La mobilitazione debutta in piazza a Genova
Dai porti europei un grido contro la guerra e contro la militarizzazione degli scali commerciali
Affollata assemblea per preparare lo sciopero del 30 ottobre
Contrapporsi all'imperialismo dell'Ovest e all'imperialismo dell'Est
Dal corrispondente di Genova de “Il Bolscevico”
Il 30 settembre si è tenuto il debutto delle iniziative di lotta dei portuali di Genova per anticipare e introdurre quei temi discussi poi nell’assemblea nazionale del 3 ottobre in preparazione allo sciopero dei porti europei, e che si affacciano sul Mediterraneo, previsto per il 30 ottobre.
A organizzare un nutrito presidio, composto di lavoratori portuali, davanti alla prefettura di Genova, la Usb Mare e Porti e il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (Calp). A seguito di una loro richiesta una delegazione di “camalli” è stata ricevuta da un rappresentante della Prefettura dal quale è stato rivendicato il riconoscimento del lavoro portuale come attività usurante. Josè Nivoi, portuale, rappresentante Usb Mare e Porti e attivista della Global Sumud Flotilla, ha dichiarato: “L’età media dei lavoratori nel porto di Genova è di oltre 50 anni. Chi oggi ha 62 anni fa lo stesso lavoro di quando ne aveva 20. Ci era stato garantito che entro settembre sarebbe stato istituito, con le parti sociali, un tavolo tecnico. Ecco perché siamo qua. Per pretendere l’esecuzione di quell’impegno preso”.
Il tempo per riflettere sulle difficoltà che incontrano quotidianamente i lavoratori del porto, e già il giorno dopo, il 1° ottobre, Genova viene attraversata da un altro corteo. A manifestare i lavoratori della Ericsson (ex Marconi). La multinazionale svedese ha deciso di licenziare 131 lavoratori (tra personale tecnico, impiegati e persino dirigenti) senza ricollocazione e ammortizzatori sociali, motivo: non servono più. I lavoratori, organizzati dalla Slc CGIL Genova, hanno istituito un presidio proprio davanti all’ingresso, in occasione della sua inaugurazione con la presenza di Giorgia Meloni Mussolini in gonnella, del Salone Nautico; la loro richiesta è il ritiro immediato della procedura di licenziamento collettivo e l’apertura di un tavolo di confronto istituzionale. Il gesto dell’azienda, d’altronde, conferma la natura stessa delle multinazionali: sfruttano i territori, la classe operaia, e poi delocalizzano.
All’assemblea generale operativa del 3 ottobre indetta dai portuali presso la loro sede in via Albertazzi, in preparazione delle mobilitazioni del 30 ottobre, si è vista una folta partecipazione; sala gremita di camalli, di giovani, di meno giovani, presente il mondo della scuola (studenti, insegnanti) e attivisti della Global Sumud Flotilla e tante sigle. Le loro parole d’ordine circolano già da tempo sulle banchine del porto, ma pure nei cortei contro le guerre imperialiste e contro il genocidio che sta subendo il popolo palestinese per mano dello Stato nazisionista di Israele. Questi i temi: contro la guerra, il genocidio, il riarmo, la militarizzazione dei porti e contro il fascistissimo decreto sicurezza, sono queste le solide tematiche che le organizzazioni sindacali CGT Ports and Docks (Francia), Enedep (Grecia), Lab (Paesi Baschi), Liman (Turchia), ODT (Marocco), Usb e ORSA (Italia), hanno buttato sul piatto e pertanto convocato l’assemblea per discutere e organizzare lo sciopero di oltre 40 porti del Mediterraneo, dell’Europa. Nello specifico, Usb Mare e Porti e il Calp di Genova, rivendicano: contro il traffico di armi e il riarmo, riconoscimento del lavoro portuale come mansione usurante, sicurezza nelle banchine portuali e adeguamento salariale.
Dal delegato del Calp Richi è giunta la forte richiesta della necessità di un controllo dal basso sui transiti di merci nei porti per bloccare il traffico di armi. E in occasione dello sciopero del 30 ottobre la proposta di un corteo cittadino, come è già avvenuto in difesa della Palestina, nelle ore serali.
Il messaggio che contiene lo sciopero dei porti del 30 ottobre, rappresenta un esempio che vuole essere un atto concreto di internazionalismo proletario e di opposizione all’imperialismo e alla sua economia di guerra. Per cui non una semplice testimonianza pacifica, ma un atto di rottura politica che va a colpire direttamente la logistica guerrafondaia del capitale.
Se in buona parte ci troviamo d'accordo sulle analisi scaturite dall'assemblea, non possiamo tacere sulla mancata denuncia dell'imperialismo dell'Est, una questione tutt'altro che secondaria. Addirittura c'è stato un passo indietro rispetto alla mobilitazione di 8 mesi fa dove almeno si dichiarava la preoccupazione per “i crescenti antagonismi tra gli Stati Uniti e i loro alleati da un lato e Cina e Russia dall’altro per il controllo delle fonti di ricchezza, delle rotte di trasporto delle fonti energetiche, delle merci e delle materie prime”.
Stavolta il socialimperialismo cinese e l'imperialismo russo non sono nemmeno citati, così come l'Ucraina non è considerata tra le vittime. Anzi, molti interventi hanno paragonato il blocco delle armi a Kiev a quello verso Israele, ribaltando la realtà, considerando la Russia paese aggredito e l'Ucraina l'aggressore; una posizione insostenibile.
7 ottobre 2026