con la vittoria alle elezioni del 1948 e schierando l'Italia, già in piena “guerra fredda”, nel Patto atlantico antisovietico del 1949. A cui si aggiungeranno l'adesione all'Unione europea occidentale nel 1954 (UEO) e il Patto di Roma nel 1957 (MEC), con cui l'Italia entrò nel gruppo di testa di nazioni europee che costituì l'embrione della futura UE imperialista.
Già allora, infatti, la nascente Repubblica egemonizzata dalla DC con il supporto degli altri partiti della destra, aveva recuperato quasi intatto l'apparato statale, amministrativo, giudiziario e poliziesco ereditato dal regime fascista, compresi molti dei personaggi del ventennio mussoliniano, governando il Paese con pugno di ferro e preparando per ogni evenienza l'esercito segreto di Gladio, armato dalla Nato, per prevenire un'eventuale vittoria elettorale della sinistra parlamentare. Non a caso la giovane Repubblica italiana venne battezzata col sangue della strage di lavoratori e sindacalisti a Portella della Ginestra il 1° maggio del 1947, concepita dagli agrari siciliani, dalla DC e dai servizi segreti alleati ed attuata dalla mafia al loro servizio tramite la manovalanza del bandito Giuliano.
Un volto marcatamente reazionario, quello impresso nel primo dopoguerra alla Repubblica dai governi della DC di De Gasperi, Scelba, Fanfani, Segni, Andreotti, che non esitò a servirsi anche dei voti fascisti del MSI e a tentare veri e propri colpi di Stato. Come la legge truffa maggioritaria del 1953, poi abrogata, e il governo Tambroni del 1960, sventato dalla sollevazione antifascista delle piazze, e quello architettato segretamente da Segni e dal generale de Lorenzo del 1964.
Il fallimento storico del revisionismo e l'ascesa del neofascismo
In realtà il PCI revisionista di Togliatti aveva rinunciato da tempo ad ogni velleità rivoluzionaria e al socialismo, e accettato di fatto l'intangibilità del sistema capitalista e della democrazia parlamentare borghese: ciò era apparso in modo evidente già dopo l'attentato del 1948 alla sua stessa persona, e ancor più negli anni successivi man mano che si sviluppava la sua strategia della “via italiana al socialismo” e delle “riforme di struttura”, che sostituivano il socialismo con la parola d'ordine dell'“attuazione della Costituzione”. Una linea revisionista e riformista che sarà proseguita senza soluzione di continuità e fino alle estreme conseguenze dai suoi successori: cioè fino all'accettazione della NATO e al “compromesso storico” con la DC da parte di Berlinguer, per concludersi con lo scioglimento del partito da parte del rinnegato Occhetto nel 1991.
Malgrado ciò le pulsioni golpiste fasciste hanno accompagnato tutta la prima fase della Repubblica - soprattutto in risposta alla grande stagione di lotte studentesche e operaie scoppiate nel 1968-'69 e protrattesi per tutto il decennio successivo - coi tentati golpe Borghese e Sogno e lo stragismo fascista, attuato dal MSI e dalle sue filiazioni extraparlamentari, ispirato, armato e coperto dai servizi segreti italiani e atlantici e dalla P2. Un terrorismo nero poi affiancato e rimpiazzato gradualmente da quello sedicente “rosso”, infiltrato e manovrato dai servizi segreti per bruciare una generazione di giovani rivoluzionari e creare il terreno favorevole alla seconda repubblica neofascista e presidenzialista: quella preconizzata da Gelli nel suo “Piano di rinascita democratica” e portata avanti dalla fine dei '70 in poi da Craxi e Berlusconi. Ciò attraverso ripetuti golpe istituzionali e colpi demolitori al parlamento e alla Costituzione, a cominciare dall'articolo 11, per piegare sempre più la Repubblica in senso presidenzialista e dare gambe alle ambizioni espansioniste e interventiste del rinato imperialismo italiano.
Controriforme piduiste e governo neofascista Meloni
Al picconamento della Repubblica parlamentare e della sua già esile immagine antifascista, contribuendo all'attuazione del progetto piduista, ha dato mano anche la “sinistra” borghese rinnegata e riformista, con la Bicamerale golpista di D'Alema del 1997, che aveva già approvato una bozza di controriforma presidenzialista della seconda parte della Costituzione, fermata solo per il ritiro di Berlusconi dalla trattativa; con la controriforma costituzionale federalista del Titolo V approvata dal governo di “centro-sinistra” Amato nel 2001, che ha spianato all'attuale autonomia differenziata leghista; con la legge elettorale maggioritaria presidenzialista Italicum del 2025, stoppata dalla Corte costituzionale, e con la controriforma costituzionale che aboliva il bicameralismo perfetto, affossata dal referendum del 2016, quest'ultime due entrambe del governo Renzi. E queste solo per citare le principali che hanno visto la partecipazione attiva dei partiti della sinistra parlamentare.
Oggi il testimone del piano piduista è di nuovo nelle mani della destra borghese, col governo neofascista Meloni determinato a completarlo con l'autonomia differenziata, che veicola il federalismo disgregatore dell'unità del Paese, la legge elettorale truffa super maggioritaria e il premierato di stampo mussoliniano, che sono ancora sul tavolo malgrado la sconfitta referendaria della controriforma piduista della giustizia. Per questo il governo di Mussolini in gonnella va buttato giù subito con la lotta di piazza, prima che riesca ad infliggere altri gravi danni alle masse e al Paese cancellando le residue libertà democratico-borghesi.
E anche perché intanto intensifica la repressione del movimento giovanile e studentesco e delle lotte sindacali e la persecuzione dei migranti, applicando spietatamente i suoi decreti sicurezza fascistissimi, così come la sua politica estera e militare mussoliniana di riarmo e di interventismo, promuovendo nuove missioni in Medio Oriente e in Africa. Non a caso quest'anno il governo neofascista ha organizzato la parata del 2 giugno più militarista, nazionalista e guerresca di tutti i tempi, con largo sfoggio di forze speciali e armi modernissime come droni, robot, batterie missilistiche ecc., e sono fioccati come mai prima d'ora le intimidazioni, i fermi e le denunce ai pacifisti e antimperialisti che hanno osato inscenare contestazioni a tanta orgia patriottarda e bellicista.
Mattarella chiama i giovani a sostenere la Repubblica neofascista
Anche Mattarella lavora attivamente con Mussolini in gonnella per esaltare la Repubblica neofascista e presidenzialista e farla accettare alle masse, e soprattutto ai giovani. È stato lui infatti a volere, al posto del tradizionale ricevimento dei diplomatici, politici e personalità più in vista al Quirinale, la festa serale nella piazza antistante il palazzo per dare alla celebrazione un carattere più “popolare”. Un modo per far passare il messaggio che dobbiamo essere tutti “nella stessa barca”, indipendentemente dalle differenze di classe, proletariato e borghesia, a remare per la Repubblica capitalista e neofascista: per farla uscire dalla crisi e farne “una storia di successo nel mondo”, come aveva esortato nel suo messaggio di fine anno col quale aveva anticipato la celebrazione dell'80° anniversario.
Quel discorso si chiudeva con un appello ai giovani a sentirsi “responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l'Italia moderna”. Cioè a sostenere la Repubblica capitalista, neofascista, presidenzialista, razzista, federalista e interventista, anziché a combatterla per cambiare l'Italia. Un appello peloso che Mattarella ha rinnovato invitando i giovani a inviare sul sito della presidenza dei video su “che cosa rappresenta e ha rappresentato per te” la Repubblica. Video che sono stati proiettati alla festa serale per il 2 giugno, incluso un suo “dialogo” con i giovani under 35, in cui ha la faccia tosta di sostenere che “guardando indietro questa storia, con quello che ne è derivato di crescita dei diritti, di tutela della salute e difesa del lavoro, si può dire che la Repubblica ha corrisposto a quanto si attendeva, alle aspettative che quel voto espresse”.
È esattamente l'opposto dell'appello rivolto “alle ragazze e ai ragazzi che lottano per cambiare l'Italia”, in occasione del 49° Anniversario della fondazione del Partito, in cui, invitandoli a riflettere sulla questione fondamentale della necessità storica dell'abbattimento del capitalismo, che è la causa di tutti i mali che affliggono il Paese, il Segretario generale e Maestro del PMLI, Giovanni Scuderi, scrive fra l'altro: “In più il capitalismo nega a voi giovani il diritto di vivere con gioia la vostra gioventù, il diritto alla studio, il diritto al lavoro, il diritto al futuro.
E una volta raso al suolo il capitalismo quale società dovrà prendere il suo posto? Non c'è altro che la società socialista, perché fin qui nessuno è stato capace di creare una società diversa da quella capitalista. D'altra parte il socialismo è l'unico sistema che permette al proletariato di assumere il potere politico e che crea le condizioni necessarie per l'autogoverno del popolo e l'estinzione dei partiti e dello Stato
”.
Per una vera Repubblica delle lavoratrici e dei lavoratori
Certamente la via maestra per cambiare l'Italia non può essere quella della “difesa e attuazione della Costituzione”, mutuata dalla già fallita “via italiana al socialismo” di togliattiana memoria, come rivendica l'imbelle opposizione parlamentare. E ciò non solo perché la Carta del 1948 è ormai ridotta a carta straccia per le continue picconate ricevute dalla destra e dalla “sinistra” del regime capitalista neofascista, ma anche perché è intrinsecamente una Costituzione borghese e anticomunista, che sancisce l'intangibilità della proprietà privata e del sistema economico capitalista e nega il diritto del proletariato a rovesciarlo e sostituirlo col socialismo. Si trattò anche allora di un compromesso tra borghesia e proletariato tutto a scapito di quest'ultimo, che veniva costretto dai rinnegati revisionisti togliattiani a rinunciare definitivamente alla rivoluzione e al socialismo e ad accettare supinamente le catene della schiavitù salariata.
Una Costituzione che assicura diritti concreti ed effettivi solo alla classe dominante borghese, mentre al proletariato e alle masse lavoratrici e popolari concede solo diritti formali, senza nessun obbligo di rispettarli e realizzarli nella pratica. A partire dallo stesso articolo 1, che recita: “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, e “la sovranità appartiene al popolo”, creando con ciò l'illusione che la Repubblica tuteli le lavoratrici e i lavoratori, e che siano essi ad esercitare il potere politico, quando in realtà il sistema economico è basato sul lavoro salariato e il potere politico è in mano a chi detiene i mezzi di produzione per sfruttarlo e appropriarsi di tutta la ricchezza prodotta: cioè la classe borghese capitalista.
La Repubblica delle lavoratrici e dei lavoratori può essere invece solo quella socialista, fondata sul potere politico del proletariato. La sola in grado di cambiare veramente e dalle fondamenta l'Italia, oggi dominata dal regime capitalista neofascista.
3 giugno 2026