Per comprendere la storia e la linea del PMLI e la militanza marxista-leninista, bisogna leggere i rapporti di Scuderi ai cinque Congressi nazionali del PMLI
di Marty
Il Segretario del Comitato provinciale di Napoli, nel quadro del programma per la sua formazione, ha chiesto al compagno Marty, studente universitario da undici mesi membro del PMLI, di leggere e commentare i rapporti che il Segretario generale e Maestro del PMLI compagno Giovanni Scuderi ha tenuto ai cinque Congressi nazionali del PMLI.
Qui di seguito pubblichiamo l'elaborato del compagno Marty, che mostra di aver assimilato in una certa misura la storia e la linea del PMLI. Tutti i membri del Partito dovrebbero seguire il suo esempio, specialmente le compagne e i compagni che non hanno vissuto l'importante e straordinaria esperienza dei suddetti Congressi del PMLI. Il nostro auspicio è che anche le fautrici e i fautori del socialismo affrontino la stessa lettura per conoscere la storia e la linea del PMLI. La confrontino con quella dei partiti che si definiscono comunisti e ne traggano le dovute e doverose conseguenze politiche e organizzative.
Il compagno Marty ne ha fatta di strada a livello ideologico e politico, della trasformazione della propria concezione del mondo e della conoscenza della storia e della linea del PMLI. Non è più il compagno di quando l'abbiamo conosciuto, ancora non interamente spogliato delle idee, dell'atteggiamento e dello stile di lavoro della precedente esperienza politica.
È cosciente che deve fare ancora altra strada per approfondire la linea del PMLI, in particolare quella della politica estera e interna, dell'istruzione e studentesca e del fronte unito. Affinché sul piano operativo e organizzativo le sue azioni siano completamente coerenti con gli insegnamenti del PMLI.
Egli ha tutti i “numeri” per diventare una grande e potente forza rossa a Napoli, in Campania, e non solo. Purché sappia unire dialetticamente studio e azione. Uno studio approfondito mirato all'azione, un'azione tatticamente intelligente mirata ad attirare il consenso del proletariato, delle masse femminili e giovanili, disoccupate e pensionate al PMLI, e a conquistare nuovi militanti, simpatizzanti, alleati e amici al Partito, soprattutto giovanili.
Tenendo a mente ciò che ha detto il compagno Scuderi nella Dichiarazione rilasciata a termine della storica Commemorazione di Mao, e cioè:
“Che i militanti più giovani del Partito si preparino con lo studio, la partecipazione piena alla lotta di classe, assimilando l'esperienza delle compagne e dei compagni più anziani per prenderne il posto, a tutti i livelli, man mano che ci verranno a mancare”.
Una lettura attenta dei rapporti congressuali dati dal compagno Segretario generale Giovanni Scuderi permette di comprendere la storia e la linea del PMLI, dalle origini fino alla realtà attuale del regime capitalista neofascista amministrato dal governo neofascista Meloni, Mussolini in gonnella, e della necessità di abbatterlo con ogni mezzo possibile, pacifico o violento di massa, ovverosia con il consenso e la partecipazione attiva del proletariato e delle masse popolari e senza alcun gesto sfrontato, improvvisato o per definizione avventurista che rischierebbe di non torcere alcun capello al capitalismo ma, invece, di rafforzarlo.
La storia del PMLI e la linea dei primi tre congressi
La storia del PMLI come tracciata da Scuderi nel rapporto congressuale del III Congresso, nel 1985, permette di comprendere i diversi passi che hanno portato alla fondazione e all’edificazione del partito del proletariato, alla sua strategia sul breve, medio e lungo termine e alla sua tattica politica, che è certamente aggiornata negli anni per meglio adattarsi alle condizioni storiche e materiali del momento.
Da piccola fiammella nata nel marasma accidentato causato dai revisionisti e dalla borghesia, che crearono un oceano confuso di sigle, organizzazioni e piccoli partiti sedicenti “marxisti-leninisti”, ma nei fatti revisionisti, trotzkisti o comunque controllati dalla borghesia, dai suoi partiti e in certi casi anche dai servizi segreti, il PMLI già solo nei suoi primi 20 anni di storia, considerando anche i primi 10 anni di preparazione del partito (1967-77), è riuscito ad affermarsi come soggetto politico indistruttibile e incorruttibile: né gli iniziali sacrifici economici nell’apertura della prima sede e nella produzione del materiale come manifesti e volantini, né la persecuzione poliziesca e giudiziaria delle istituzioni borghesi e nemmeno gli attacchi squadristi provenienti dalle già citate realtà di falsi “marxisti-leninisti” e soprattutto del PCI revisionista furono in grado di soffocare la sua nascita e il suo rapporto con le masse, così come non riuscirono a impedire al PMLI di avviare una corrispondenza e dei rapporti diplomatici con altri partiti e movimenti marxisti-leninisti del mondo, come è stato il caso del Partito Comunista (Marxista-Leninista) di Panama, del Partito Comunista Greco (Marxista-Leninista), finanche col Partito Comunista del Kampuchea di Pol Pot, con il quale vi è stata una corrispondenza privilegiata unica al mondo.
La linea tracciata nei primi tre Congressi è fondamentale per comprendere la direzione in cui i marxisti-leninisti devono muoversi per giungere al socialismo nel nostro Paese, a partire dalla novità dell’astensionismo elettorale tattico, ben distinto dall’astensionismo di principio applicato fino ad allora in Italia solo da frazioni ultrasinistre, codiste e in ultima istanza marginali per il movimento operaio, come i bordighisti o gli anarchici, in quanto da riconoscersi come un approccio all’elettoralismo borghese basato su un’analisi scientifica e concreta della situazione effettiva presentatasi nel nostro Paese a seguito delle grandi lotte del ‘68 che non ha potuto che giungere alla conclusione per cui la partecipazione all’elettoralismo borghese del proletariato e delle masse sarebbe sempre più diminuita man mano che questi si sarebbe smascherato come uno strumento inefficace per poter far valere le proprie rivendicazioni, ponendo quindi la priorità sul lavoro di massa sui territori, che si tratti di stabilimenti, fabbriche, aziende, scuole, università, quartieri, di modo da poter costruire tramite il fronte unito delle strategie per poter esaudire i bisogni immediati e a breve termine delle masse, per poterle allontanare quindi dalle sirene della borghesia, come il già citato elettoralismo borghese, e trasferirle sul terreno del socialismo e del potere politico al proletariato.
Un altro elemento fondamentale per giungere a questo scopo è dato dalla necessità di costituire le istituzioni rappresentative delle masse, ossia le Assemblee popolari locali e Comitati popolari locali, i quali a loro volta serviranno a poter costituire i Comitati popolari regionali ed infine quello nazionale, formando così un circuito democratico popolare alternativo alle istituzioni rappresentative borghesi.
Questi organismi devono fondarsi sulla base della democrazia diretta e vi possono partecipare tutti coloro che hanno compiuto i 14 anni di età, indipendentemente dal sesso, credo religioso o provenienza, purché siano anticapitalisti, antifascisti e favorevoli al socialismo.
Il proletariato non può vincere da solo; di qui la necessità data nel programma del PMLI della costituzione del Fronte unito rivoluzionario, del quale devono far parte tutte le forze politiche, sociali, sindacali, culturali e religiose che sono disposte a fare la rivoluzione proletaria, e dell’Esercito Rosso, che si deve costituire soprattutto di operai e contadini e che può nascere dalla graduale integrazione di forze locali operaie di autodifesa.
Tutti questi elementi, uniti ad un’applicazione coerente del centralismo democratico, assente in tutti i partiti della “sinistra” borghese comunque denominati, sono sicuramente una delle caratteristiche fondamentali utili a individuare l’unicità, e quindi l’autenticità, del PMLI come partito autenticamente rivoluzionario e marxista-leninista, quindi fautore del socialismo e del potere politico del proletariato.
Il PMLI non nasce da una scissione interna ad un già esistente partito del movimento operaio, ma dalla libera scelta dei suoi primi quattro Pionieri di origine cattolica, i quali erano alla primissima esperienza politica e non provenivano affatto da partiti politici già affermati presso il proletariato in Italia come il PCI revisionista o il PSI socialdemocratico e riformista; l’unico ad avere avuto un’esperienza politica pregressa è stato Scuderi nel suo breve periodo iniziale nella sinistra della DC, prima di apprendere il marxismo-leninismo e il socialismo sotto l'influenza del pensiero di Mao e della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria in Cina.
Anche questo dato, indubbiamente unico e particolare nella storia non solo del movimento operaio in Italia, ma di tutto il mondo, è un elemento importante per comprendere la natura del PMLI e i motivi della sua “resistenza” nei decenni dai tempi della sua formazione ad oggi: i fondatori e i primi pionieri del PMLI non avevamo ambizioni politiche carrieristiche in quello che facevano e, anzi, avrebbero sicuramente potuto giungere a migliori opportunità di “carriera politica” se avessero deciso di seguire in modo codista e capitolardo i partiti borghesi e revisionisti che in quel momento storico avevano la maggioranza relativa e godevano di ampio credito presso le masse operaie; sicuramente non avrebbero subito la già citata persecuzione poliziesca e giudiziaria iniziale, gli attacchi, anche fisici, da altre forze di “sinistra” (tutte oggi scomparse o integrate appieno nei ranghi della borghesia e delle istituzioni) e in seguito il black-out mediatico e censorio che il nostro Partito subisce tutt’oggi, nonostante sia presente nelle piazze d’Italia dove si lotta per le rivendicazioni democratiche e antifasciste prioritarie e del momento almeno una bandiera del PMLI.
Se questo serve a smentire le accuse che il nostro Partito riceve tutt’oggi da parte di tutto il cosiddetto “spettro politico”, dalla destra alla “sinistra” borghese passando per i neorevisionisti, i trotzkisti e altre sottocategorie di falsi comunisti, ovverosia di essere un’organizzazione “prezzolata” da altri (cosa che avveniva già negli anni ‘70 e '80, quando il PCI aveva accusato e vilipeso il PMLI definendolo come un prodotto dei “servizi segreti del Vaticano”), è utile anche a comprendere che solo seguendo una linea coerente, corretta e autenticamente marxista-leninista si può sopravvivere politicamente e fare “scuola”, evitando scissioni, transfughe o auto-liquidazioni, come è avvenuto squallidamente per il PCI con la svolta della Bolognina nel 1991 e la trasformazione definitiva da partito revisionista a partito della “sinistra” borghese e del regime capitalista neofascista sotto il nuovo nome di PDS-DS, fino a fondersi con i resti della DC e dare vita al PD.
I primi tre Congressi nazionali, come citato in precedenza, servono a comprendere la strategia marxista-leninista per la lotta per il socialismo e il potere politico del proletariato. Il quarto Congresso, invece, serve a comprendere in che modo si possa costruire un forte e radicato partito tra le masse.
Il quarto Congresso e la necessità di costruire un forte e radicato PMLI
Se i primi tre Congressi si sono svolti in una situazione nazionale ed internazionale pienamente interna alla “Guerra fredda” e alla contrapposizione tra il blocco guidato dagli Stati Uniti imperialisti da un lato e quello guidato dall’URSS socialimperialista e revisionista, che ha avuto un evidente ripiegamento in Italia con la cosiddetta “strategia della tensione”, con lo stragismo, il golpismo e il terrorismo nero prima e poi con il terrorismo “rosso” (in realtà nero e costituito di elementi reazionari e dei servizi segreti allo scopo di bruciare e sottrarre alla rivoluzione giovani e potenziali militanti) e le controriforme del “piano di rinascita democratica” e dello “schema R” della loggia massonica e fascista P2 di Licio Gelli, il quarto Congresso si apre prendendo atto della mutata situazione interna e internazionale.
In questo, il rapporto del compagno Scuderi traccia un’analisi dettagliata e inequivocabile. L’Italia, con un passaggio avvenuto relativamente in sordina e senza cambiamenti quantomeno nominali nelle istituzioni, è passata da una prima repubblica democratico-borghese e formalmente antifascista (sebbene tali premesse siano state tradite fin da subito quando è stato permesso al MSI, cioè il partito fascista del dopoguerra del fucilatore di partigiani Almirante, di sedersi in parlamento), guidata perlopiù dalla DC e da altri partiti in coalizione con essa (tra cui il PSI e, in certe fasi come quelle dei governi Andreotti I-III, anche il PCI) ad una seconda repubblica neofascista, federalista e interventista.
Tale passaggio, come già precisato, è avvenuto senza modificare o sostituire formalmente la Costituzione del 1948 (già prontamente e correttamente definita quando era in vigore nella sua forma originaria da Scuderi come un “colabrodo” e da Mao come “un insieme di frasi altisonanti” che però difendono la borghesia e la proprietà privata), che nei fatti non esiste più perché è stata modificata più volte a suon di controriforme varate dal “centro-destra” e dal “centro-sinistra”, principali forze governative della borghesia italiana in questo nuovo corso politico. La “nuova” Italia definita sulla base di queste premesse ha visto una repressione sempre più evidente del movimento operaio e delle sue rivendicazioni e persino di quelle residue libertà borghesi ancora formalmente garantite dalle leggi ordinarie. Significativo è il passaggio in cui si nota come il governo di allora (1998), il D’Alema II, per tramite dell’allora ministro per le controriforme costituzionali Amato, volesse dichiaratamente giungere alla “pace sociale”, ovverosia alla collaborazione tra le classi e alla repressione delle rivendicazioni del proletariato, del movimento operaio e persino di quei settori autenticamente progressisti della piccola e media borghesia penalizzati dalle privatizzazioni e dal neoliberismo.
Determinante è anche il modo in cui il governo di D’Alema viene inquadrato, in ampio contrasto con la definizione farlocca del PRC di Bertinotti (definito in modo sprezzante come cacasotto e trotzkista, considerato anche il modo con cui lui e il suo partito in quel momento storico turlupinavano masse di autentici comunisti) di “governo moderato”, ma piuttosto un governo organicamente di destra, come dimostrato dalla sua politica interventista, economicamente neoliberista e per le privatizzazioni, le sue alleanze politiche e sociali e i suoi atti di politica interna, prima fra tutte la tendenza sempre più evidente a ricorrere alla repressione poliziesca e alla riduzione del diritto di sciopero, in quel momento coadiuvato anche dalla CGIL a guida DS.
Anche la politica estera di quel periodo è sintomatica di questo cambiamento in senso reazionario e neofascista delle istituzioni borghesi italiane, con i primi bombardamenti e interventi militari all’estero (nello specifico nei Balcani e nell’ex Iugoslavia, ma anche in Iraq, come dimostrato dall’operazione Desert Fox) e una partecipazione sempre più evidente alle “missioni umanitarie” a trazione ONU, NATO e di altro tipo, oltre alle prime mosse volte a trasformare l’esercito in una forza professionale perfettamente integrata nell’ottica delle “missioni umanitarie” imperialiste in giro per il mondo.
Significativa è anche l’attenzione posta alla controriforma della legge elettorale, non più proporzionale pura ma sempre più verso un modello maggioritario e a dimostrare sempre più come il divario tra le istituzioni borghesi e le masse stesse già allora affermandosi e approfondendosi, così come la complicità non solo dei partiti “vecchi” della prima repubblica e “nuovi” della seconda repubblica a questo tipo di trasformazioni, ma persino dei vertici sindacali che hanno aderito ad un modello di sciopero “flessibile” che renda nei fatti sempre più inefficace e inapplicabile il diritto allo sciopero come garantito formalmente persino dalla costituzione e dalle leggi ordinarie.
Importante è anche l’analisi dei sindacati, che sono diventati sempre più, almeno per quanto concerne i vertici, degli organi conniventi con la politica borghese e quindi le logiche padronali (arrivando persino a cambiare linguaggio e a parlare come i borghesi), notando inoltre come le ore di sciopero, che raggiungevano i 200-300 milioni annui negli anni delle grandi contestazioni operaie, studentesche e di massa degli anni '60 e '70, si siano drasticamente ridotte in quel momento storico ad un numero inferiore alle 10mila ore di sciopero annue. Di fronte a questa situazione, la linea marxista-leninista sui sindacati, da approfondire in seguito, è significativa e illuminante per le nostre necessità di lotta.
Anche la situazione descritta per quanto riguarda i salari, le pensioni sociali e minime e la questione abitativa degli anni del quarto congresso è desolante, specie considerando come ad oggi, nel 2026, la situazione, descrivibile negli stessi termini ad eccezione dei numeri, è drasticamente peggiorata sotto ogni punto di vista, un altro punto su cui è importante approfondire più avanti.
Il quadro analitico del Mezzogiorno è forse uno dei più cupi tracciati nel rapporto congressuale, dove si analizza la voluta e intenzionale negligenza istituzionale per quanto concerne il sottosviluppo del Meridione, che si ritrovava allora (e si ritrova ancora di più oggi) in condizioni precarie e miserevoli, con servizi essenziali come istruzione, trasporti e sanità quasi al collasso o a malapena funzionanti, e questo per quanto concerne le aree che si trovano in una situazione “migliore”, ovverosia le principali città (per esempio Napoli e Palermo) e le relative aree metropolitane adiacenti, mentre per quanto riguarda le province più sperdute la situazione resta sostanzialmente invariata rispetto al 1861, anno dell’unificazione italiana, ovverosia un territorio esposto a disastri naturali quali frane, terremoti e alluvioni senza che vi siano una protezione civile e dei piani di ricostruzione adeguati e immuni a infiltrazioni da parte della mafia e della camorra, o ancora dei “pescecani” capitalisti locali, e della relativa speculazione. Il meridione, privo di aziende pubbliche come il Centro-Nord, si trova in una situazione economica che lo rende nei fatti un’appendice o comunque un “prolungamento” dell’Italia verso l’Africa, una “zavorra” utile eventualmente solo come “fabbrica” di manodopera a basso costo per il lavoro precario e nero e per la speculazione assistenzialistica per quanto concerne la disoccupazione, oltre che per investire e speculare e quindi arricchire le tasche delle già citate mafia, camorra e pescecani capitalisti locali, una situazione che oggi, con l’istituzione della cosiddetta “Zona Economica Speciale del Mezzogiorno”, non può che essere sensibilmente peggiorata sotto ogni punto di vista.
Considerato tutto ciò, il rapporto al quarto Congresso nazionale del 1998 procede ribadendo che solo il socialismo come già esplicato da Marx ed Engels ed applicato da Lenin, Stalin e Mao può porre un rimedio per tutte le diseguaglianze e le contraddizioni descritte fino a questo punto. Fondamentale per queste considerazioni è l’analisi del proletariato italiano in quel momento storico, per certi versi applicabile anche a questo momento storico: 100 anni e più di revisionismo hanno diseducato il proletariato italiano, portandolo a lottare come una classe in sé, ovverosia di fatto, ma non come una classe per sé, cioè consapevole di sé stessa e delle proprie rivendicazioni e necessità, una consapevolezza che spetta ai marxisti-leninisti riportare e rendere di nuovo attuale e contemporanea.
In virtù di questi obiettivi, il rapporto prosegue ribadendo la necessita dei marxisti-leninisti di non stancarsi mai di stare all’opposizione fintanto che il capitalismo resterà al potere, perché è l’unica posizione politica in cui possiamo agire in modo coerente per far valere le nostre rivendicazioni e i nostri obiettivi, sia con la tattica del fronte unito anche sulle questioni concrete immediate e i comitati unitari temporanei, sia con la propaganda e la diffusione del nostro materiale politico presso le masse; inoltre, solo all’opposizione possono maturare le condizioni soggettive e oggettive per cui si potranno creare le istituzioni rappresentative delle masse fautrici del socialismo, l’esercito rosso e il fronte unito rivoluzionario già citati nei rapporti dei tre Congressi precedenti.
Il rapporto congressuale prosegue analizzando i progressi avutisi dal precedente congresso fino alla stesura del suddetto rapporto, notando come il PMLI abbia oggettivamente subito una crescita in diverse regioni d’Italia, sia esordendo in regioni altrimenti “vergini” come la Campania, l’Emilia-Romagna e il Piemonte, che rafforzando la presenza in regioni già conosciute come la Calabria, la Toscana e la Lombardia.
Questa crescita, unita alla presenza di simpatizzanti da tutta Italia e da altrettanti abbonati al giornale di partito, ossia Il Bolscevico
, è stata certamente il frutto dell’ottimo lavoro politico che il PMLI e i suoi militanti svolsero negli anni a cavallo tra la prima e la seconda repubblica, notando come tutto ciò sia avvenuto nonostante le avversità date dalla già citata persecuzione giudiziaria (si vedano i processi del 1986 e del 1991 sulla base delle prese di posizione per quanto concerne le aggressioni imperialiste alla Libia e all’Iraq) e soprattutto nonostante le intimidazioni avvenute anche per tramite di partiti come il governista PRC di Bertinotti.
Il rapporto conclude infine analizzando i meriti storici del PMLI, primo tra tutti quello di valorizzare le figure dei cinque grandi maestri del proletariato internazionale Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao, vilipese dai revisionisti, e soprattutto di aver smascherato questi ultimi e quindi il revisionismo del PCI, individuandone la radice nelle origini con la dirigenza dapprima settaria e revisionista di “sinistra” di Bordiga e poi la dirigenza revisionista di destra di Gramsci e Togliatti; infine viene riconosciuto al PMLI il merito di aver denunciato da subito i piani per la costruzione della seconda repubblica capitalista neofascista presenti nella pianificazione eversiva della loggia P2 di Licio Gelli. A questi meriti deve seguire una crescita su tutti i livelli, aprendo le porte a quanti più aspiranti militanti e simpatizzanti possibile e mantenendo stretto il rapporto con i simpatizzanti e gli amici del PMLI, anche quando il loro ruolo sia ridotto rispetto a quello dei militanti effettivi, di modo da poter garantire anche a loro importanti responsabilità nel lavoro di massa se la situazione lo richiede.
Viene poi precisata l’importanza del centralismo democratico, che ancora una volta viene ribadito essere lo strumento chiave tramite il quale il partito marxista-leninista non avrebbe ragion d’essere, poiché stabilisce la disciplina ideologica e d’azione, medesimo discorso per la critica, l’autocritica e la metodologia di lavoro e del lavoro di massa.
L’abnegazione dei militanti deve essere presente in tutti gli ambiti del lavoro politico e sindacale, sul territorio e nei luoghi di lavoro e di studio, nel sacrificio che esso comporta e nello studio. Viene inoltre ribadito il principio secondo cui siamo tutti allievi e maestri e anche i dirigenti e i membri dell’Ufficio politico possono sbagliare, quindi la critica e l’autocritica sono strumenti fondamentali e più si è in alto più si deve essere esposti a critica e autocritica.
Il modo con cui il partito deve radicarsi è tramite il lavoro di massa e il fronte unito, che in ambito sindacale si espleta con la Corrente Sindacale di Classe.
Si conclude infine il rapporto precisando come il PMLI, nato da una riunione di 52 delegati a fronte di un PCI che possedeva allora 80mila iscritti, non possa sperare di superare appieno tale inferiorità numerica, che può essere superata solo nel tempo attraverso un duro lavoro politico e di proselitismo, senza lasciarsi intimidire dalla superiorità numerica degli altri partiti falsamente comunisti e borghesi, in particolare il PRC e il PdCI che all’epoca contavano in totale, al loro apice nel 1998, 120mila iscritti.
Il quinto Congresso e l’Italia unita, rossa e socialista
Il quinto Congresso nazionale, tenutosi nel 2008, e il relativo rapporto, tracciano la linea politica da seguire per quanto concerne l’avanzata verso il socialismo e ribadendo le parole d’ordine di Italia unita, rossa e socialista contro le politiche neofasciste della borghesia.
Il rapporto si apre notando una situazione che, nonostante le relative contraddizioni del capitalismo che causano un’oggettiva sofferenza per il proletariato e in particolare per i settori ancora più poveri di esso, il socialismo stia “tornando di moda” e il peso delle analisi di Marx e dei suoi successori sia evidente anche per le elites della borghesia, citando l’esempio del cardinale Reinhard, successore di Ratzinger a Monaco di Baviera, che ha ribadito come le analisi di Marx (e quindi per esteso lo strumento che esso ci ha fornito, il materialismo dialettico) siano uno strumento necessario per poter veramente comprendere la realtà materiale in tutte le sue contraddizioni.
Il rapporto prosegue analizzando l’allora recessione del 2008 che aveva messo letteralmente in ginocchio la finanza delle superpotenze imperialistiche e nello specifico degli USA, precisando come le “lamentele” degli iperliberisti sul modello della scuola di Vienna o di Chicago secondo cui qualsiasi intervento dello stato sia da definirsi come “socialismo” siano solo demagogia e fumo negli occhi, dato che il capitalismo si ritrova ciclicamente in crisi e recessioni dovute alla necessità stessa insita nel suo essere di accumulare capitali e quindi di provocare contraddizioni quali bolle speculative o guerre che inevitabilmente portano ad un crollo delle borse e dei guadagni, quindi le azioni degli stati capitalisti di ri-nazionalizzare le banche per “stabilizzarle” e poi renderle di nuovo private una volta rese finalmente stabili non è affatto da ritenersi come “socialismo”, quanto piuttosto il naturale meccanismo di “difesa” del capitalismo dinanzi alle crescenti crisi che esso provoca su sé stesso. L’unico modo per eliminare davvero queste contraddizioni è eliminare definitivamente il capitalismo.
Il crollo di Wall Street rappresentava già nel 2008 l’inizio della fine del predominio americano sul mondo, considerando anche come gli sarebbe rimasto solo il predominio militare (e ad oggi, visto il ritorno di fiamma della Cina socialimperialista, nemmeno quello).
Tale analisi si prolunga inoltre con delle considerazioni sulla Cina e sull’India, precisando come la Cina nei fatti detenga il potere economico anche per quanto concerne le principali banche americane e come le sue spese militari crescano per far fronte alla rivalità imperialista con gli Stati Uniti, precisando inoltre come le previsioni di allora mostrassero una Cina futura potenza mondiale seguita dagli Stati Uniti, una previsione che oggi sta diventando realtà.
La seconda parte del rapporto congressuale parte con una disamina della seconda repubblica capitalista neofascista in Italia e del ruolo di Berlusconi per rafforzarla e completarla. Se la prima Repubblica era condizionata dalla recente sconfitta del nazifascismo e quindi la destra borghese agiva nell’ombra con piani golpisti e terroristici, nei tempi attuali la borghesia può agire a volto scoperto quando proclama di erodere il diritto di sciopero, i diritti dei lavoratori, la legislazione sul lavoro, i diritti degli studenti e delle masse e persino le residue libertà borghesi garantite formalmente dalla Costituzione e dalle leggi ordinarie.
Oltre a precisare la continuità di Berlusconi sia con i piani eversivi della P2 di Licio Gelli sia con i discorsi di Mussolini e del fascismo storico, sia nei metodi repressivi, come il ricorso a squadracce fasciste per reprimere il dissenso, la repressione poliziesca e giudiziaria e la visione mussoliniana sulla libertà di stampa, la scuola, i giovani, la morale e l’etica. Le istituzioni borghesi nei tempi del regime neofascista sono completamente inaffidabili, viene citato ad esempio il caso dell’intromissione di Napolitano che, da vero e proprio monarca in continuità con i Savoia che aprirono le porte al fascismo, si intromette nelle inchieste giudiziarie dove è stato anche solo tangenzialmente coinvolto. Il governo di Berlusconi è un esecutivo che ha dato vita ad un clima di odio in Italia, caratterizzato da individualismo, classismo, disprezzo per i clochard e i “barboni”, la caccia agli omosessuali e agli immigrati, il machismo e la violenza sulle donne ed infine il bullismo nelle scuole e nei territori. Il governo Berlusconi è inoltre dichiaratamente favorevole agli interessi del clero e del Vaticano, allora guidato da un papa apertamente reazionario e intransigente quale è stato Ratzinger, che è arrivato a rifiutarsi di firmare a nome del Vaticano il documento ONU sui disabili perché non conteneva una condanna dell’aborto.
In tutto ciò, il PD allora guidato da Veltroni ha condiviso la responsabilità materiale e morale di tutte queste malefatte appena descritte nelle centinaia di giunte regionali, provinciali e comunali da esso dirette, dimostrandosi talmente necessario alla funzionalità della seconda repubblica neofascista che il quotidiano “Il Secolo d’Italia” organo del partito fascista AN lo ha sostenuto con un’intera monografia intitolata “Salviamo la sinistra”.
Le contraddizioni del capitalismo italiano si fanno sentire ancora di più con la crescita della disoccupazione e della cassa integrazione ordinaria, oltre che della cassa integrazione “straordinaria” dovuta alla chiusura di molte aziende per via della recessione del 2008 (ed oggi la situazione non è che peggiorata con la recessione post-covid e poi quella dell’attuale aggressione USA all’Iran e conseguente impennata del prezzo del petrolio e dei carburanti).
Ciononostante si è vista una rinascita dei movimenti di contestazione studentesca contro le politiche di privatizzazione della scuola di Berlusconi e dell’allora ministra Gelmini, ovviamente appoggiate dal PMLI ma con la parola d'ordine “Scuola e università governate dalle studentesse e dagli studenti” poiché gli “organi collegiali” studenteschi sono nei fatti imbelli e asserviti ai rettorati di ateneo.
Il rapporto procede poi spedito analizzando il socialismo e i diversi tipi di “socialismi” che venivano in quel momento propinati da più parti, come il “nuovo socialismo” italiano di chiara ispirazione molle, pacifista e paternalistico-cattolica, il “socialismo dei cittadini” spagnolo dell’allora premier Zapatero che aveva chiare basi riformistiche e socialdemocratiche compatibili con il capitalismo (oggi ancora visto come “modello” da alcuni con il suo ideale successore Sanchez) ed infine il “Socialismo del XXI secolo”, il più pericoloso di questi poiché all’epoca al potere in Venezuela e in diversi paesi dell’America Latina (oggi invece è perito sotto il peso delle sue stesse contraddizioni ed è nei fatti sparito oppure è mutato e ha capitolato presso gli imperialisti americani, come è stato il caso dell’Ecuador e del Venezuela più recentemente), pur essendo in realtà un amalgama perlopiù riformista di teorie diverse che spaziano dall’ultrasinistra anarchica e trotzkista al revisionismo e riformismo di ispirazione gramsciana e castrista. Viene anche considerato il “socialismo dei colori cinesi”, poco più di un paravento in Cina per giustificare il supersfruttamento e la restaurazione del capitalismo, e in Italia per giustificare da parte di certi partiti e movimenti falsi “comunisti” e neorevisionisti l’appoggio incondizionato al socialimperialismo cinese, per chiare ragioni economiche. Indipendentemente da come la si voglia considerare, il socialismo è tornato di moda, e questo è un fatto positivo per i marxisti-leninisti, sia all’epoca del rapporto congressuale che ancora di più oggi che il “Socialismo del XXI secolo” ha dimostrato la sua vera essenza capitolando definitivamente e mollando anche le premesse antimperialiste e assistenzialiste su cui si basava originariamente.
Sulla base di questa disamina, il rapporto prosegue analizzando con cura di dettagli cosa bisogna fare per poter effettivamente giungere al socialismo, cioè lottare e coinvolgere il proletariato, le masse, il semi-proletariato, i contadini poveri, il sottoproletariato (come nel caso dei disoccupati di Napoli in lotta per essere assunti come LSU) ed infine tutti quei movimenti sociali, politici, sindacali e religiosi che siano quantomeno anticapitalisti e antifascisti e siano disposti a fare fronte unito per abbattere il capitalismo. Allo stesso modo è idealistico e metafisico pensare che si possa giungere al socialismo lavorando con la borghesia nei suoi governi e la storia italiana con i governi del “centro-sinistra” e dell’“unità nazionale” lo ha dimostrato chiaramente. In una posizione di minoranza non si farebbe che “coprirli” da sinistra come hanno fatto a suo tempo il PRC e il PdCI (e come pianificano di fare movimenti e partiti di recente formazione come Potere al Popolo nei nostri giorni).
Ciononostante, il PMLI è favorevole alla legge elettorale proporzionale pura, alla partecipazione dei sedicenni alle elezioni parlamentari e dei quattordicenni alle comunali, il voto ai migranti a tutti i tipi di elezioni, chiedendo alle masse di votare per esso astenendosi. È importante precisare che sebbene il PMLI sia per l’astensionismo tattico, non esclude logicamente a priori la possibilità di partecipare alle elezioni in circostanze politiche eccezionali, sebbene la storia recente dimostri che questa possibilità è sempre più improbabile o addirittura rasenti l’impossibile.
Nel rapporto al quinto Congresso viene precisato come entrando nel PMLI bisogna abbandonare qualsivoglia residuo di pensiero borghese ed adottare una concezione del mondo coerentemente proletaria e marxista-leninista, che è il solo modo con cui trasformare se stessi e il nostro Paese. Viene inoltre ribadito quanto già detto al precedente congresso sui militanti, sui simpatizzanti e sugli amici del PMLI, sui ruoli che ciascuno di loro svolge e su come anche simpatizzanti e amici possano avere incarichi di responsabilità nel lavoro di massa e debbano essere trattati con lo stesso rispetto e la stessa stima dei militanti senza alcuna premessa o pregiudiziale gerarchica. Allo stesso modo viene ribadito che tutti e soprattutto i massimi dirigenti sono soggetti a critica e autocritica e quanto più si è in alto più ci si devono aspettare critiche e autocritiche. Gli sforzi devono concentrarsi per acquisire nuovi militanti tra i giovani e le masse femminili, approfittando del fatto che ad oggi non ci sono più i pericoli un tempo rappresentati dai gruppi terroristici e “ultrasinistri” manovrati dalla borghesia per distruggere intere masse di potenziali militanti e bruciarle prematuramente.
Viene inoltre aggiunta una precisazione importante, assente per motivi chiaramente temporali e storici nel precedente congresso, ovverosia il rapporto che bisogna avere con i nuovi mezzi di comunicazione, che sono utili ma che non possono sostituirsi alla militanza sul territorio, al volantinaggio, attacchinaggio, banchini di proselitismo e propaganda e altre importanti iniziative. Insomma privilegiare il megafono anziché la tastiera.
Perché è importante studiare la linea e i rapporti congressuali
Ho commentato i rapporti congressuali tracciati dal compagno Giovanni Scuderi perché studiare la linea del PMLI e la sua storia sono un dovere importante per ogni nuovo militante che si affacci al Partito, così come una “rinfrescata” è utile per i militanti storici.
Anzitutto, la storia del PMLI e del sacrifico materiale, economico, morale, fisico e umano che i suoi fondatori hanno fatto per portarlo avanti ed impedire che fosse fagocitato dalla borghesia è un monito e un insegnamento che nessun ostacolo è insormontabile e che, per citare Mao,
“
niente al mondo è impossibile per chi osa scalare le vette più alte”
.
I rapporti congressuali di Scuderi sono importanti anche per capire la militanza marxista-leninista e come bisogna agire sul territorio e ovunque ci troviamo a operare e nel lavoro di massa.
Infine, rilevo con piacere che i rapporti del compagno Scuderi hanno fatto chiarezza sulla natura borghese, antiproletaria e anticomunista della Costituzione italiana del '48 che, tra l'altro è stata modificata da controriforme e picconate da destra, ma anche dal “centro-sinistra”, comunque non è uno strumento utile per chi lotta per il socialismo e il potere politico al proletariato ma, anzi, è una montagna da scalare per giungere al socialismo. Quest’ultimo punto, a mio avviso, è importante e attuale, soprattutto in virtù di tutti quei partiti e movimenti falsi comunisti, neorevisionisti, trotzkisti, parlamentaristi e riformisti, alla “sinistra” del PD, ma non rappresentano concretamente forze rivoluzionarie, che hanno invece nella Costituzione la loro “Stella polare”.
In ultima istanza, solo il PMLI, per la sua storia e linea politica, la sua solidità di Partito autenticamente marxista-leninista, le sue analisi puntuali, concrete e avanzate sia della politica nazionale che internazionale, può portare l’Italia al socialismo. Chiunque lo può verificare leggendo i rapporti di Scuderi ai cinque Congressi nazionali del PMLI.
23 settembre 2026