A Bari
I braccianti immigrati occupano la basilica di San Nicola
Accuse a governo e Regione per aver buttato 30 milioni del Pnrr destinati al risanamento delle baracche di Torretta Antonacci

Quasi 200 braccianti il 4 luglio hanno “occupato” la basilica di San Nicola, la cattedrale di Bari. Hanno scelto una chiesa perché, come ha detto uno di loro: “è l’unico luogo di questa città dove la nostra vita vale ancora qualcosa. Per lo Stato non esistiamo: esistono le nostre braccia quando c’è da raccogliere il pomodoro, e spariscono i nostri corpi quando c’è da darci un tetto, un documento, un nome”. “Da qui non ce ne andiamo - aggiunge un altro lavoratore - finché il presidente della Regione Puglia Decaro e il governo Meloni non daranno un segnale chiaro e concreto: soluzioni vere contro le baracche, subito, e documenti per tutti. Non parole, non tavoli, non promesse. Atti”.
Provengono quasi tutti dall'Africa sub sahariana, una buona parte di loro risiede, o meglio, è accampata nel ghetto di Torretta Antonacci, la baraccopoli nel cuore della Capitanata, in provincia di Foggia, tra San Severo, Manfredonia, Cerignola e Orta Nova, il vecchio granaio d’Italia, che adesso è coltivato prevalentemente ad ortaggi, dove il lavoro in campagna non manca tutto l’anno. Specialmente tra metà luglio e settembre, quando gli oltre 3.500 produttori della provincia coltivano mediamente oltre 17mila ettari di pomodoro, raccogliendone 20 milioni di quintali. È il 40% del pomodoro italiano, stando ai dati diffusi da Coldiretti nel 2024.
Dopo il rogo divampato nel 2017, il villaggio si è sdoppiato: da una parte quello che è rimasto del vero è proprio ghetto di Rignano, in parte ricostruito con le lamiere e privo di tutto, e appunto Torrette, a poca distanza, dove la Regione Puglia ha messo a disposizione dei container, arriva l'energia elettrica e, insufficiente e a intermittenza, l'acqua. In entrambi i casi un inferno per chi si spacca la schiena nei campi a 40 gradi, come denunciano i braccianti. “Moriamo letteralmente di caldo e di fatica sotto il sole, ora dopo ora, cassone dopo cassone, per raccogliere i pomodori, gli ortaggi e la frutta che finiscono sulle vostre tavole. Il cibo che mangiate passa dalle nostre mani. Il made in Italy di cui vi riempite la bocca nei convegni sta in piedi sulle nostre schiene. E noi moriamo come foglie, uno a uno, nei campi e nelle baracche. Ad aprile è morto Alagie, a gennaio Mamadou e tanti altri fratelli di estate muoiono per il caldo in estate e in inverno per il freddo”.
La rabbia è tanta, amplificata dal fallimento del progetto di bonifica dell’area. Si tratta di uno dei tanti piani di finanziamento del Pnrr che sono saltati per colpa di ritardi e rimodulazioni. Il 30 giugno è scaduto il tempo e sono andati persi per sempre i 30 milioni di euro stanziati per Torretta Antonacci, e con esso le speranze per il superamento del più grande ghetto agricolo della Capitanata. E non è stata la sfortuna, non è stata la burocrazia. Torretta Antonacci non è arrivata “in ritardo” alla scadenza.
I braccianti denunciano le colpe delle istituzioni: “il commissario straordinario ammetteva davanti alla Corte dei Conti che i tempi non c’erano più. La Corte dei Conti aveva segnalato San Severo tra i casi critici d’Italia: cronoprogrammi impossibili, convenzioni mai firmate, cantieri mai aperti. Quattro anni di riunioni in Prefettura, tavoli tecnici, commissari, passerelle e fotografie. Risultato: zero alloggi, zero dignità, 30 milioni in fumo. Governo, Regione, Prefettura e Comune hanno scelto, ciascuno per la propria parte, di lasciarci nel ghetto. Perché un bracciante senza documenti e senza casa è un bracciante in ginocchio, e un bracciante in ginocchio costa poco”.
I lavoratori hanno avvertito che la pazienza è finita, e l’occupazione della Cattedrale rappresenta solo l’inizio. “Davanti a noi c’è la stagione della raccolta del pomodoro e noi siamo pronti a fermarla: scioperi nel pieno della raccolta, presidi permanenti sotto i palazzi del potere, blocchi e manifestazioni in tutta la Capitanata. Il cibo arriva sulle vostre tavole grazie alle nostre braccia: ricordatevi che quelle braccia possono fermarsi”. Dopo circa cinque ore di occupazione, con l’arrivo del sindaco di Bari che ha ha annunciato la disponibilità del presidente a riceverli, è stata sgomberata la basilica, a cui ha fatto seguito un corteo fino alla sede della Regione Puglia. Una delegazione dei braccianti agricoli, sostenuti dal sindacato Usb, è salita nel palazzo e ha incontrato il presidente Decaro, al quale hanno rivolto le loro richieste e strappando la promessa di prendersi carico di tre questioni.
Uno: l’acqua, subito. Il presidente si è impegnato ad affrontare e risolvere in tempi rapidi il ripristino dei serbatoi di Torretta Antonacci e, soprattutto, a potenziare la frequenza di riempimento, rendendola almeno giornaliera. Perché a 40 gradi l’acqua finisce immediatamente, e duemila persone si azzuffano per riempire una tanica d’acqua.
Due: il presidente Decaro si è impegnato a venire a Torretta Antonacci, per rendersi conto di persona della situazione disastrosa in cui vivono duemila braccianti e di come sono stati indegnamente buttati dalla finestra i 30 milioni del PNRR che dovevano risolvere questo problema. Non in visita di cortesia, ma per camminare tra le baracche, toccare le lamiere roventi, vedere i serbatoi vuoti. E per uscirne con un impegno di reinvestimento: quei 30 milioni persi vanno rimessi sul tavolo con fondi veri.
Tre: i documenti. Il presidente si è impegnato a convocare un momento di confronto, a partire dai governatori delle regioni del Sud, dove il problema del bracciantato migrante è più sentito, per avviare una pressione comune sul Governo e sul Ministero per il rilascio dei permessi di soggiorno e per una forma di stabilizzazione dei lavoratori. Per i braccianti “È il punto decisivo”.
 

22 luglio 2026