Approvato con voto di fiducia al Senato
Il Piano casa di Meloni e Salvini non risolve l'emergenza abitativa
Poche risorse pubbliche e solo restauri per l'edilizia popolare. Quella sociale e convenzionata in pasto a speculatori privati e fondi internazionali. Il ddl sfratti completerà la macelleria sociale
Occorre un vero piano di edilizia popolare a canone sociale, mettere fine alla giungla degli affitti brevi, sbloccare e regolamentare il mercato degli affitti privati
Varato in pompa magna dal Consiglio dei ministri il 30 aprile scorso (vedi “Il Bolscevico” n. 19/2026), il Decreto n. 66 denominato Piano casa è diventato legge dello Stato il 1° luglio, blindato e col voto di fiducia al Senato dopo la già veloce prima lettura, che si era conclusa in pochi giorni alla Camera il 23 giugno. Un film già visto ormai un centinaio di volte nei quasi mille giorni di vita del governo neofascista Meloni, che anche stavolta col pretesto di far fronte all'ennesima emergenza (nonostante che quella abitativa sia in corso da anni e che avesse promesso di risolverla già ad inizio legislatura), lo fa per decreto, senza consultare le parti sociali e le amministrazioni interessate (in questo caso i sindacati Sunia-Cgil, Sicet-Cisl, Uniat-Uil e Unione inquilini, i Comuni, la Conferenza delle Regioni), senza uno straccio di discussione parlamentare degna di questo nome e a colpi di voti di fiducia su provvedimento blindato. Il tutto a pochi giorni dalla scadenza per la sua conversione in legge.
È evidente in ciò la funzione anche elettoralistica del provvedimento, varato in fretta e furia ad un anno dalle elezioni politiche, ma la scelta del Decreto-legge – così com'è stato anche per i decreti “sicurezza” fascistissimi e tanti altri – risponde alla volontà di evitare il confronto con le parti sociali e l'opposizione parlamentare, le critiche della stampa, il vaglio degli esperti e così via, proprio perché in questo modo è più facile nascondere e far passare come fatto compiuto le nefandezze che contiene, rispetto alla normale e più lenta procedura del Disegno di legge.
Infatti il cosiddetto Piano casa disegnato e sancito per legge in due mesi dal governo, che a suo dire assicurerebbe “dieci miliardi in dieci anni per 100mila alloggi, un provvedimento storico che lascerà il segno anche nelle future generazioni”, non solo non mira affatto a risolvere, o anche solo ad alleviare l'emergenza abitativa, ma punta in realtà a ridurre, privatizzandolo, il patrimonio edilizio pubblico inutilizzato, e ad aprire il settore cruciale dell'edilizia popolare alla speculazione e ai grandi fondi immobiliari nazionali e stranieri. E questo perché da una parte non stanzia veri investimenti pubblici, ma risorse molto limitate, bastanti a malapena a restaurare solo una frazione di immobili pubblici inutilizzati. Risorse per di più stornate da altre voci di spesa pubblica, come i fondi per il clima e i fondi per la coesione, contando essenzialmente invece sugli investitori privati. E dall'altra, per attrarli, offre loro tutta una serie di privilegi e di deroghe alle regole edilizie, ispirate chiaramente al già disastroso “modello Milano”, applicato nella fattispecie all'edilizia popolare e convenzionata.
60 mila alloggi popolari da restaurare per 650 mila domande
Il piano si articola su tre cosiddetti pilastri. Il primo consiste nella ristrutturazione di 60 mila alloggi di edilizia residenziale popolare (ERP) attualmente inutilizzabili perché inagibili, riscattabili da parte dei futuri inquilini una volta restaurati, il che si tradurrà di fatto nell'alienazione di un pezzo del patrimonio edilizio pubblico. A questo scopo sono stati stanziati per ora 970 milioni, distribuiti dal 2026 al 2030. Fondi del ministero dei Trasporti e infrastrutture, gestiti insieme a Invitalia e aprendo anche ad investimenti privati, destinati quest'ultimi a giocare un ruolo decisivo. Si tratterebbe infatti di circa 16.000 euro di soldi pubblici ad appartamento, sufficienti si e no a rifare le facciate. Oppure a ristrutturare forse un terzo dei 60.000 alloggi previsti.
In ogni caso si tratterebbe di una misura nettamente insufficiente per abbattere il fabbisogno abitativo reale, considerando che le domande di alloggi popolari presso Comuni e Iacp ammontano a circa 650.000. E che la situazione è in continuo peggioramento, visto che ogni anno 40.000 famiglie ricevono la notifica di sfratto e si registrano 20.000 esecuzioni di sgombero con la forza pubblica.
Il secondo pilastro riguarda l'edilizia residenziale sociale (ERS): una parte del patrimonio edilizio pubblico da restaurare e destinare - eventualmente anche a futuro riscatto con detrazione dal prezzo dell'affitto già pagato - alla cosiddetta fascia “grigia” di persone non abbastanza povere da avere i requisiti per un alloggio popolare, ma non abbastanza ricche per poter sostenere un affitto a prezzo di mercato: lavoratori, studenti fuori sede, giovani coppie, genitori separati, anziani disponibili al “co-housing” e housing-intergenerazionale”.
Con un emendamento della maggioranza di chiaro stampo elettoralistico, l'accesso è stato esteso ai lavoratori fuori sede sia privati sia pubblici, con particolare riferimento al personale scolastico, sanitario, delle Forze di polizia, del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco e delle Forze armate. Questa parte del piano è finanziata con la creazione di un Fondo housing sociale di Invimit, ente di gestione risparmio del Mef, in cui confluiranno ex fondi coesione, anche destinati alle città del Sud, e risorse private.
Il cuore liberista e speculativo del Piano casa
Il terzo pilastro consiste nella costruzione di alloggi (i famosi 100 mila in 10 anni) di edilizia cosiddetta integrata, cioè affidata interamente ad investitori privati ma con una ripartizione del 70% di alloggi di edilizia convenzionata, con affitti calmierati del 33% inferiori ai prezzi di mercato (come poi ciò sarà effettivamente garantito è tutto da vedere), ed il restante 30% affittabili a libero mercato. È qui che il meccanismo è studiato in modo da favorire al massimo la speculazione privata, in particolare i grandi fondi immobiliari stranieri, come il fondo emiratino Mudabala e quello israelo-americano Hines, già implicato nel sacco di Milano e delle olimpiadi Milano-Cortina con la controllata italiana Coima, nonché nel business miliardario degli studentati coi soldi del PNRR.
Se l'investimento raggiunge infatti il miliardo, il progetto privato diventa di “interesse strategico” e viene nominato un “commissario straordinario”, una sorta di sceriffo che risponde solo al governo e che per accelerare i lavori può decidere di derogare su tutto: costi di bonifica scomputati dagli oneri di urbanizzazione, cambi di destinazione d’uso in deroga e semplificazione dei passaggi relativi alle Conferenze dei Servizi e ai vincoli ambientali, paesaggistici, idrogeologici e sanitari, dove varrà il principio del “silenzio-assenso” da parte delle amministrazioni se non ce la faranno a dare un parere entro 40 giorni al massimo.
E poi: “bonus” volumetrici fino al 35% per la rigenerazione del patrimonio esistente, possibilità di edificare senza piani attuativi e sulla base di una semplice Scia per l'edilizia residenziale sociale, possibilità di incrementi fino al 15% delle volumetrie per edifici destinati ad attività commerciali e di servizi, e così via. Non solo, ma la ripartizione 70/30 potrà avvenire anche “in aree urbane diverse”, vale a dire che anche se il progetto presentato è unico, il 30% a mercato libero può essere costruito a sé stante in aree di maggior pregio e per appartamenti di lusso, usufruendo però di tutti i vantaggi della “semplificazione” per l'edilizia sociale.
È evidente che è questo il cuore del provvedimento, e che al governo neofascista Meloni non interessa tutelare il patrimonio pubblico esistente, né mettere veramente mano ad un serio programma di edilizia popolare pubblica, gestito interamente dallo Stato, che metta almeno al passo l'Italia con gli altri paesi europei, ma al contrario abolire il più possibile tutte le regole che intralciano il mercato capitalistico, la proprietà immobiliare privata, i profitti e la speculazione edilizia, secondo il principio che Mussolini in gonnella va ripetendo in ogni convegno padronale: “non disturbare chi vuole fare”.
Il carattere preminentemente speculativo del Piano casa è talmente evidente da essere stato bocciato sonoramente anche dalla Commissione infrastrutture e governo del territorio che opera all'interno della Conferenza delle Regioni, che il 10 giugno si era riunita con urgenza per esaminarlo su convocazione dell'assessore di “centro-destra” alle politiche abitative della Liguria, Cludio Scajola. E perfino le Regioni governate dalla destra, solo per non esprimere parere negativo contro il governo, ma neanche condividere il piano, si sono astenute o non hanno partecipato al voto.
Il ddl sfratti abolisce tutte le tutele
Il carattere demagogico-populista, e al tempo stesso liberista e filopadronale del Piano casa, è tanto più evidente se si pensa che esso si incrocia non casualmente con il Disegno di legge governativo sull'accelerazione e la semplificazione delle procedure di sfratto, che attualmente viaggiano già al ritmo di 100 al giorno e sono perciò destinate ad aumentare in modo esponenziale. Sono previste infatti misure che smantellano tutte le tutele fondamentali, a cominciare dall’eliminazione dell’avviso di rilascio, che consentirà all’ufficiale giudiziario di presentarsi senza preavviso, già dal giorno successivo alla scadenza del precetto, rendendo impossibile alla famiglia conoscere la data dello sfratto per tentare una mediazione o cercare un'alternativa.
Il rinvio dell'esecuzione è possibile comunque solo per un massimo di 180 giorni e con condizioni rigidissime, come età sopra 75 anni, disabilità grave, malattia terminale, e sono state cassate altre fragilità come presenza di minori, persone disabili, precarietà lavorativa, redditi insufficienti. Non solo, ma il ddl del governo istituisce un nuovo procedimento di ingiunzione del rilascio che consente al giudice di decidere in 15 giorni l'esecuzione del provvedimento, senza dare il tempo alla famiglia di presentare una motivata opposizione. E il proprietario può applicare una penale pari all'1% del canone per ogni giorno di ritardo. C'è perfino la possibilità di sostituire gli ufficiali giudiziari da parte di privati “accreditati” dal ministro della Giustizia, cosa che prefigura una “privatizzazione degli sfratti” da parte di soggetti senza scrupoli interessati unicamente a sgombrare l'immobile nel minor tempo possibile.
Del resto il governo neofascista aveva già preparato la strada alla facilitazione degli sfratti riducendo fin dalla prima legge di Bilancio e poi sopprimendo del tutto il Fondo di sostegno agli affitti e il Fondo per la morosità incolpevole. Quest'ultimo, che era di 50 milioni prima di questo governo, è stato ripristinato nel Piano casa, ma solo per fare da foglia di fico, visto che ora vale solo 22 milioni per il 2026 e scende a 2 milioni già nel 2027: che per 30.000 morosi incolpevoli faranno la bellezza di 5,5 euro al mese di “sostegno”!
Nei giorni della discussione in parlamento si sono tenute manifestazioni dei sindacati degli inquilini, Sunia, Sicet, Uniat e Unione inquilini, contro il Piano casa del governo, in particolare davanti a Montecitorio il 23 giugno, giorno dell'approvazione in prima lettura del decreto, e contemporaneamente in varie città, tra cui Milano, Padova e Livorno. Il 25 giugno un'altra manifestazione si è svolta a Firenze davanti alla Prefettura, con uno striscione che chiedeva di “finanziare gli alloggi pubblici, non la speculazione”. Giuseppe Cazzato, dell'Unione inquilini, ha denunciato che “il piano, oltre a non finanziare i fondi per i contributi affitti, dà il via ai privati per mettere le mani sul patrimonio pubblico, oltretutto in deroga alle regole urbanistiche dei vari Comuni, per cui ci aspetta una ondata di speculazione. Di peggio non potevano fare”.
Urgente sbloccare e regolare il mercato degli affitti
I sindacati chiedono unitariamente ““un vero piano per l’incremento dell’ERP a canone sociale; il rifinanziamento del fondo sociale affitti e per la morosità incolpevole, che proprio questo governo ha azzerato, lasciando le famiglie senza contributi e i comuni senza risorse per dare risposte; una regolamentazione per dare ordine alla giungla degli affitti brevi”.
Inoltre il governo continua ad ignorare volutamente l'esistenza in Italia di qualcosa come 8-9 milioni di abitazioni private inutilizzate, che se immesse nel mercato degli affitti, con opportune garanzie da parte dello Stato per chi accetta, ma anche con tassazioni crescenti nel tempo per chi si rifiuta, come accade in altri paesi europei, ad esempio in Francia e in Belgio, potrebbero davvero abbattere considerevolmente l'incubo abitativo e il caro affitti che affliggono milioni di famiglie italiane.
Secondo un rapporto dell’Ifel (Istituto per la finanza e l’economia locale - Fondazione dell’Anci), nel dossier “La questione abitativa” citato anche da “Il Sole 24 ore”, a causa degli affitti crescenti (tra il 2018 e il 2024 in Italia c'è stato un aumento medio ponderato del del 27,5%, con le punte più elevate in città come Milano e Firenze), 1,5 milioni di famiglie affittuarie sono schiacciate dal fenomeno dell'“overburden”, il sovraccarico abitativo che si verifica quando le spese per l’abitazione superano il 40% del reddito netto familiare. Nel primo quintile di reddito (cioè, il 20% della popolazione con redditi più bassi: fino a 11.135 euro netti l’anno), il fenomeno interessa addirittura il 63% degli affittuari del mercato privato. Ma la pressione è più estesa e coinvolge il 38% del secondo quintile (fino a 15.981 euro di reddito netto), raggiungendo ancora il 15% del terzo (fino a 21.182 euro di reddito).
Da qui la bocciatura senza appello del Piano casa del governo, che per il rapporto “non fornisce soluzioni a lungo raggio e non risolve l’emergenza in corso”, mentre invece occorrerebbero strategie efficaci che intervengano “su una domanda sociale che è andata crescendo grazie a decenni di immobilismo sia sul fronte delle risorse disponibili per investimento o incentivi sia sul fronte della regolazione di un mercato che mostra da tempo di non funzionare”.
22 luglio 2026