L'età pensionabile sempre più alta
Nel 2027 un altro mese in più mentre nel 2029 a 67 anni e mezzo. La CGIL abbaia ma non morde. Cacciare Meloni subito con la piazza
 
Mentre l’esecutivo di Mussolini in gonnella Meloni elargisce piccole e insignificanti mancette populiste, e inonda di privilegi l'alta borghesia, l’ultimo Rapporto della Ragioneria generale dello Stato dal titolo “Le tendenze di medio lungo periodo” sul sistema pensionistico, nell'aggiornare le precedenti stime in base alla dinamica della speranza di vita, conferma che l’età pensionabile continuerà ad essere sempre più alta.
Secondo il documento nel 2027 l'aumento della soglia che matura il diritto di anzianità sarà di un mese, e a partire dal primo gennaio 2028 l'età per la pensione di vecchiaia salirà di altri due mesi portandosi degli attuali 67 anni a 67 anni e 3 mesi.
L'innalzamento dei requisiti pensionistici è causato dall'applicazione della Legge Fornero (Decreto Legge n. 201/2011) nel combinato disposto col Decreto meloniano del 19 dicembre 2025 rimodulato dalla Legge di Bilancio 2026, che ha introdotto il meccanismo automatico di adeguamento all'aspettativa di vita gestito dall'ISTAT. Al suo interno anche gli scatti biennali, che erano congelati dal 2019 a causa della riduzione della speranza di vita stimata durante la pandemia. Tuttavia i dati più recenti sul recupero della longevità della popolazione hanno fatto ripartire la norma che tocca anche la pensione cosiddetta “anticipata” per la quale oggi per gli uomini “bastano” 42 anni e 10 mesi di contributi; dal prossimo anno ci vorranno 42 anni e 11 mesi e dal primo gennaio 2028 si salirà a 43 anni e un mese.
E non è finita, perché dal primo gennaio 2029, salvo improbabili inversioni dell’aspettativa di vita, serviranno altri due mesi in più di lavoro per accedere alle provvidenze pensionistiche. Bisognerà cioè arrivare all’inaccettabile soglia dei 67 anni e mezzo per andare in pensione di vecchiaia oppure a 43 anni e 4 mesi di contributi indipendentemente dall’età, per ottenere l’accesso anticipato. In questa continua spirale di crescita, alle donne è riservato solo un misero anno di sconto.

La CGIL abbaia ma non morde
Di fronte a questo scenario la CGIL ha denunciato il rischio concreto che oltre cinquantamila lavoratrici e lavoratori rimangano bloccati in un "vuoto" normativo da ex-esodati. Si tratta cioè di coloro che hanno già sottoscritto accordi di uscita in aziende basate sulle vecchie tempistiche e che ora rischiano di trovarsi per mesi privi sia di stipendio sia di pensione.
La CGIL accusa anche l’esecutivo Meloni di “promesse tradite” per non aver mantenuto quella di superare la Legge Fornero come declamato a gran voce nella campagna elettorale del 2022, quando il programma comune della destra annunciava l'innalzamento delle pensioni minime e l'introduzione di strumenti di flessibilità in uscita per favorire il ricambio generazionale delle quali non s’è vista traccia. La stessa Meloni ha più volte definito la Legge Fornero come una misura iniqua dal punto di vista sociale, promettendone la sostituzione con riforme strutturali alternative come l’altrettanto discriminatoria ed insufficiente estensione di "Quota 41", in ogni caso ormai irraggiungibile
Inoltre la CGIL e le opposizioni parlamentari giudicano inaccettabile la cancellazione di fatto di tutele come “Opzione Donna”, e sottolineano che le soluzioni ipotizzate dal governo, come le uscite anticipate a 64 anni con il ricalcolo interamente contributivo, gravano unicamente sulle spalle dei lavoratori che si vedrebbero costretti ad accettare assegni pesantemente decurtati pur di lasciare il lavoro.
È naturalmente giusta, ma insufficiente, anche la richiesta delle parti sociali di bloccare immediatamente il meccanismo degli adeguamenti legati alla speranza di vita, poiché tutto l'assetto attuale è iniquo e penalizzante sia per il potere d'acquisto dei futuri pensionati, sia per l'ennesima brusca frenata alla quale si costringe l’occupazione giovanile che rimane una delle più alte d’Europa.
Non è infatti un caso se il nostro Paese, con solo il 47,6% dei giovani tra i 20 e i 29 anni occupati, registra il livello più basso dell'intera UE. Questo dato è una diretta conseguenza anche del ritardo con il quale i giovani entrano nel mondo del lavoro, seppur precario, selvaggio e senza tutele. Di conseguenza ecco spiegato anche il ritardo conclamato dell'autonomia abitativa dei giovani italiani che lasciano la casa dei genitori dopo i trent'anni, quasi quattro anni più tardi rispetto alla media europea.
Tornando all'organizzazione di Landini, solo pochi giorni fa ha espresso una netta bocciatura anche verso le recenti ipotesi promosse della Lega di Salvini da introdurre nella nuova manovra economica, definendole "folli". L'ipotesi del Ministero prevede, fra le altre cose, anche la pensione anticipata a 64 anni estesa anche a chi si trova nel sistema misto, ma condizionata al ricalcolo contributivo e all'utilizzo del Trattamento di Fine Rapporto (TFR).
In questo modo, il ricalcolo interamente contributivo comporterebbe una riduzione media del 10,6% della pensione, traducendosi in perdite che possono superare i 180 euro al mese, pari ad oltre duemila euro all’anno per una pensione media. Fra l’altro l'uso del TFR per finanziare l'uscita anticipata o integrare l'assegno sottrarrebbe ai lavoratori la propria liquidazione futura, scaricando l'intero costo della flessibilità sulle loro spalle anziché sul sistema di welfare pubblico che, conti alla mano, è alla canna del gas per i continui e criminali tagli apportati negli ultimi decenni.

Fondi pensione privati contro la previdenza pubblica
Condividiamo certamente queste specifiche denunce della CGIL, ma esse sono parziali e per certi aspetti fuorvianti, perché si limitano a denunciare e tentare di modificare gli aspetti peggiori di un assetto previdenziale che dovrebbe essere raso al suolo in toto e ricostruito su altre basi sociali ed economiche.
Pertanto ci pare inopportuno che i sindacali confederali, inclusa anche la stessa CGIL, negli ultimi anni abbiano collaborato ad incentivare, in maniera più o meno diretta a seconda delle categorie e dei settori, i fondi pensione privati che compongono l’insieme della previdenza privata che contribuisce ad annientare quella pubblica che invece dovrebbe essere unica ed universale.
Anche il sindacato di Corso Italia infatti ha sempre espresso un giudizio favorevole sulla previdenza complementare (i fondi pensione integrativi); la discriminante che questa mantenga una natura contrattuale, negoziale e integrativa rispetto al sistema pensionistico pubblico e non lo intacchi, è però mero opportunismo, o per meglio dire un tentativo di giustificare la complicità in un assetto pensionistico antipopolare e votato al profitto.
Oltre al problema del drenaggio del TFR (che si palesa quando un lavoratore decide di destinare il TFR alla previdenza complementare facendo uscire definitivamente quelle risorse dal circuito pubblico per entrare nei mercati finanziari privati, privando lo Stato di una fonte di finanziamento a basso costo), la spinta dalla previdenza pubblica a quella privata porta in sé una fondamentale questione fiscale.
Infatti, per incentivare i lavoratori e le lavoratrici ad aderire ai fondi pensione, lo Stato italiano concede fortissimi sgravi e benefici fiscali, come ad esempio la deducibilità dei contributi fino a 5.164,57 euro all'anno. Questi incentivi rappresentano un costo diretto per le casse dello Stato al quale vengono meno fondi che non possono più essere utilizzati per finanziare il welfare pubblico o per sostenere le pensioni minime dei più svantaggiati.
In ultimo, ma non certo per importanza, va considerato che la previdenza pubblica tutela (almeno teoricamente) tutti i lavoratori in modo uniforme. L'accesso alla previdenza integrativa invece è fortemente ineguale poiché i lavoratori con salari più alti, contratti stabili ed impiegati nei settori industriali più forti riescono a versare quote significative nei fondi e a beneficiare dei relativi vantaggi fiscali mentre, al contrario, i lavoratori precari, i giovani e chi ha redditi bassi difficilmente riescono a risparmiare quote extra da destinare ai fondi privati, il tutto senza considerare le centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici che sono occupati in settori nel quali i fondi privati non sono presenti e che pertanto subiscono soltanto lo sgretolarsi della previdenza pubblica.
Ecco perché il sistema pensionistico che si è già creato e che si sta consolidando grazie alle politiche economiche e sociali del governo Meloni rimane, per intendersi, “a due velocità”; una pensione pubblica povera e sostanzialmente inarrivabile per termini di età per il proletariato e le masse popolari, e una rendita privata integrativa per chi è già economicamente solido.
Il tutto ovviamente mentre ingrassano i fondi stessi ed i profitti di chi li gestisce come fossero un mero investimento finanziario. È sintomo della collusione fra il sistema economico capitalista, la finanza ed i governi borghesi al suo servizio, il fatto che anche i sindacati, inclusa la CGIL, siano parte attiva nella governance di importanti fondi negoziali di categoria (come Previdenza Cooperativa o Perseo Sirio), al punto da considerarli “uno strumento fondamentale per difendere il potere d'acquisto futuro”.

Cacciare Meloni e battersi per una previdenza pubblica universale
Noi naturalmente invitiamo tutti gli anticapitalisti e i sinceri democratici a scendere in piazza contro il governo Meloni per cacciarlo subito assieme a tutte le sue riforme antipopolari ed antidemocratiche.
Sul tema delle pensioni chiediamo l’abolizione immediata della legge Fornero, ed il rilancio di un sistema pensionistico pubblico, universale, unificato, a ripartizione, fondato sulla contribuzione obbligatoria e con una tassa sui profitti dei capitalisti.
Invitiamo le masse popolari a mobilitarsi unitariamente per chiedere il ripristino dell'età pensionabile a 60 anni per gli uomini e a 55 per le donne, e quella di anzianità raggiunti i 35 anni di lavoro, perché non è possibile rimanere in fabbrica o in ufficio fino alla soglia dei 70 anni, schiavi salariati a vita, mentre i padroni e i ricchi borghesi si godono il loro infinito tempo libero sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici che sfruttano nonostante siano loro i reali produttori di tutta la loro ricchezza.
Dobbiamo batterci unitariamente anche per introdurre una rivalutazione automatica di anno in anno del rendimento pensionistico in base al costo della vita ed alla media della dinamica salariale nel lavoro dipendente, e per istituire una norma legislativa specifica che favorisca gli "atipici", cioè i lavoratori parasubordinati o somministrati riguardo l'aliquota contributiva e il rendimento dei versamenti pensionistici.
Contestualmente è indispensabile opporsi e combattere questa rapida imposizione della previdenza privata innanzitutto vietando l’utilizzo del TFR per finanziare i fondi di pensione integrativa, poi chiudendoli definitivamente restituendo risorse alla previdenza pubblica e universale.

30 settembre 2026