Si riaprono le scuole con mille problemi irrisolti
Aule vecchie, edifici inadeguati e troppo caldi, caro libri, insufficiente numero di insegnanti di sostegno, precariato, bassi stipendi del personale
Mentre il ministro fascioleghista dell'Istruzione e del “Merito” Giuseppe Valditara straparla di “bilancio più che positivo delle operazioni di avvio dell’anno scolastico 2026-2027”, si vanta di aver “già messo tutti i professori in cattedra”, di aver avviato “un piano di assunzioni straordinario” per “ridurre il numero di precari”, di aver “aumentato gli stipendi degli insegnanti” e di aver stanziato perfino “un fondo straordinario di 20 milioni di euro per il raffrescamento delle aule”; milioni di studenti, genitori, docenti e personale Ata sono invece alle prese non solo con i mille problemi che da decenni attanagliano la scuola pubblica italiana ma soprattutto devono fare i conti con i danni devastanti causati dall'instaurazione ormai quasi completa della scuola capitalista, neofascista, classista, aziendalista, militarizzata, punitiva e meritocratica imposta a suon di decreti legge e dalle varie controriforme scolastiche varate da Mussolini in gonnella Meloni e dal suo gerarca Valditara a cominciare dal “riordino dell’istruzione tecnica”, la “filiera tecnologico-professionale del 4+2”, dal flop del cosiddetto “liceo del made in Italy”, dai pesanti tagli all'edilizia scolastica e al diritto allo studio, fino al giro di vite neofascista sull'esame di Stato e sul voto di condotta, la militarizzazione delle scuole e l'irregimentazione dei docenti e di tutto il personale Ausiliario, tecnico e amministrativo (Ata).
Basti pensare che anche quest’anno i precari saranno ben oltre 200 mila, a fronte dei “soli 155 mila” annunciati dal ministro (come fossero pochi), dimenticando tra l'altro i 60 mila precari Ata. Lo scorso anno ci sono stati 302.000 incarichi a tempo determinato: ciò vuol dire che nella scuola di Meloni e Valditara un quarto del personale tra docenti e Ata è precario. Quest’anno, siamo ancora a settembre, si contano già 220 mila incarichi precari e gran parte di questi sono concentrati nel sostegno. Segno evidente che la precarietà nella scuola è una situazione ormai strutturale e a farne le spese sono soprattutto i ragazzi e le famiglie più in difficoltà e bisognosi di assistenza.
A soffrirne di più saranno soprattutto i bambini e gli studenti disabili, con oltre 100.000 cattedre assegnate in deroga nell'organico di fatto. Ma a rimetterci saranno anche i docenti perché la stragrande maggioranza di questi contratti scadono il 30 giugno 2027 privando i lavoratori degli stipendi estivi e interrompendo la continuità didattica e educativa dei ragazzi.
Mentre in diverse regioni e province del Nord, Centro e Sud Italia si contano ancora centinaia di posti vacanti, graduatorie esaurite e gravi difficoltà nel reperire docenti e personale specializzato sul sostegno perché la legge di bilancio 2026 ha imposto per quest'anno scolastico un taglio netto di altri 2.174 posti per i collaboratori scolastici e personale ATA in tutti istituti superiori.
Il primo aprile scorso c’è stato il rinnovo del contratto nazionale di lavoro. “Il terzo in quattro anni” si è vantato Valditara, il quale però non dice che gli aumenti a fronte delle rivendicazioni avanzate da docenti e Ata sono stati a dir poco ridicoli, ben al di sotto dell'inflazione reale e pari ad appena un terzo dell'inflazione reale. La verità è che nonostante i rinnovi contrattuali insegnanti e Ata hanno perso almeno altri 10 punti percentuale di stipendio negli ultimi quattro anni.
A fronte dell'impennata dei prezzi saliti di quasi il 20%, lo stipendio lordo degli insegnanti e Ata è cresciuto solo del 12,2% nel corso degli ultimi quattro anni. La perdita reale, secondo i dati Istat è stato dell'8,6% (fino al 10,5% in specifiche stime di base) che tradotto in soldoni vuol dire quasi 4mila euro annui di potere d'acquisto non compensati coi rinnovi. Infatti, anche dopo la firma dell’ultimo contratto, il settore della scuola università e ricerca sconta un gap salariale con il resto della pubblica amministrazione che arriva anche al 20%, mentre a livello europeo gli stipendi degli insegnanti e del personale scolastico italiano rimangono tra i più bassi in assoluto.
Oltre alle questioni salariali e stabilizzazione dei precari, si aggrava sempre di più anche l'emergenza edilizia e climatica con centinaia di istituti e migliaia di aule che versano in condizioni fatiscenti non solo da un punto di vista strutturale ma anche climatico essendo privi di un efficace sistema di isolamento termico e di adeguati impianti di aerazione e raffreddamento.
A causa delle carenze strutturali e del mancato efficientamento climatico ed energetico degli istituti varie associazioni ambientaliste, con alla testa Legambiente, denunciano inoltre che “una fetta importante degli edifici scolastici soffre di problemi legati a intonaci cadenti, controsoffitti pericolanti, infiltrazioni d'acqua, impianti di riscaldamento obsoleti e climatizzazione inesistente” costringendo molti istituti a doppi turni o a trasferimenti temporanei di intere classi.
Di fronte a ciò, nei giorni scorsi Valditara ha oltrepassato il ridicolo annunciando lo stanziamento di “un fondo straordinario di 20 milioni di euro per l’acquisto di apparecchi e dispositivi destinati al raffrescamento degli ambienti scolastici”. Ma se si divide i 20 milioni annunciati da Valditara per le circa 350 mila classi italiane si ottiene circa 57 euro per aula forse appena sufficienti per comprare un ventilatore ma non certo per affrontare in maniera strutturale il problema delle temperature elevate nelle aule che nel corso dell'estate appena passata hanno toccato livelli record a causa dei cambiamenti climatici e saranno destinate a ripetersi sempre più frequentemente.
Oltre al caldo record nelle aule, l'anno scolastico appena iniziato segna anche il record dell'aumento del “caro libri”. Secondo le stime del Codacons e di Federconsumatori, la spesa complessiva pro capite per libri di testo, dizionari e corredo scolastico può raggiungere i 1.300 euro a studente e cui vanno sommati altre centinaia di euro per abbonamenti e trasporti. La causa, denunciano ancora le associazioni dei consumatori, è il recente innalzamento dal 15% al 20% del tetto di spesa fissata dal ministero incurante dell'aggravio di spesa che finirà per colpire soprattutto i bilanci familiari delle masse popolari e operaie.
23 settembre 2026