Lo certifica il rapporto Inps
Salari bassi e in pensione più tardi
Pensioni povere per le donne. Precarietà e bassi salari porteranno pensioni di fame per i giovani
 
Giovedì 9 luglio, presso la Sala della Regina di Montecitorio, il Presidente dell’Istituto, Gabriele Fava, ha presentato il XXV Rapporto annuale dell'INPS.
Dai dati emerge con chiarezza un messaggio: il futuro della previdenza pubblica non dipende esclusivamente dalle regole di accesso alla pensione, ma dalla qualità del lavoro, dall’andamento dei salari e dalla possibilità per milioni di persone di costruire carriere lavorative stabili e continue.
Il Rapporto vede crescere il numero degli occupati ma segnala l'aumento anche del lavoro povero, della precarietà, dei bassi salari e delle carriere discontinue, non si rafforza la sostenibilità della previdenza. Al contrario, si rischia di costruire oggi le pensioni insufficienti di domani. Per questo il Rapporto conferma che la vera sfida non è soltanto creare occupazione, ma creare lavoro stabile, ben retribuito e tutelato, perché nel sistema contributivo la pensione si costruisce lungo l’intera vita lavorativa.
Nel 2025 le nuove prestazioni pensionistiche liquidate dall’Inps sono diminuite del 3,2 per cento, attestandosi a poco più di 1,5 milioni. La riduzione riguarda soprattutto le pensioni anticipate (-5,9 per cento), mentre quelle di vecchiaia rimangono sostanzialmente stabili. Al 31 dicembre 2025 i pensionati sono circa 16,4 milioni e la spesa pensionistica raggiunge i 371 miliardi di euro, in aumento principalmente per effetto della rivalutazione degli assegni e non per una crescita del numero delle pensioni. L’età media di pensionamento è pari a 64,7 anni, mentre chi accede alla pensione anticipata ha mediamente oltre 42 anni di contribuzione. “Questi dati dimostrano che negli ultimi anni si è scelta la strada di restringere progressivamente tutti gli strumenti di flessibilità in uscita, rendendo sempre più difficile l’accesso alla pensione anticipata”, commenta il responsabile Politiche previdenziali Cgil nazionale Ezio Cigna: “La vicenda di Opzione Donna è emblematica: si è praticamente cancellata una misura che le lavoratrici finanziavano interamente, accettando una pensione più bassa pur di poter scegliere quando lasciare il lavoro. Non era un privilegio, ma uno strumento di flessibilità fondato su una scelta consapevole. Oggi anche questa possibilità è stata sostanzialmente eliminata”.
Nel 2025 i lavoratori dipendenti pubblici e privati iscritti all’Inps, esclusi gli operai agricoli e i lavoratori domestici, sono stati 21,045 milioni, con una retribuzione media annua di 27.649 euro, in aumento del 3,6 per cento rispetto al 2024 e del 14,5 rispetto al 2019. Tuttavia, nello stesso periodo l’inflazione è cresciuta tra il 18,2 e il 20,5 per cento, determinando una perdita del potere d’acquisto delle retribuzioni.
L’Italia è ancora ultima tra i cinque grandi Paesi Ue per tasso di occupazione: 62% nel 2024, contro il 78% della Germania, il 73% della Polonia, il 69% della Francia e il 66% della Spagna. Il gender gap si riduce, ma resta di 17 punti.
Il nodo sono i salari. Per i lavoratori stabili a tempo pieno la retribuzione cresce tra 2019 e 2025 del 10,8% lordo, ma con un’inflazione cumulata del 18,2%. Il netto sale del 19,2% (quindi c’è un recupero totale del potere d’acquisto perso) per i redditi mediani, grazie al taglio del cuneo. Anche la crescita delle imprese è concentrata: appena l’1% delle aziende, con il 5% dei dipendenti, ha generato il 60% della variazione occupazionale tra 2022 e 2024. Resta ampio il divario di genere sulle pensioni, mentre un dipendente su sette è immigrato.
Gli stipendi crescono, ma non abbastanza da recuperare il terreno perso con l‘impennata dell’inflazione degli ultimi anni. È questa una delle principali conclusioni del Rapporto annuale dell’Inps,che fotografa un mercato del lavoro solo apparentemente in miglioramento sul fronte dell’occupazione ma ancora segnato dalla debolezza delle retribuzioni reali. L’Istituto evidenzia come “le retribuzioni nominali sono cresciute ma hanno perso potere d’acquisto in termini reali”. Una dinamica che si inserisce in un fenomeno definito “strutturale di lungo periodo”, con la stagnazione salariale che risale agli anni Ottanta e che è stata aggravata dalla fiammata inflazionistica registrata negli ultimi anni.
Il responsabile Cgil evidenzia che “nel sistema contributivo lavoro e pensione sono inscindibili: se durante l’intera vita lavorativa si percepiscono salari bassi o si alternano periodi di lavoro e inattività, inevitabilmente anche la pensione sarà più bassa. Per questo la vera riforma delle pensioni passa innanzitutto dal rilancio del lavoro e dalla crescita delle retribuzioni”.
Le donne rappresentano il 51 per cento dei pensionati, ma percepiscono soltanto il 44 per cento del reddito pensionistico complessivo. Le pensioni di vecchiaia femminili si fermano mediamente a 880 euro mensili contro i 1.272 euro degli uomini.
Anche le carriere contributive evidenziano questo squilibrio: gli uomini arrivano mediamente alla pensione di vecchiaia con oltre 31 anni e mezzo di contributi, le donne con poco più di 25 anni e mezzo. Pesano salari inferiori, maggiore diffusione del part-time e un carico di lavoro di cura ancora largamente concentrato sulle donne.
L’invecchiamento della popolazione pesa anche sull’assistenza. Le indennità di accompagnamento sono circa 2,2 milioni al primo gennaio 2026, più che raddoppiate dal 2002, e rappresentano il 78% delle prestazioni agli invalidi civili. Crescono anche i pensionati che lavorano: quelli osservati con rapporti dipendenti o parasubordinati passano da 40 mila nel 2019 a 158 mila nel 2023. Ma il lavoro dopo la pensione è ridotto: meno settimane, più part-time, spesso nella stessa impresa. “Le disuguaglianze pensionistiche non nascono al momento del pensionamento”, osserva Cigna: “Si costruiscono durante tutta la vita lavorativa. Per questo una vera riforma previdenziale deve essere accompagnata da politiche capaci di aumentare l’occupazione femminile, ridurre il divario salariale e riconoscere concretamente il valore del lavoro di cura, che spesso si scarica sulle donne”.
La situazione delle nuove generazioni rappresenta una delle principali criticità evidenziate dal Rapporto. Precarietà, bassi salari e carriere discontinue rischiano di tradursi in pensioni inadeguate, mettendo in discussione il principio stesso dell’adeguatezza della previdenza pubblica. “La vera emergenza riguarda i giovani”, afferma il dirigente sindacale: “Non possiamo accettare che il lavoro precario di oggi produca la povertà previdenziale di domani. È necessario introdurre una pensione contributiva di garanzia, ma soprattutto creare un mercato del lavoro capace di offrire occupazione stabile, salari adeguati e prospettive di crescita professionale”.
Il Rapporto rimarca come l’invecchiamento della popolazione e il calo delle nascite rappresentino una delle principali sfide per il futuro della previdenza. Una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, efficaci politiche di conciliazione tra tempi di vita e di lavoro e servizi adeguati per l’infanzia possono contribuire ad aumentare l’occupazione e a contrastare la crisi demografica.
Accanto a questo assume un’importanza crescente anche il contributo dei lavoratori immigrati, che rappresentano ormai circa un occupato su sette e contribuiscono in maniera determinante al finanziamento del sistema previdenziale.
Il XXV Rapporto annuale dell’Inps, dunque, conferma che lavoro e previdenza sono due facce della stessa medaglia. La sostenibilità del sistema pensionistico non si garantisce rinviando continuamente l’età pensionabile o restringendo gli strumenti di flessibilità in uscita. Si costruisce ampliando la base occupazionale, aumentando i salari, riducendo la precarietà, sostenendo l’occupazione femminile, offrendo ai giovani opportunità di lavoro stabile e rafforzando la capacità del sistema produttivo di creare occupazione di qualità.
“Se il lavoro è povero, precario e discontinuo, anche le pensioni saranno inevitabilmente povere”, conclude Cigna: “Il Rapporto Inps conferma che la vera sfida del nostro Paese non è intervenire continuamente sui requisiti pensionistici, ma costruire un mercato del lavoro capace di garantire occupazione stabile, salari dignitosi e carriere contributive continue. Solo così sarà possibile assicurare pensioni adeguate alle future generazioni e rafforzare, nel tempo, la sostenibilità del nostro sistema previdenziale”.
Come si vede in questi quattro anni il governo Meloni ha solo peggiorato la situazione. Per noi marxisti-leninisti è tempo di fare fuoco e fiamme per il lavoro stabile a tempo pieno, a salario intero e sindacalmente tutelato,abolire il precariato,alzare le pensioni minime e in particolare sulle pensioni il nostro Nuovo Programma d'azione invita alla lotta per:
146) Abrogare le controriforme pensionistiche Amato, Dini e Prodi. 147) Rilanciare un sistema pensionistico pubblico, universale, unificato, a ripartizione, fondato sulla contribuzione obbligatoria e con una tassa sui profitti dei capitalisti. 148) Diritto alla pensione minima dopo 5 anni di contribuzione. 149) Ripristinare l'età pensionabile a 60 anni per gli uomini e a 55 per le donne. 150) Ripristinare la pensione di anzianità con 35 anni di lavoro. 151) Rivalutare l'aliquota di rendimento pensionistico del 2,5% per ogni anno lavorato per tutte le categorie.
152) Istituire una norma legislativa pensionistica specifica che favorisca gli "atipici", i lavoratori parasubordinati riguardo l'aliquota contributiva e il rendimento dei versamenti pensionistici.
153) Rivalutare automaticamente le pensioni in base all'aumento del costo della vita e alla media della dinamica salariale nel lavoro dipendente.
154) Elevare le pensioni minime da lavoro, che comunque non siano inferiori a mille euro nette mensili indicizzati.
155) Aumentare la pensione sociale (assegno sociale) fino alla metà del salario mensile medio degli operai dell'industria, con rivalutazione annuale sui dati Istat. In ogni caso la più bassa pensione non deve essere al di sotto di mille euro nette mensili indicizzati.
156) L'ottenimento della integrazione della pensione al minimo non deve essere subordinato al cumulo dei redditi dei coniugi.
157) Difendere il diritto alla reversibilità delle pensioni per vedove e orfani. 158) Separare effettivamente e in tempi certi i conti e i fondi della previdenza, di competenza dell'Inps e degli altri istituti pensionistici, da quelli per l'assistenza e per il sostegno all'occupazione che sono di competenza dello Stato (ministeri del Tesoro, del Lavoro, ecc.).
159) Provvedimenti legislativi, organizzativi e investigativi efficaci per scovare e punire la grande evasione contributiva.
160) Armonizzare le normative previdenziali riguardanti la contribuzione e i rendimenti pensionistici.
161) Parificare i versamenti contributivi del lavoro autonomo e del settore dell'agricoltura a quelli vigenti nel lavoro dipendente dell'industria.
162) Eliminare tutti i privilegi pensionistici a favore dei parlamentari, ministri, presidenti delle regioni e delle province, sindaci, assessori, alti burocrati dello Stato e della pubblica amministrazione, grandi manager delle aziende pubbliche e private.
163) Riordinare e riunificare i vari fondi di pensione di categoria e di settore privati e pubblici nell'Inps.
164) Divieto di utilizzare il Tfr (le liquidazioni) per finanziare i fondi di pensione integrativa.
165) Eliminare i fondi di pensione integrativa esistenti.
La nostra lotta per il lavoro e le pensioni è legata oggi alla lotta per buttare giù da sinistra e dalla Piazza il governo di Meloni,Mussolini in gonnella, prima che faccia altri danni in politica interna ed estera in questo ultimo anno di legislatura.

30 settembre 2026