I lavoratori ex Ilva in piazza in difesa di lavoro e ambiente
In attesa dell'udienza della Cassazione sul ricorso contro la chiusura dell'area a caldo, il governo ferma il decreto e vengono sospesi i licenziamenti nell'indotto
Nazionalizzare subito il polo siderurgico di Taranto

La sorte dell'ex Ilva di Taranto rimane attaccata a un filo. Come abbiamo già scritto in altri articoli, la condotta del governo neofascista Meloni e di quelli che l'hanno preceduto hanno avviato l'acciaieria sulla strada della chiusura. In particolare l'ostinata contrarietà alla nazionalizzazione, che ha portato inesorabilmente al degrado degli impianti produttivi, all'aumento degli infortuni, anche mortali, e all'irrisolto problema dell'inquinamento ambientale e della decarbonizzazione, mai realmente avviata.
Inquinamento da polveri sottili e da amianto che ammorbano interi quartieri della città pugliese, tanto che la Corte d'appello di Milano, accogliendo l'azione legale dell'associazione “Genitori tarantini”, ha disposto lo spegnimento dell'area a caldo entro il 25 ottobre. Quando il Tribunale di Milano, l'11 settembre ha respinto il ricorso dell'azienda contro la chiusura dell'altoforno, e si sono materializzati i 2500 licenziamenti annunciati, è esplosa la rabbia operaia. Uno sciopero di 24 ore dalle 9 di lunedì 11, blocchi stradali, anche in pieno centro, e un incontro con il sindaco. La decisione è arrivata durante l’assemblea convocata da Fim, Fiom, Uilm e Usb, insieme alle altre categorie, davanti alla portineria imprese dello stabilimento. “Sia chiaro, non ci fermeremo se non ci saranno soluzioni e misure straordinarie per tutti i lavoratori”, hanno annunciato i sindacati.
I manifestanti hanno occupato la strada provinciale per Statte e il ponte girevole che unisce la città vecchia e il centro, blocchi poi rimossi dopo l’incontro con il sindaco Piero Bitetti. Il segretario generale della Fiom Cgil Michele De Palma ha chiamato in causa la Meloni: “La presidente del Consiglio intervenga con un provvedimento d’urgenza: blocco dei licenziamenti ora. La nostra Costituzione riconosce il fondamento del lavoro, la salute e l’ambiente: i lavoratori tutti, dall’indotto all’ex Ilva, non possano essere licenziati o messi in cassa integrazione a zero ore”
Sotto la spinta della mobilitazione operaia, il Governo si apprestava a predisporre un decreto d’urgenza, allo scopo di tamponare, seppur momentaneamente, l'impatto e le ricadute su migliaia di lavoratrici e lavoratori che da un giorno all'altro si sarebbero ritrovati senza alcun sostentamento. Alcune delle richieste del provvedimento recepivano quelle avanzate dalle organizzazioni dei metalmeccanici, mentre altre saranno oggetto di ulteriori approfondimenti. Tra le misure annunciate figura una Cigs in deroga per i lavoratori delle aziende dell’appalto e dell’indotto, che al momento dovrebbe coprire il periodo dal 1 ottobre 2026 fino a febbraio 2027. È previsto inoltre il pagamento dei crediti scaduti alle imprese che lavorano per il siderurgico, mentre viene confermata la Cigs con integrazione al 70 per cento sia per Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria sia per Ilva in amministrazione straordinaria.
Sopraggiungeva però una novità, rappresentata dai tempi di risposta alla presentazione di un ulteriore ricorso di sospensione del provvedimento, presentato dai legali dell'ex Ilva, dopo il rigetto di una prima istanza. Il tribunale di Milano si pronuncerà il 30 settembre, mentre le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione, si pronunceranno definitivamente il 20 ottobre. Date che hanno sorpreso, perché gli avvocati prevedevano 2-3 anni di attesa. Nel rigettare le istanze precedenti, è stato ribadito che tra lavoro e salute prevale la salute, richiamando l'art. 41 della Costituzione. Quindi non sarà valutato il “merito”, cioè le ragioni che hanno portato i magistrati a quella decisione, ma la legittimità della procedura e, in particolare, si dovrà decidere se sulla vicenda doveva esprimesi davvero la magistratura civile oppure se la competenza, come sostengono le due società, apparteneva ai tribunali amministrativi.
Una contestazione legata a cavilli procedurali, che però non cambia la sostanza: ai magistrati spetta il compito di decidere comunque se i sei reparti della fabbrica dovranno fermarsi o meno. A questo punto, viste le scadenze ravvicinate, si è deciso di aspettare quelle per proseguire con la chiusura dell'area a caldo, tanto che la procedura di spegnimento dell'altoforno, iniziata il 12 settembre, è stata bloccata. Il nuovo scenario ha avuto effetti immediati anche sull'indotto. Confapi Taranto e Aigi, hanno sospeso cigs e licenziamenti collettivi per 4.200 addetti. Contemporaneamente governo e sindacati, che stavano discutendo di nuovi ammortizzatori sociali e altre misure di emergenza per sostenere economicamente i lavoratori, sospendevano l'incontro e il successivo Consiglio dei Ministri congelava il decreto che conteneva tali provvedimenti.
Ma il nocciolo della questione è sempre lo stesso. L'altoforno sembra destinato alla chiusura. I sindacati chiedono un piano di sviluppo e di rilancio, strettamente collegato a nuovi forni elettrici, che sia in grado di mantenere l'occupazione e l'industria, salvaguardando chi ci lavora e la popolazione di Taranto. Lo stesso governo dichiara “strategico” il ruolo della produzione in Italia di acciaio e DRI ( il semilavorato ottenuto senza l'utilizzo di forni a carbone, ma elettrici o a gas). Ma le soluzioni non possono essere quelle prospettate dal governo, che consistono sostanzialmente in una cessione ai privati che vorrebbero acquisire la parte redditizia e lasciare l'onere del risanamento a spese dello stato, oppure una bonifica a carico delle casse pubbliche per poi ricollocare lo stabilimento sul mercato.
Lo Stato deve intervenire avviando subito la decarbonizzaione e il risanamento ambientale, salvaguardare l'occupazione, evitare lo spacchettamento del siderurgico, impostare un piano industriale e produttivo a lungo termine. E tutto questo lo si può ottenere soltanto con un intervento pubblico a tutto tondo, dove lo Stato non abbia solo il parziale controllo finanziario, ma sopratutto abbia il potere decisionale sulla politica industriale del siderurgico di Taranto.

23 settembre 2026