Ciclicamente ritornano
Le falsità dei trotzkisti, in testa “Il Manifesto”, e dei riformisti su Engels parlamentarista
Vogliono far passare il cofondatore del socialismo scientifico come il precursore di Gramsci
 
È stato il convegno del 17 e 18 settembre tenutosi a Venezia presso l’Aula Mazzariol di Palazzo Malcanton Marcorà dell’’Università Ca’ Foscari, dedicato a ”Engels, l’amico geniale” organizzato dall’associazione Spazio Marx con l’apporto delle Università di Venezia, Padova, Milano Bicocca e Roma Sapienza, a dare l’occasione ai trotzkisti, revisionisti e riformisti, di riproporre la tesi falsa e antistorica di un Engels che negli ultimi anni della sua vita sarebbe passato armi e bagagli nel campo parlamentarista abbandonando la rivoluzione e il socialismo. Il sedicente “quotidiano comunista” de “_Il Manifesto” non ha perso l’occasione di buttarsi a pesce dedicando al tema una intera pagina dell’edizione del 15 settembre, a firma di Stefano Petrucciani, relatore al convegno col tema “Engels e la socialdemocrazia tedesca”, titolata significativamente “Autocritica di Engels”. Un’operazione per niente nuova, riproposta ciclicamente all’attenzione in tutto il secolo scorso ogni qualvolta gli opportunisti e falsi comunisti di ogni risma avevano bisogno di avvalorare il parlamentarismo e le elezioni borghesi in contrapposizione alla lotta di classe contro il capitalismo. E non a caso essa è stata rilanciata ora in vista della prossima campagna elettorale, per convincere i sinceri comunisti ad andare alle urne. Noi marxisti-leninisti italiani, seguaci e allievi di Engels non ci stiamo e replichiamo rivolgendoci soprattutto alle nuove generazioni, alle ragazze e ai ragazzi rivoluzionari fautori del socialismo. Così come abbiamo fatto al 5° Congresso nazionale del PMLI nel 2008, con il Rapporto presentato dal Segretario generale e Maestro del PMLI, compagno Giovanni Scuderi, con il discorso del compagno Mino Pasca, futuro Segretario generale del Partito nel centenario della nascita di Engels e col documento dell’Ufficio politico del 2020 per il bicentenario della nascita, dove abbiamo ampiamente denunciato questo falso storico. Diffidate di questi imbroglioni patentati, andate direttamente alle fonti, in questo caso gli scritti e l’opera del cofondatore del socialismo scientifico, chiedete al PMLI. C’è voluta la nostra nascita nel 1977, e il prossimo saranno 50 anni, affinché si realizzasse finalmente in Italia l’obiettivo per cui si era battuto così tenacemente Engels, raccogliendo e tenendo ancora alta la rossa bandiera dei grandi Maestri del proletariato internazionale e del socialismo, accogliendo l’invito direttamente da Engels, che in una lettera a G. Trier del 18 dicembre 1889, affermava: “Il proletariato non può conquistare il potere politico, l’unica porta per entrare nella nuova società, senza una rivoluzione violenta. Perché il giorno decisivo il proletariato sia abbastanza forte per vincere è necessario – e questo Marx ed io l’abbiamo sostenuto fin dal 1847 – che si formi un partito specifico, separato da tutti gli altri ed a loro contrapposto, un partito di classe, cosciente di sé”.
I revisionisti, riformisti e trotzkisti antichi e moderni sostengono che Engels negli ultimi mesi prima della sua morte avrebbe rinunciato alla lotta armata ma barano spudoratamente. Per sostenere le loro tesi, infatti, citano il testo (1895) del grande Maestro del proletariato internazionale sull’“Introduzione alla lotta di classe in Francia dal 1848 al 1850” di Marx, in cui erano stati artatamente soppressi o modificati dei brani, che furono trovati e pubblicati per la prima volta nel 1924 in URSS a cura dell’Istituto Marx-Engels-Lenin di Mosca. Leggendoli si capisce che per Engels la tattica per la presa del potere da parte del proletariato per via pacifica poteva andare bene in determinate condizioni e, comunque, non poteva avere un carattere universale.
Seppur nel periodo di massima espansione del partito socialdemocratico tedesco tra le masse, dei suoi successi elettorali, alle elezioni del febbraio 1890 si affermò come il partito più forte del Reichstag, Engels non rinnegò mai la violenza rivoluzionaria quale via maestra per la conquista del potere politico del proletariato. L’8 marzo 1895 rispondendo al dirigente del partito tedesco Richard Fischer che lo aveva implorato di togliere, nel succitato testo, il riferimento al ricorso alla lotta armata contro la borghesia, scriveva: “Io non posso supporre che voi abbiate intenzione di darvi anima e corpo alla assoluta legalità, alla legalità in ogni circostanza, alla legalità anche nei confronti delle leggi infrante da chi le ha fatte, in breve alla politica del porger la guancia sinistra a chi abbia colpito la destra… Io sono del parere che non ci guadagnate niente predicando la rinuncia assoluta a menar le mani. Crederlo, non lo crede nessuno: nessun partito in qualsiasi paese arriva a rinunciare al diritto di opporsi, armi alla mano, all’illegalità… Legalità fin quando e nella misura in cui ci conviene, ma nessuna legalità ad ogni costo, neanche a parole!”
Ma ancor prima che uscisse l’edizione in opuscolo della “Lotta di classe in Francia”, il 30 marzo 1895, apparve sul “Vorwaerts”, l’organo centrale della socialdemocrazia tedesca, un articolo di fondo titolato “Come si fanno oggi le rivoluzioni”, in cui, all’insaputa di Engels, venivano citati diversi brani della sua “Introduzione”, scelti in modo tale da farlo apparire, come egli si lamentò in una lettera a Karl Kautsky del 1° aprile “un pacifico sostenitore della legalità ad ogni costo” . Tanto che due giorni dopo ritornava sulla questione in una lettera a Paul Lafargue: “Liebknecht mi ha appena fatto un bello scherzo. Ha preso dalla mia introduzione agli articoli di Marx sulla Francia dal 1848 al 1850 tutto quanto poteva servirgli a sostegno della tattica ad ogni costo pacifica e contraria alla violenza che gli piace predicare da qualche tempo, e soprattutto in questo momento in cui a Berlino si preparano delle leggi repressive. Ma questa tattica io la raccomando solo per la Germania d’oggi e, anche qui, con considerevoli riserve. Alla Francia, al Belgio, all’Italia, all’Austria questa tattica non si adatta nella sua interezza e, per la Germania, può divenire inapplicabile domani”.
Più chiaro di così Engels non poteva essere. Seppur per venire incontro alle imploranti richieste (che avevano il sapore del ricatto) del vertice socialdemocratico tedesco di “smussare gli angoli” il più possibile, per contrapporsi massicciamente contro le leggi antidemocratiche della borghesia reazionaria al potere e dare un colpo all’estremismo imbelle degli anarchici, concesse compromessi, gli affossatori del socialismo vollero imporre una falsa visione dell’allora situazione politica data dal grande Maestro del proletariato internazionale. Tanto che, anche nella versione uscita in prima battuta si leggeva: “I nostri compagni all’estero non rinunciano affatto al loro diritto alla rivoluzione. Il diritto alla rivoluzione è del resto il solo vero diritto storico” . E tanto che persino Rosa Luxemburg, ne “Il programma di Spartaco” (1918), affermerà che “Io sono sicura che se si conoscono le opere di Marx e di Engels, se si conosce il vivace spirito rivoluzionario genuino, non adulterato, che spira da tutte le loro dottrine e da tutti i loro scritti, si deve essere convinti che Engels sarebbe stato il primo a insorgere contro le degenerazioni del “nient’altro-che-parlamentarismo”, contro questo impantanamento e demoralizzazione del movimento operaio, che presero piede in Germania già decenni prima”.
Oppure si pensi, a come erano state accolte dai dirigenti tedeschi le lettere inviate da Engels e la importantissima “Critica al programma di Gotha ” scritta alla metà degli anni Settanta da Marx, che, muovendo dalla denuncia del grave opportunismo dei capi socialdemocratici tedeschi, sintetizzava magistralmente le basi teoriche del programma del partito del proletariato. Alla vigilia dell'altro importante congresso a Erfurt, nel 1891, il manoscritto di Marx venne alfine pubblicato da Engels malgrado il dissenso e le proteste del vertice opportunista tedesco che per quindici anni aveva ignorato le sue lettere e tenuto nascosto quest'opera di Marx. Per non parlare della celebre “lettera” a Turati, allora segretario generale del partito socialista riformista, del 26 gennaio 1894, in cui Engels di fatto prefigurava la sorte ingloriosa del partito socialista italiano e il futuro tradimento del suo gruppo dirigente. Egli, infatti si preoccupava che nel fronte unito con gli altri partiti democratici finalizzato a completare la rivoluzione democratico-borghese lasciata incompiuta dalla classe dominante dopo l’unificazione nazionale, il partito socialista si accontentasse dei vantaggi politici o sociali come il suffragio universale e le libertà di movimento e finisse per perdere la sua identità di classe e per smarrire la meta della “conquista del potere politico da parte del proletariato” . “Dopo la vittoria comune – scriveva Engels a riguardo – potrebbe esserci offerto qualche seggio nel nuovo governo, ma sempre nella minoranza. QUESTO È IL PERICOLO PIÙ GRANDE. Dopo febbraio 1848 i democratici socialisti francesi (della Riforma, Ledru-Rollin, Luis Blanc, Flocon, ecc.) commisero l’errore di accettare cosiffatte cariche. Minoranza nel governo essi condivisero volontariamente la responsabilità di tutte le infamie e i tradimenti, di fronte alla classe operaia, commessi dalla maggioranza di repubblicani puri; mentre la presenza loro nel governo penalizzava completamente l’azione rivoluzionaria della classe lavoratrice che essi pretendevano rappresentare” .
Eppure “Il Manifesto”, come gli antichi e i moderni socialdemocratici e riformisti, falsifica la storia con queste parole: “il tempo delle barricate è finito e la strategia, per Engels, è tutta da ripensare. La socialdemocrazia in Germania è diventata ormai un partito di massa, che raccoglie consensi crescenti nelle competizioni elettorali, e che deve darsi perciò una prospettiva adeguata”. Ed estrapolando frasi a destra e sinistra il quotiano trotzkista sintetizza un falso pensiero del grande Maestro del proletariato internazionale: “La storia – scrive Engels senza mezzi termini – ha dato torto a noi’ e a quelli che la pensavano come noi. La rivoluzione che allora credevamo imminente non è arrivata”. E addirittura “l’interesse di Engels va oltre la disputa tra riformisti e rivoluzionari. Il punto veramente importante è che esso tentava di avviare un ripensamento in profondità del concetto di rivoluzione, all’altezza del nuovo secolo che stava per cominciare. Un ripensamento non privo di qualche affinità con quello che, decenni dopo, e con un diverso bagaglio di esperienze, sarebbe stato sperimentato anche da Gramsci (in particolare con l’idea della ‘guerra di posizione’ contrapposta alla ‘guerra di movimento’”. Engels precursore di Gramsci, che fandonia, che falsifiicazione!
Per l’ispiratore e capofila del revisionismo italiano è vero che la democrazia borghese doveva rappresentare alla fine l’alfa e l’omega del Partito comunista italiano, quello che sarà poi dopo il 1948 la Costituzione borghese italiana per il suo successore Togliatti. Tant’è che a parere di Gramsci, si legge nei suoi “Quaderni dal carcere”, “Le elezioni a suffragio universale possono diventare dei momenti di vita intensamente collettiva e unitaria nello sviluppo nazionale di un popolo”. Le “elezioni”, in effetti, “con gli spostamenti nelle forze politiche dei partiti, e con i cambiamenti che i risultati possono portare nel governo” consentono di superare la concezione assoluta del potere medievale. Il potere non può più fare affidamento sul solo “apparato burocratico-militare”, ma dovrà almeno parzialmente venire incontro con un programma di riforme alle esigenze delle masse se vorrà mantenere su di esse la sua egemonia. Autorità e sovranità non sono più privilegi di casta fondati su basi metafisico-religiose, ma sono riposte, almeno formalmente, nel popolo”.
È questo revisionismo e riformismo che noi marxisti-leninisti mettiamo sotto accusa perché si contrappone al metodo elaborato, insegnatoci e applicato con successo dai fondatori del socialismo scientifico, Marx ed Engels; questo metodo revisionista noi lo rigettiamo perché al materialismo sostituisce l'idealismo e alla dialettica la metafisica. Marx definiva la sua dottrina “critica e rivoluzionaria nella sua essenza ” ma non altrettanto si può dire del metodo gramsciano: idealista e riverente verso l'ideologia borghese, critico a senso unico, esclusivamente nei confronti della dottrina marxista-leninista; e poi gradualista, giacché rimastica attraverso i concetti di “egemonia” e di “guerra di posizione” le vecchie tesi riformiste della II Internazionale secondo cui il proletariato deve prima diventare maggioranza e assicurarsi la conquista degli intellettuali e solo dopo sperare di conquistare il potere.
La parabola opportunista e capitolarda de “Il Manifesto” non conosce limiti e con questa sporca operazione in cui cerca di spacciare Engels per parlamentarista finisce dritto nel pantano dei socialdemocratici e dei riformisti e parlamentaristi borghesi. Tenetevi pure Gramsci, ma giù le mai da Engels!
 

23 settembre 2026