In ricordo della grande lotta contro il G8 di Genova del 2001
Grande corteo antifascista. No Kings in assemblea
Imparare la lezione di quell'evento storico

Dal corrispondente di Genova de “Il Bolscevico”
A venticinque anni di distanza dai fatti del G8 di Genova del luglio del 2001, che ha visto, al culmine della terroristica repressione poliziesca sui manifestanti, compiuta dalle cosiddette “forze dell’ordine” al servizio del governo neofascista di Berlusconi, l’uccisione del manifestante anticapitalista Carlo Giuliani, la città della Lanterna si candida nuovamente a capitale dell'antifascismo.
Uno degli appuntamenti, che ha anticipato la manifestazione nazionale del 19 luglio promossa da Genova Antifascista e dal centro sociale Lsoa Buridda, è avvenuto nella giornata del 18 luglio presso il Palazzo Ducale, centro politico, militare e amministrativo della Repubblica marinara di Genova, che ha ospitato, nella Sala del Maggior Consiglio, un’assemblea nazionale indetta dal movimento No Kings; organizzazione nata in USA a seguito delle iniziative di lotta in opposizione “alla deriva autoritaria di Trump”.
Come capita anche per il governo Meloni, Mussolini in gonnella, la parola neofascista per i dirigenti No Kings e per alcune organizzazioni e movimenti politici, viene difficile a essere pronunciata, si preferisce, riducendone però il reale contenuto politico, usare l’aggettivo “governanti autoritari”; e già questa “concessione” suggerisce qualcosa.
L’assemblea nazionale del movimento No Kings convocata a Genova, nel quadro delle mobilitazioni storiche del G8 2001, a cui aveva aderito e partecipato un'ampia Delegazione nazionale del PMLI, diretta dal compagno Simone Malesci coadiuvato dal compagno Denis Branzanti e dalla compagna Antonella Casalini, rappresenta un segnale positivo di risveglio del conflitto sociale, ma evidenzia, nello stesso tempo, anche i limiti tipici delle formazioni traversali e movimentiste riformiste.
L’opposizione formale alla guerra in generale, al riarmo e alla definita “deriva autoritaria”, come specifica anche il Testo di convocazione redatto dal movimento No Kings, coglie gli effetti più evidenti della crisi economica del sistema di produzione capitalistico, ma fallisce nel comprendere la radice strutturale del problema; l’imperialismo con le sue fasi e le sue naturali e storiche crisi.
Come conseguenza le pur parziali e corrette e condivisibili parole d’ordine immediate lanciate contro gli “autocrati e padroni”, ascoltate negli interventi e nelle analisi degli intervenuti al dibattito (giornalisti, magistrati, economisti, ecologisti, storici, attivisti ARCI e Attac), rischiano di essere confinate in un vago ribellismo riformista poiché scollegate dalla rigorosa analisi marxista-leninista dell'attuale lotta di classe.
Il rifiuto, il “non accontentarsi”, come precisano pure nella loro presentazione al convegno, di “vecchie narrazioni” a favore dell’interconnessione tra più attori, tra più dimensioni e movimenti globali e locali, pone un limite enorme all’orizzonte delle loro rivendicazioni, perché questa scelta politica non potrà assolutamente avere la capacità, e la facoltà, di sostituire il ruolo storico tattico e strategico che ha avuto, e che non potrà che avere in ogni modo e in un qualsiasi futuro, un Partito del proletariato come, per esempio, può avere il PMLI. Senza questo strumento, senza linea e la direzione di un Partito autenticamente rivoluzionario, l’entusiasmo, l'anticapitalismo, la combattività e la determinazione di colpire il nemico di classe, come già è avvenuto per la piazza dei 300mila di Genova del 2001, non potranno che essere riassorbiti dalle dinamiche del riformismo borghese (altro che il rifiuto di “vecchie narrazioni”).
Concludendo, i propositi del movimento No Kings, seppur in parte condivisibili, se non riusciranno a transitare dalla semplice contestazione contro i “nuovi autoritarismi” e contro i “nuovi Re” (ma i Trump, i Putin, i Netanyahu, le Giorgia Meloni e compagnia “bella”, che non sono re bensì dittatori fascisti, sono solo intermediari che ci mettono la faccia e che possono essere sostituiti in ogni momento, il vero puparo è il capitalismo) a qualcosa di strutturalmente organizzato, a una presa di coscienza proletaria indirizzata per abbattere la società capitalistica per costruire il socialismo, le loro aspirazioni idealistiche nel voler “realizzare mondi nuovi qui e ora”, e nell’invocazione di una soluzione fittizia come quella di una tassa per i super-ricchi per equilibrare le ingiustizie sociali, rimarranno confinate a illusioni riformistiche, a una ridda di confusione di matrice sostanzialmente anarchica e liberale che nulla di concreto e reale porterà contro i “nuovi Re”, contro il neofascismo, contro il capitalismo e contro l’imperialismo e la sua logica di guerra.

Il corteo del 19 luglio
La parola alla piazza è stata data domenica 19 luglio. “In ogni caso nessun rimorso” è lo slogan che si è voluto imprimere all’iniziativa politica. Il concentramento è stato fissato in piazza Alimonda, rinominata dagli antagonisti piazza Carlo Giuliani. Il corteo, composto da non meno di quindicimila antifascisti e anticapitalisti, prima di mettersi in marcia ha atteso uno spezzone di giovani antifascisti che, in precedenza, si erano radunati davanti alla scuola Diaz, teatro della mattanza compiuta da 346 poliziotti in tenuta antisommossa nella notte tra il 21 e 22 luglio 2001. Bene in vista e molto applauditi gli striscioni con scritto “20 luglio. Bandiere rosse al vento. È morto un compagno. Ne nascono altri cento” e ancora “Diserta la guerra dei padroni”. Accompagnati al ritmo di tamburi suonati in continuazione tanti slogan, “Siamo tutti antifascisti”, “Carlo è vivo e lotta insieme a noi”.
Dopo circa un centinaio di metri il corteo ha raggiunto via Montevideo in cui è presente una sede di Casapound. Gli antagonisti antifascisti, con dei grossi fogli di cartone, hanno simbolicamente murato i due ingressi, con saracinesca, con su scritto “Zona nazificata” e “Ora e sempre Resistenza” (poco distante oltre un centinaio di poliziotti armati di manganelli, scudi e caschi, teneva provocatoriamente occhio ai manifestanti).
Il corteo con tante bandiere della Palestina, e con tante bandiere rosse con falce e martello, ha poi proseguito per via Tolemaide, altra zona teatro delle cariche poliziesche di 25 anni fa. Sotto un sole persino crudele le antifasciste e gli antifascisti, gli antimperialisti e gli anticapitalisti, hanno poi raggiunto, senza perdere la determinazione nel lanciare le proprie parole d’ordine antifasciste, piazza G. Verdi, via Fiume, via XX Settembre, per concludere il proprio percorso in piazza de Ferrari.
Non è stato nulla di nostalgico. È stata una grande giornata di lotta, ma purtroppo su un piano riformista e istituzionale. Non si è ancora appreso la lezione della grande rivolta contro il G8 di Genova, ossia che bisogna avere una linea e una direzione autenticamente anticapitaliste, antimperialiste e antifasciste per cambiare radicalmente l'Italia.

22 luglio 2026