Genova
Per il crollo del Ponte Morandi condannato a 12 anni l’ex ad ASPI Castellucci
Il pericolo del crollo era noto da 30 anni
Dal corrispondente di Genova de “Il Bolscevico”
Era il 14 agosto del 2018, ed era di martedì. E alle ore 11 e 36, nella nebbia di una giornata di pioggia, 43 persone che percorrevano, per recarsi al lavoro o per andare in vacanza, con le proprie autovetture il Ponte Morandi a Genova, a causa di una colpevole e decennale incuria, hanno perso la vita trascinando, di conseguenza, nella disperazione le proprie famiglie. Quel crollo, e questo è stato stabilito da qualsiasi individuo con un minimo di raziocinio, non è stata una terribile fatalità, o un errore di calcolo compiuto al momento della progettazione. Al contrario quel crollo lo si deve collocare all’interno dell’inevitabile logica di quelle leggi che dirigono e governano il sistema di produzione capitalistico, della privatizzazione dei beni pubblici e la sottomissione dello Stato borghese agli interessi dei privilegi del mondo finanziario.
La gestione del Ponte Morandi da parte di Autostrade per l’Italia (ASPI) - in precedenza queste gestioni erano controllate da Atlantia della famiglia Benetton - rappresenta la natura dell’accumulazione capitalistica nella fase del capitalismo monopolistico di Stato. Le infrastrutture edificate tramite lo sfruttamento della classe operaia e finanziate con le tasse pagate dalla collettività, sono state svendute al capitale privato. Come era, ed è, nella sua perversa natura, la gestione privata ha trascurato l’aspetto fondamentale dell’efficienza sociale, puntando piuttosto alla trasformazione di un servizio pubblico in un carrozzone da rendita parassitaria. Per innalzare i dividendi degli azionisti, i quali pretendevano risultati economici, il capitale (ASPI) ha tagliato sistematicamente le spese vive, comprese, e soprattutto, quelle che riguardavano la sicurezza: nell’ottica del sistema di produzione capitalistico la sicurezza è una voce che comprime il profitto, per cui è un costo che va ridotto ai minimi termini.
Il disinteresse, a queste problematiche, delle istituzioni borghesi, che ha preceduto il crollo del Ponte Morandi (ma di queste realtà è pieno il mondo capitalistico), dimostra la validità della tesi leninista espressa in Stato e Rivoluzione
; lo Stato non è un arbitro neutrale, ma il comitato d’affari della borghesia. E d’altronde non potrebbe essere altrimenti, poiché essendo al suo servizio, la burocrazia statale agendo da scudo protettivo, e ignorando i ripetuti allarmi di possibili crolli che giungevano da diversi esperti del settore, ha garantito al grande capitale la possibilità di non interrompere il traffico autostradale poiché avrebbe significato una grossa perdita economica per le società finanziarie che ne detenevano la proprietà.
Ma nel crollo del Ponte Morandi ci sono stati 43 morti, e lo Stato borghese, che deve dare di sé l’immagine di chi interviene in difesa di chi subisce un torto e di essere un attore super partes
, doveva istituire un processo e indicare, all’attenzione dell’opinione pubblica, i diretti “responsabili”. Il sistema giudiziario borghese per sua natura tende a portare alla sbarra singoli dirigenti occultando le responsabilità del sistema economico stesso che ha imposto quelle logiche operative. Ecco che allora il colpevole non poteva che essere individuato nell’ex ad Giovanni Castellucci, il quale a conclusione di un maxiprocesso durato ben otto anni è stato condannato a 12 anni di reclusione (il tizio soggiornava già in carcere; condanna viadotto Acqualonga). Altre condanne sono state comminate a Michele Donferri Mitelli, ex direttore manutenzione, 11 anni, a Paolo Berto e Antonino Galata 5 anni e 6 mesi, e Mauro Coletta, ex direttore del ministero delle Infrastrutture 5 anni.
E chi nella realtà è davvero il responsabile? E chi in un certo senso è il mandante? Tuttavia, la borghesia non si pone sul banco degli imputati, non mette in dubbio e in giudizio la propria esistenza. Nella sua perversa logica essa stabilisce sanzioni, condanne, persino i risarcimenti vengono calcolati dal capitale come “rischi d’impresa”. La vita di 43 uccisi dal crollo del ponte viene mercificata, mentre i reali responsabili che sono i proprietari dei monopoli finanziari rimangono sostanzialmente impuniti e mantengono i propri patrimoni intatti.
In conclusione, il disastro del Ponte Morandi non è stato un caso di “cattiva gestione individuale” (come si è voluto fare emergere nel dibattimento processuale) ma il termometro di un sistema economico che per sua natura è criminale. La soluzione pertanto non può risiedere in una migliore regolamentazione o in concessioni o nel rilascio di licenze stabilite da direttive più severe, ma nell’espropriazione senza indennizzo delle infrastrutture, dell’industria privata, nella loro socializzazione e nella pianificazione centralizzata sotto il controllo del proletariato e delle masse popolari.
9 settembre 2026