L'oscuro caso Ranucci-Lavitola
Il conduttore di Report deve spiegare la “fraterna amicizia” col pregiudicato e faccendiere. Lo stesso devono fare Mieli e Cappellini per quanto riguarda l'invito rivolto a Lavitola sul sondaggio circa un'eventuale candidatura elettorale come leader del “campo largo”
Mentre gli inquirenti lavoravano alacremente per scoprire i responsabili dell'attentato dinamitardo che il 16 ottobre 2025 fece saltare in aria le auto e il cancello di casa del conduttore di Report, Sigfrido Ranucci; il presunto mandante, Valter Lavitola, pluripregiudicato, faccendiere di lungo corso legato ai servizi segreti, ex direttore ed editore de l'Avanti, imprenditore e ex craxiano poi passato al servizio di Berlusconi, lavorava altrettanto alacremente al lancio della candidatura a premier del “campo largo” della “vittima” Ranucci.
È questo l’inquietante scenario che emerge dalle indagini condotte dalla Direzione distrettuale antimafia che tra il 4 e il 6 luglio insieme al Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Roma e Frascati hanno fermato Lavitola, lo hanno sottoposto a una perquisizione domiciliare d'urgenza, gli hanno sequestrato pc e telefoni cellulari e lo hanno incriminato per concorso in tentata strage, uso di esplosivi, danneggiamento e minacce aggravate dal metodo mafioso contro l' “amico fraterno” Sigfrido Ranucci.
La svolta nelle indagini arriva a maggio scorso quando gli inquirenti cominciano a sospettare Lavitola come il mandante dell'attentato che ha affidato al suo factotum camerunense Gomes Clesio Tavares il compito di reperire l'esplosivo e reclutare gli altri tre esecutori materiali dell’attentato arrestati il 30 giugno e accusati a vario titolo di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, il tutto con l'aggravante del metodo mafioso.
Gli investigatori intercettano uno sfogo telefonico di Gelsomina Tuorto, compagna di Clesio Tavares e figlia di Pasquale Tuorto, l’uomo a cui era intestata la Renault Megane con cui i presunti bombaroli hanno svolto il sopralluogo a casa Ranucci e raddrizzano le antenne quando la intercettata cita il nome di Valter individuato come “il datore di lavoro” di Tavares. Nella rubrica di Tuorto gli inquirenti trovano annotato tale “Walter L” a cui è associato il numero di telefono intestato al ristorante-pescheria “Cefalù” di Lavitola.
Si scopre inoltre che Tavares e Lavitola si sentono spesso al telefono e che tra maggio 2024 e aprile 2026 il camerunense è presente ben 51 volte nella Capitale, di cui 36 volte nel quartiere Monteverde, dove vive e lavora Lavitola.
Scandagliando i contatti dei vari soggetti intercettati, fra cui la compagna di Ranucci, i carabinieri scoprono anche la “fraterna amicizia” fra Lavitola e Ranucci.
In una nota informativa il comando del nucleo investigativo dei carabinieri di Roma e Frascati indicano che “Lavitola risulta ricoprire nella vicenda un ruolo di singolare importanza investigativa che necessita dell’approfondimento evidenziato nella presente richiesta” e nel giro di un mese Lavitola finisce indagato a piede libero in qualità di presunto mandante dell’attentato.
A confermarlo ci sono anche i versamenti in denaro di Lavitola a favore di Tavares e la cena nel ristorante romano di Lavitola pochi giorni dopo la bomba, con ospite d’onore Ranucci che, secondo gli inquirenti, è stata organizzata appositamente per coinvolgere i dirigenti di Urban vision, media company specializzata nella pubblicità sui cantieri di restauri artistici, nel maxi-affare dei carbon credit.
Tavares infatti è anche l'uomo che per conto di Lavitola segue in Camerun il maxi-affare da 1,3 miliardi di euro all’anno che consiste nel piazzare i crediti di carbonio prodotti da 5 milioni di ettari di terreni arborei ad aziende in giro per il mondo che devono compensare le emissioni inquinanti dei loro impianti.
A conferma dell'ipotesi investigativa secondo la quale l'attentato doveva spianare la strada per la discesa in campo di Ranucci alle prossime elezioni politiche facendolo passare come “vittima” dei “poteri forti” e delle mafie a cui ha più volte pestato i piedi con le sue inchieste giornalistiche per “accrescere la sua visibilità”, c'è anche il sondaggio suggerito a Lavitola dal vicedirettore di “Repubblica”, Stefano Cappellini, e dall’ex direttore del “Corriere della Sera”, Paolo Mieli, per “pesare” le possibilità di successo di una candidatura elettorale di Ranucci.
“Sì, è vero. Sono stato contattato a marzo da Lavitola, che avevo conosciuto due anni fa per un’intervista – ha ammesso Cappellini - Mi ha detto di un sondaggio americano che accreditava di grandi possibilità di vittoria questa personalità pronta a scendere in campo per guidare il centrosinistra. Non mi volle dire chi era e mi ha chiesto dei suggerimenti su come impostare un sondaggio sul suo gradimento. A quel punto per curiosità giornalistica, sperando di mettere le mani su una notizia prima degli altri, gli ho dato qualche indicazione, sì. Anche se la storia del sondaggio americano non mi ha convinto del tutto... Io ho saputo che era lui il candidato misterioso soltanto un paio di mesi dopo. Mi disse che era Ranucci e conoscendo il loro rapporto di amicizia mi è sembrata una baracconata. Tanto è vero che gli ho risposto, letteralmente, che era ‘una follia’. Comunque ha insistito e ancora la settimana scorsa, dopo gli arresti del 30 giugno dei presunti esecutori materiali bomba, mi ha chiesto se era il caso di fermare un secondo giro di interviste per il sondaggio per evitare che fosse falsato dalle notizie di cronaca. Gli ho detto di sì e il discorso si è chiuso così”.
Mentre l'altro suggeritore del sondaggio, Paolo Mieli, ha precisato che a differenza di Cappellini “non ho mai saputo l’identità del candidato”.
Alla formulazione del sondaggio per la sua candidatura ha collaborato lo stesso Ranucci che su invito di Lavitola ha lavorato alla preparazione del formulario. Il conduttore ha confermato che “l'amico fraterno” indagato gli ha dato il questionario da correggere: “Mi ha mandato da sistemare una griglia di domande che era stata scritta da altre persone. Dopodiché io non gli ho mai detto che sarei sceso in politica, anzi l’ho negato anche con un importante avvocato che poco tempo fa mi aveva contattato per propormelo”.
A domanda: perché si è impegnato a mettere a punto il questionario visto che non era interessato a candidarsi? La risposta di Ranucci è a dir poco imbarazzante: “Perché Lavitola mi ha detto che l’avevano preparato altri due giornalisti importanti. Ho il messaggio conservato. Me l’ha chiesto 10.000 volte e, alla fine, l’ho fatto, ma ci ho messo parecchio tempo per completare il lavoro”.
Insomma Ranucci cerca in tutti i modi di liquidare la faccenda relativa a una sua candidatura politica come una proposta campata in aria e, a chi gli chiede: come mai non ha bloccato sul nascere l'iniziativa elettorale di Lavitola per suo conto? Risponde: “Non aveva bisogno che lo scoraggiassi. Sapeva bene che non mi sarei candidato”.
Allo stesso modo anche Lavitola ora cerca di fare il pesce in barile e, pur confermando in più occasioni la storia dei sondaggi per tirare la volata elettorale a Ranucci tanto da organizzare perfino una colletta tra conoscenti e storici avventori del suo ristorante-pescheria a Monteverde Vecchio (Roma), fra cui molti giornalisti, magistrati e alti prelati, per raccogliere i soldi necessari per pagare la somministrazione del test di gradimento su Ranucci, si ostina a fare scena muta davanti ai magistrati sui motivi che sono alla base dell'attentato dinamitardo.
Invece di chiarire tutto davanti agli inquirenti, Lavitola continua a rilasciare interviste a raffica per lanciare messaggi a tutti i suoi accoliti. Conferma la storia di amicizia col cronista di Report ospite abituale del suo ristorante ma soprattutto manda a dire a Ranucci che se ha dubbi su di lui “gli sputa in faccia”. Ammette di essere “una fonte del programma” di Ranucci e che in virtù del loro rapporto di amicizia aveva ricevuto “alcune dritte sul carbon credit”. Non nasconde che: “il mio factotum in Camerun” è Gomes Clesio Tavares.
Lavitola insomma parla tanto con la stampa ma si guarda molto bene dal rivelare agli inquirenti perché ed eventualmente per conto di chi ha agito.
Mentre Ranucci che dal canto suo gli regge la parte perché “Valter è un amico vero” che “non avrebbe mai voluto farmi del male” racconta che il rapporto professionale con Lavitola nasce “sui Canadair, sulla famiglia Berlusconi” e poi diventa personale nel 2019, quando Lavitola riceve consigli anche dalla figlia di Ranucci, che segue casi di persone fragili. Da lì in poi il rapporto diventa “quotidiano, settimanale, familiare... È venuto a casa mia, ha mangiato coi miei figli due volte”. Per questo Ranucci sostiene che Lavitola non avrebbe mai voluto fargli del male e avanza l'ipotesi secondo cui Lavitola sia stato il braccio, non la mente, di un’operazione per “far detonare la mia reputazione”.
Insomma Ranucci dice molto ma evita di chiarire i veri motivi che sono alla base della “fraterna amicizia” con Lavitola e soprattutto non dice per conto di chi avrebbe agito il faccendiere romano pluripregiudicato.
Un'amicizia che probabilmente risale alla metà degli anni Novanta quando Lavitola era l'editore del quotidiano “L'Avanti!”, testata in cui lavorava come coordinatore Fabio Ranucci, fratello di Sigfrido. Inoltre, nel 2019 Report si era occupato delle passate vicende giudiziarie di Lavitola, ma i due hanno continuato a incontrarsi cordialmente a cena anche in tempi successivi tra cui la famigerata cena dell'ottobre 2023 presso il ristorante di Lavitola in compagnia di un monsignore ripresa da un cronista e pubblicata da “il Riformista” suscitando le ire del prelato che se la prese l’ex premier Matteo Renzi inviandogli un sms di fuoco e i tentativi di Ranucci di minimizzare definendo la frequentazione di Lavitola un normale rapporto tra un “cronista e una brutta persona per fini d'inchiesta”.
Le carte e le verifiche investigative dimostrano invece una profonda confidenza fra i due come peraltro emerge anche dai registri di ingresso alla Rai, acquisiti agli atti dell'inchiesta, dove Lavitola si recava regolarmente fin dal 2019 per incontrare Ranucci.
Gli stessi chiarimenti li devono dare anche Mieli e Cappellini per quanto riguarda l'invito rivolto a Lavitola sul sondaggio circa un'eventuale candidatura elettorale come leader del “campo largo” svelando i nomi di chi e perché è stato commissionato il sondaggio.
Intanto, in attesa di chiarimenti sui tanti interrogativi che ancora avvolgono l'oscuro caso Ranucci-Lavitola, il governo di Mussolini in gonnella Meloni ha colto subito la palla al balzo per “sospendere cautelativamente” la messa in onda delle repliche di Report previste durante l'estate, preludio alla chiusura definitiva del programma che alla fine potrebbe rivelarsi il movente principale di tutta questa oscura vicenda. Mentre i neofascisti al governo gongolano per aver messo il bavaglio a una trasmissione scomoda come Report
nota per le sue numerose inchieste sui dirigenti del partito di Giorgia Meloni, dal padre della premier al presidente del Senato Ignazio La Russa giù giù fino a parlamentari e amministratori legati a doppio filo con le organizzazioni neofasciste.
22 luglio 2026