La battaglia delle banche italiane per l'egemonia della finanza
Intesa compra Monte dei Paschi
Nasce il secondo gruppo dell'Eurozona per capitalizzazione di Borsa. Obiettivo, le Generali
Per le masse nessun giovamento. Nazionalizzare le banche
Infuria più che mai la lotta per l'egemonia finanziaria tra le principali banche italiane, che ruota intorno al Monte dei Paschi di Siena (Mps), la “banca più antica del mondo” salvata dal fallimento con un pacco di miliardi pubblici, oggi diventata una preda ambita dai maggiori attori del cosiddetto Risiko bancario. E questo perché, col suo 13,3% delle Generali acquisito con l'incorporazione di Mediobanca, è la porta d'ingresso per il controllo della storica compagnia assicurativa triestina, che con i suoi 900 miliardi di risparmio gestito è considerata la “cassaforte degli italiani”.
Innescata a novembre 2024 con il tentativo delle seconda banca Italiana, l'Unicredit guidata da Andrea Orcel, di conquistare il Banco popolare di Milano (Bpm), tentativo bloccato dall'intervento del governo Meloni che oppose il veto accampando la difesa dell'interesse nazionale, la lotta egemonica per il riassetto degli equilibri bancari che dura da allora con alterne vicende ha visto una grossa svolta in questo giugno 2026, con l'entrata in campo della prima banca italiana, Intesa Sanpaolo guidata da Carlo Messina, che l'8 giugno ha lanciato una forte Opas (Offerta pubblica di acquisto e scambio) sulla totalità di Mps, mettendo sul piatto la bellezza di 30,6 miliardi, consistente in uno scambio di azioni in ragione di 1,6 Intesa per ogni azione Mps, più un invitante premio in contanti di un euro ad azione. Cosa che ha fatto subito salire del 13% il valore di Borsa dell'istituto senese.
L'operazione Intesa-Unipol e quella Bpm su Montepaschi
In questo modo, secondo la proposta di Messina agli azionisti Mps, nascerebbe un gruppo da 126 miliardi di capitalizzazione operante in 24 paesi, il secondo a livello europeo, con 20 milioni di clienti, attività per circa 1.700 miliardi e utili consolidati sopra i 16 miliardi. Per superare lo scoglio dell'Antitrust, l'offerta prevederebbe la cessione di metà dei quasi 1.300 sportelli di Mps, circa 635, alla società assicurativa Unipol, nata dalle ex coop “rosse” e oggi primario gruppo finanziario capitalista presieduto da Carlo Cimbri, passato indenne dal processo per lo scandalo della scalata alla Bnl sponsorizzata dai dirigenti dell'ex PCI revisionista+. A sua volta Unipol li girerebbe alla controllata Banca popolare dell'Emilia Romagna (Bper). La nuova banca risultante dall'operazione conserverebbe il marchio Monte dei Paschi, ma sparirebbe il riferimento a Siena, e il pacchetto di controllo in mano a Unipol salirebbe al 40%. Diventerebbe di fatto la seconda banca italiana (almeno per numero di filiali, circa 2.500, mentre Unicredit ne ha 2.000, ma ha una capitalizzazione maggiore), e sicuramente la terza, ampliando il suo raggio operativo a Toscana e Veneto, mentre Intesa si espanderà soprattutto al Sud, grazie alle 625 filiali rilevate da Mps.
Con questa complessa operazione, subito benedetta da Confindustria, dal Financial Times e dalla Borsa, e che comunque richiederà molti mesi per essere completata, Intesa consolida la sua posizione di prima banca italiana, ottiene il portafoglio di investimenti e gestioni patrimoniali di Mediobanca e conquista il posto di primo azionista di Generali, con il 13,3 %, davanti al 10% di Delfin (la finanziaria lussemburghese diretta da Francesco Milleri che custodisce il tesoro degli eredi di Del Vecchio), il 9% circa di Unicredit, il 6,3% del costruttore romano e proprietario del “Messaggero”, Francesco Gaetano Caltagirone, e il 4,9% del gruppo Benetton.
La mossa di Messina sulla catena Mps-Mediobanca-Generali era in preparazione già da gennaio, ma a farla scattare è stata la mossa di Bpm, che a Borsa chiusa, domenica 7 giugno, aveva cercato di anticiparla lanciando una OPS sulla banca senese (offerta pubblica di solo scambio azionario, senza contante, per una “sinergia” di 1,1 miliardi), con la proposta di dare vita al secondo gruppo italiano per numero di sportelli (2.900) e per depositi e finanziamenti. Ora entrambe le offerte sono all'esame del Cda di Mps, ma si ritiene che quella di Intesa sia nettamente favorita, dato che include anche il premio in contanti da 3 miliardi agli azionisti.
La prima fase della partita delle banche
Per capire meglio come si è arrivati a questo stato delle cose occorre riandare all'inizio della battaglia, cioè alla fine del 2024-inizio 2025, con il fallito assalto di Unicredit a Bpm, stoppato dal ministero dell'Economia e finanze (Mef) di Giorgetti perché perseguiva un altro progetto: quello di costruire un “terzo polo” bancario unendo la banca senese, tornata a macinare utili, con la finanza lombarda di Bpm egemonizzata dalla Lega (vedi “Il Bolscevico” n. 8/2025). Non solo, ma il 23 gennaio 2025 il Mef, che all'epoca era ancora il maggior azionista di Mps con l'11,7% (oggi sceso al 4,9%), dopo aver fermato Unicredit e in accordo con l'ad e “risanatore” della banca senese, Luigi Lovaglio, lanciava una Ops di Montepaschi da 13,3 miliardi su Mediobanca, la banca d'affari già definita il “salotto buono del capitalismo italiano” perché fungeva da stanza di compensazione tra i “poteri forti”, che l'ad Alberto Nagel aveva ereditato dal finanziere Cuccia, e che col 13% detiene da sempre il pacchetto di controllo di Generali. “Operazione che dovrebbe renderci tutti orgogliosi”, chiosava stavolta più convintamente la premier Meloni unendosi alla cordata, sponsorizzata dal Mef, che tramite la fusione Mps-Mediobanca puntava in realtà a Generali, per “mettere in sicurezza i risparmi degli italiani”.
Occorre infatti sapere che in Generali, diretta da Philippe Donnet, era in corso un'operazione per mettere insieme circa 700 miliardi di asset dell'istituto triestino con 1.200 della compagnia francese Natixis, per dare vita al secondo gruppo europeo di risparmio gestito, governato teoricamente alla pari. E questo era considerato contrario all'interesse nazionale non solo dal governo di Mussolini in gonnella (che però non aveva battuto ciglio sul fatto che Bpm, controllata con oltre il 20% dal francese Crédit Agricole, volesse acquisire Mps), ma anche da Carlo Messina, grande amico della premier, che perciò non si sarebbe opposto all'operazione su Mediobanca-Generali.
Alla cordata sponsorizzata dal governo si erano subito uniti Caltagirone (altro grande amico di Meloni, che sostiene politicamente col suo giornale) e Delfin, che da tempo puntavano a prendere il controllo di Generali, ma essendo imprenditori non potevano farlo per legge. Invece, agendo attraverso Mps, di cui intanto si erano assicurati il pacchetto di maggioranza con l'aiuto di Giorgetti e Lovaglio, potevano aggirare il divieto.
La lotta per la conquista di Mediobanca-Generali
Siamo così alla seconda fase della vicenda, quella che riguarda la lunga battaglia per l'acquisizione di Mediobanca da parte di Mps, che va dall'aprile 2025 al maggio 2026. Il 17 aprile 2025 l'assemblea dei soci di Mps dà via libera a stragrande maggioranza a Lovaglio per l'Ops su Mediobanca, grazie soprattutto ai voti del Mef, di Caltagirone, della Delfin di Milleri, di Bpm e della sua controllata Anima. Esulta Giorgetti: “Lo Stato si è ritrovato una banca scassata, ora è una principessa a cui tutti vogliono mettere la scarpetta”.
Nagel, che considera l'Ops “ostile”, non ci sta e cerca di opporsi con tutti i mezzi, anche perché l'operazione è alquanto spericolata, in quanto, al contrario dell'offerta di Unicredit su Bpm, stavolta è la banca più piccola (Mps) a cercare di mangiarsi quella più grande (Mediobanca). Ma il 21 settembre la battaglia si conclude con l'ingresso trionfale di Mps in Mediobanca con l'86,33% dei voti. Vincono Caltagirone, Milleri e Lovaglio; perdono Nagel (che comunque se ne va con un pacco di milioni e tornerà poi in scena come consulente dell'operazione di Messina) e perde anche Donnet, che sente già traballare la poltrona.
Però Caltagirone e Milleri vincono la battaglia ma non la guerra, perché il 27 novembre la procura di Milano li indaga, insieme a Lovaglio, per aggiotaggio e ostacolo alla Vigilanza, con l'ipotesi di aver stipulato un patto occulto che, attraverso l'acquisizione truccata delle quote di maggioranza di Mps, violando anche le regole europee, mirava al controllo di Generali. Gli inquirenti si riferivano infatti alla messa in vendita del 15% di Mps da parte del Mef nel novembre 2024, che anche in base ad intercettazioni di colloqui tra Lovaglio e Caltagirone, sarebbe stata pilotata con procedura accelerata per far partecipare come unici acquirenti Caltagirone, Delfin, Bpm e Anima.
Di lì in poi è un susseguirsi di colpi di scena, che vedono prima il licenziamento di Lovaglio a marzo 2026, per divergenze di strategia con Caltagirone, poi la sua rielezione ad aprile da parte dell'assemblea degli azionisti, grazie anche al voltafaccia di Milleri, che esce dal patto con Caltagirone su pressione degli eredi Del Vecchio, sia per le ombre dell'inchiesta milanese (tutt'ora in corso), e sia perché essi, essendo in disaccordo sul futuro di Luxottica, preferiscono incassare l'eredità piuttosto che investirla nella scalata a Generali.
I piani di Messina e quelli della premier
Con la sconfitta di Caltagirone si salva anche Donnet, che nel frattempo aveva rotto l'accordo con Natixis, togliendo dal tavolo il pretesto più invocato dai suoi avversari per farlo fuori. “Tutte le strade portano a Siena”, dichiarava soddisfatto a fine maggio Lovaglio, forse non intuendo quello che stava per accadere di lì a pochi giorni, con l'entrata in scena di Banca Intesa che ha sparigliato di nuovo tutte le carte del gioco, aprendo la terza e forse decisiva fase della lunga vicenda.
Messina assicura di non essere interessato al controllo di Generali, ma solo agli utili e alla stabilizzazione della compagnia e di Mps, mettendo fine ai contrasti passati. Ma cosa succederebbe se arrivasse qualcuno ad insidiare la sua posizione predominante in Generali, per esempio Unicredit, che ha già il 9% dell'istituto triestino, sarebbe ancora “disinteressato” al suo controllo esclusivo? Per ora Unicredit è troppo presa dalla lunga battaglia per conquistare la tedesca Commerzbank, difesa con le unghie e con i denti dal cancelliere Merz, per pensare ad altro; ma conclusa questa battaglia potrebbe puntare alle Generali, oppure potrebbe ritentare l'assalto a Bpm, riaprendo la partita per l'egemonia bancaria in Italia. Partita che si inserisce nel più ampio processo di concentrazione del potere bancario e finanziario a livello europeo, fortemente spinta da Draghi, per sostenere il riarmo e il rinnovamento tecnologico-industriale e mettere in grado l'imperialismo europeo di competere con l'imperialismo Usa e il socialimperialismo cinese.
Per quanto riguarda le forze politiche coinvolte in questa battaglia, escono sconfitti la Lega, Giorgetti e Lovaglio e il loro progetto di “terzo polo” nordista con Bpm. Messina ha già fatto sapere che Lovaglio non avrà futuro nella nuova banca e a Giorgetti resta solo il ruolo di liquidatore del 4,9% rimasto in mani pubbliche. Diverso è il caso della premier neofascista, che grazie agli ottimi rapporti con Messina e con Caltagirone, ancora azionista forte di Mps (10,3%) e di Generali (6,3%), può continuare ad avere voce in capitolo sul riassetto degli equilibri bancari e soprattutto sul futuro e la gestione della “cassaforte degli italiani”.
Posti di lavoro a rischio e profitti alle stelle
In ogni caso, per le masse popolari, questa lotta delle banche per l'egemonia finanziaria non porta e non porterà nulla di buono. Innanzi tutto per i lavoratori del Montepaschi, dato che il progetto Intesa prevede 6.800 esuberi, inclusa la sede centrale, anche se si dice che sarebbero “agevolati” e rimpiazzati da nuove assunzioni. E da parte sua Cimbri ha già ventilato la chiusura di centinaia di filiali della banca senese, da “precisare” in corso di fusione. Sia il Comune di Siena, governato dalla destra, che la giunta regionale di “centro-sinistra” presieduta da Giani, hanno espresso forte contrarietà alla cancellazione del legame territoriale del Montepaschi con Siena, e i sindacati sono in allarme per duemila posti a rischio nella direzione centrale.
Inoltre, mentre è certo che a guadagnare da queste dispendiose scalate sono gli azionisti e i manager delle banche coinvolte, lo è altrettanto che a pagarne il prezzo sono i piccoli correntisti e risparmiatori, e in particolare la grande massa di pensionati e lavoratori con solo la pensione o lo stipendio come deposito, che non hanno nessun potere contrattuale e sostengono tutto il peso delle commesse imposte dalle banche.
Secondo uno studio di Unimpresa, infatti, le banche italiane hanno chiuso il 2025 con 47,5 miliardi di utile netto e 110,2 miliardi di ricavi (e quasi mezzo trilione tra il 2021 e il 2025). Gli extraprofitti sono stati alimentati soprattutto dalla forbice tra tassi sui prestiti e tassi sui depositi: con il rialzo del costo del denaro deciso dalla Bce, i tassi su mutui e finanziamenti sono saliti rapidamente al 5-6%, mentre la remunerazione media dei depositi è rimasta generalmente sotto l’1% e spesso a zero secco. Ciò ha generato margini d’interesse senza precedenti, mentre le imposte versate si sono fermate a 9,1 miliardi, grazie anche alle sovrimposte-farsa sbandierate dal governo nelle ultime finanziarie.
La difesa degli interessi del proletariato e delle masse popolari non può che passare perciò dal rivendicare la nazionalizzazione almeno dei più importanti istituti finanziari, bancari e assicurativi di interesse pubblico, fermo restando che nel socialismo tutte le banche senza eccezione dovranno passare di proprietà dello Stato.
17 giugno 2026