Accusato di concussione nel caso Ilva
Vendola, presidente di SI, accetta la prescrizione sull'esempio di Berlusconi

Il 22 maggio scorso, la stessa giornata in cui sono arrivati i soldi per prolungare di qualche mese l’agonia degli impianti dell'ex Ilva e mentre il governo annaspa nel cercare un compratore, il processo “Ambiente svenduto” a Potenza vede uscire di scena per prescrizione l’imputato più illustre di tutti, Nichi Vendola.
Classe 1958, ex deputato e governatore della Regione Puglia, oggi presidente di "Sinistra Italiana" alleata con i Verdi appunto in Alleanza Verdi e Sinistra, AVS. Narcisista e anticomunista da sempre, era imputato nel procedimento per l’inquinamento perpetuato per anni dal siderurgico tarantino sotto la gestione dei Riva, che era stato spostato a settembre 2024 a Potenza per una contestata decisione della Corte d’assise d’appello di Taranto (sezione distaccata di Lecce), che aveva annullato la sentenza di primo grado per la presenza di due giudici onorari tra le parti civili. Vendola allora era stato condannato a tre anni e mezzo di reclusione e poi rinviato a giudizio dal Gip di Potenza con l’accusa di aver fatto pressioni, tra giugno 2010 e marzo 2011, sull’allora direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, al fine di ammorbidire i controlli sulla fabbrica. Al di là di eventuali ricorsi della Procura, l’ex presidente della Regione Puglia esce di scena per prescrizione, epilogo atteso dopo la decisione di far ripartire il processo da zero.
Fu Il Fatto Quotidiano a rivelare, nel 2013, la telefonata in cui Vendola rideva con Girolamo Archinà, uomo chiave dei Riva a Taranto, che aveva umiliato un cronista locale. Vendola era imputato per concussione davanti alla Corte d’Assise del Tribunale di Potenza che dovrà giudicare sul secondo processo di primo grado dell’inchiesta Ambiente Svenduto, che ha ripercorso la gestione dell’acciaieria da parte della famiglia Riva.
Il processo è ricominciato dall'udienza preliminare a Potenza il 21 marzo 2025, dopo l'annullamento, per la presenza di due giudici onorari tra le numerose parti civili, pronunciato dalla Corte d'Assise d'Appello di Taranto della sentenza di primo grado che il 31 maggio del 2021 aveva portato a 26 condanne per 270 anni complessivi di carcere.
Negli ultimi decenni la prescrizione è diventata uno dei temi più divisivi nel dibattito giuridico italiano, oscillando tra la tutela della ragionevole durata del processo e l'esigenza di non lasciare impuniti reati complessi. Nel suo lungo sfogo sui social, l’ex presidente della Regione Puglia poteva però spendere almeno una parola per chi a causa dell’esposizione agli inquinanti è morto o si è ammalato o nei confronti della città di Taranto che così tanto è stata sfigurata dalla presenza dell’acciaieria più grande d’Europa, o ancora nei confronti di chi chiedeva verità e giustizia ed è rimasto con nulla in mano.
Eppure, dalla letture delle carte depositate nell’inchiesta “Ambiente svenduto” nella quale Vendola era imputato per concorso in concussione con i proprietari e consulenti Ilva Fabio Riva, Franco Perli, Luigi Capogrosso e Girolamo Archinà (nel frattempo deceduto) con l’accusa di aver ammorbidito l’allora direttore generale dell’Arpa, Giorgio Assennato, emergeva che la legge sulla diossina varata dalla Regione Puglia nel dicembre del 2008 e più volte citata come esempio - perfino nella campagna pubblicitaria per le elezioni del 2010, vinta ai danni del “centro-destra” - come rigore ambientale dall'allora governatore Vendola fu concordata proprio con l’Ilva.
Furono i finanzieri del gruppo di Taranto in una informativa che ancora funge da colonna portante dell’intera indagine sul disastro ambientale, a ricostruire, i rapporti avuti tra l’Ilva e la Regione Puglia, scrivendo che “la concertazione relativa alla “Legge regionale sulla diossina”, cui spesso faceva riferimento Archinà, potente responsabile delle relazioni esterne del gruppo Riva, poteva essere riassunta nel cosiddetto “modello Ilva” tanto caro a Vendola che ne era stato uno dei principali registi tanto da volerlo esportare in toto anche alle altre realtà industriali pugliesi.
Secondo i militari delle Fiamme Gialle “è di tutta evidenza che la Regione Puglia, invece di imporre misure urgenti atte a monitorare in continuo le emissioni dell’Ilva - che è poi la criticità maggiore della legge sulla diossina, che impone limiti più severi alle emissioni ma ancora oggi è priva di uno strumento di controllo 24 ore su 24, di concerto con i suoi vertici cerca di ricorrere a degli escamotage quali l’attivazione del 'tavolo tecnico' con i quali far prendere tempo all’industria nella realizzazione delle strutture di monitoraggio in continuo delle emissione e, dall’altra parte, consente di salvaguardare la Regione Puglia che non apparirà inoperosa agli occhi dell’opinione pubblica sul fronte ambientale”. Tanto Ilva e Regione Puglia avrebbero marciato a braccetto che in sede di istruttoria dell’Autorizzazione integrata ambientale, il vicepresidente di Riva Fire, Fabio Riva, e l’avvocato Franco Perli (ad entrambi era contestata con altri l’associazione a delinquere, imputazione cancellata dalla prescrizione) si preoccupano di evitare contraccolpi a livello ministeriale. “La condivisione degli obiettivi tra la Regione Puglia e l’Ilva - si legge nell’informativa - in relazione al campionamento in continuo della diossina si riverbera anche sui lavori in corso presso il ministero dell’Ambiente ove la commissione ha in corso l’istruttoria per il rilascio dell’Aia all’Ilva. Fabio Riva ricorda all’avv. Perli di discutere con un componente della commissione, l’avvocato Pelaggi (assolto dall’accusa di abuso d’ufficio perché il fatto a lui contestato non era previsto dalla legge come reato) del 'campionamento in continuo della diossina', perché, sostiene, su tale argomento 'bisogna dargli una mano a Vendola perché se no ti saluto eh!!!', evidenziando, in tal modo, la perfetta unità d’intenti esistente sull’asse Vendola-Ilva, che porta i vertici della grande industria a spendersi anche in sede ministeriale affinché non vengano intrapresi percorsi che possano nuocere al presidente Vendola”.
Il governatore al rientro da un viaggio in Cina il 6 luglio del 2010 chiamò Archinà e usò parole, a leggere la trascrizione della telefonata, inequivocabili sul tenore dei rapporti: “ognuno fa la sua parte e dobbiamo però sapere che - disse Vendola - a prescindere da tutti i procedimenti, le cose, le iniziative, l'Ilva è una realtà produttiva, cui non possiamo rinunciare, e quindi diciamo, fermo restando tutto, dobbiamo vederci, dobbiamo ridare garanzie, volevo dirglielo perché poteva chiamare Riva - aggiunse il governatore ad Archinà - e dirgli che il presidente non si è defilato”. Poteva allora non defilarsi dal processo e rinunciare alla prescrizione mentre invece ha fatto esattamente alla Berlusconi maniera evidentemente per evitare una condanna.
È vero che il processo è durato 14 anni ma se uno ha la coscienza pulita non si capisce perché dovrebbe usufruire della prescrizione quando potrebbe dimostrare la sua completa innocenza, la scelta delle prescrizione è cosa legittima giuridicamente, ma deplorevole politicamente, che differenza ci sarebbe infatti allora tra un politico della “sinistra” borghese che sceglie la prescrizione e uno di destra come il plurinquisito Berlusconi che si comportava allo stesso modo?
E non se la può cavare sui 14 anni di processo con una frase ad effetto come: “La mia una vicenda kafkiana. Provo gioia e rabbia, mi hanno spellato vivo. Il Futuro? A disposizione della comunità”.
Importante la presa di posizione del Codacons che valuta una causa civile: “Alcuni reati a nostro avviso non erano prescritti, ora attenderemo le motivazioni della Corte d’Assise del Tribunale di Potenza e valuteremo se proporre causa civile contro Vendola, ma siamo anche certi che la Procura di Potenza proporrà appello contro la decisione odierna”. Lo afferma appunto il Codacons, commentando l’uscita dell’ex governatore della Regione Puglia, Nichi Vendola, e di altri 14 imputati dal processo “Ambiente svenduto”.
L’unica nota positiva è che l’assoluzione per prescrizione non consiste in un riconoscimento di innocenza, e si verifica poiché ci è voluto troppo tempo per svolgere il processo. Soprattutto, in questo caso, la prescrizione si registra a causa dell’annullamento, da parte della Corte di Assise di appello di Taranto, della sentenza di primo grado nella quale Vendola e altri imputati erano stati condannati.
Uscire da un processo contenente accuse così gravi con una sentenza di prescrizione fa riflettere, anche perché esiste un istituto apposito che consente all’imputato di “rinunciare” alla prescrizione, percorrendo la strada della ricerca della assoluzione piena, nel merito. In questo caso, almeno per ora non è stato cosi", conclude l’associazione.
Anche questa tremenda vicenda, legata a una crisi industriale che sembra non avere fine e a tragiche vicende di malattie e morti per inquinamento dimostra quanto destra e "sinistra" borghese siano in realtà le due facce della stessa medaglia della seconda repubblica capitalista, neofascista, presidenzialista, federalista e interventista, parte integrante dell'infame e irriformabile Unione Europea imperialista, che va distrutta cominciando a tirarne fuori l'Italia.
La scelta di Vendola è dunque politicamente deplorevole e getta discredito su tutta AVS, peraltro investita in questa legislatura dallo scandalo di Soumahoro.
 

3 giugno 2026