Inflazione e caro carburanti alle stelle. Meloni mette toppe
Crolla il potere d'acquisto dei salari e nessuna tassa agli extraprofitti

Il balzo dell’inflazione rilevato dall’Istat – dal 3,3% al 4,2% su base annua a settembre – ha spinto Giorgia Meloni, Mussolini in gonnella, a chiedere alla Commissione Europea un’ulteriore flessibilità di bilancio. Meloni intende usare i 14 miliardi di euro già concessi per la transizione energetica per erogare bonus a famiglie e imprese. Spera così di lenire gli effetti della guerra di Trump contro l’Iran che si fanno sentire nel portafoglio. I fondi fanno parte di un pacchetto che comprende altri 22 miliardi di euro per il riarmo. Ma di questo argomento – ritenuto negativo in chiave elettorale – la Presidente del Consiglio sembra non si sia soffermata nella lettera inviata alla Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen.
La lettera di Meloni a von der Leyen è il segno della grave difficoltà in cui si trova un governo stretto tra l’austerità dei conti imposta dal patto di stabilità che ha firmato nel 2023, la crisi economica indotta dalla guerra – e dunque dalla fiammata inflattiva che divora i salari e la relativa mancanza di risorse per affrontare il caro-prezzi. Senza contare l’obbligo di riarmarsi imposto sia da Bruxelles che dalla Nato, ossia da Trump. In questo senso vanno considerate le prospettive delle ultime misure-spot varate, direttamente o indirettamente, dal governo: la sospensione per un anno del bollo auto e moto, il tetto ai prezzi dei carburanti ottenuto da Eni, Ip e Q8 e gli sconti promozionali sulle bollette di luce e gas di Eni. Con un’inflazione galoppante e le ristrettezze di bilancio, queste iniziative non serviranno a molto.
L’inflazione torna ad abbattersi sulle famiglie italiane, in un quadro di rincari generali in molti Paesi della Ue. Secondo le stime preliminari diffuse dall’istat, a settembre l’indice dei prezzi al consumo nel nostro Paese ha registrato un’improvvisa accelerazione, salendo al 4,2% su base annua dal +3,3% di agosto (+0,7% la variazione mensile). Si tratta del dato più alto registrato negli ultimi tre anni: per trovare un valore tendenziale superiore occorre infatti risalire al settembre 2023, quando il carovita toccò il 5,3%. A innescare questa nuova fiammata è soprattutto il forte rincaro dei beni energetici, le cui quotazioni sono salite del 17,1% nel mese di agosto e del 22,3% durante quello appena terminato. A questa spinta si affianca l’accelerazione dei prezzi dei prodotti alimentari non lavorati, cresciuti dal +3,8% al +5,5%, con effetti diretti sul “carrello della spesa”, una specie di spesa tipica del consumatore medio, rincarato dell’1,7%. Valori che fanno temere nuovi rialzi dei tassi della Bce, con potenziali effetti negativi sull’economia, e innescano la tassa occulta del “fiscal drag”.
Questi dati penalizzano duramente il potere d’acquisto dei consumatori italiani, le cui retribuzioni reali rimangono deboli (-8% rispetto al 2019). Le associazioni dei consumatori stimano stangate fino a 1.389 euro l’anno per una famiglia tipo e oltre 1.900 euro per i nuclei con due figli. Ora il timore è che alla Bce prevalga di nuovo la linea rigorista dei “falchi”. L’inflazione oltre l’obiettivo del 2% potrebbe spingere la Banca centrale europea a valutare ulteriori rialzi dei tassi. Mercati e analisti stimano l’ipotesi di tre o quattro rialzi nei prossimi mesi, dopo quello al 2,5% di settembre, per frenare la crescita dei prezzi. Tuttavia, una simile stretta rischia di mandare in crisi la già debole economia dell’eurozona.
Per quanto riguarda Eni per l'automobilista il sollievo è modesto. Per capire il senso dell'operazione, però, conviene guardare i numeri dal punto di vista di Eni. Partiamo da quanto le costa. Secondo gli analisti di Equita, l'impatto sarà tra 85 e 100 milioni di euro per ogni mese di applicazione, e potrebbe arrivare a 250 o 300 milioni se il tetto restasse in vigore per tutto l'ultimo trimestre dell'anno. Queste stime diventano però modeste e irrisorie se le si confronta con quanto Eni sta guadagnando quest'anno e ha guadagnato negli anni scorsi.
Nel piano strategico presentato a marzo 2026, Eni prevedeva per il 2026 un flusso di cassa operativo di 11,5 miliardi di euro, ipotizzando un prezzo del petrolio di 70 dollari al barile, in linea con la media di gennaio e febbraio 2026. Poi la crisi in Medio Oriente ha fatto salire i prezzi dell'energia, e a luglio la società ha alzato la stima a 15 miliardi, con uno scenario di 85 dollari al barile. Sono 3,5 miliardi in più del previsto, arrivati nel giro di pochi mesi, e il costo massimo del tetto su benzina e gasolio ne rappresenta meno di un decimo. Anche gli utili raccontano la stessa storia. Nel secondo trimestre del 2026 l'utile netto è più che raddoppiato, passando da 1,13 miliardi nel secondo trimestre del 2025 a 2,33 miliardi di euro, con un aumento del 106%. Nell'intero primo semestre ha raggiunto 3,64 miliardi, contro i 2,55 dello stesso periodo del 2025, con una crescita del 43%. Viene allora da chiedersi da dove arrivino questi profitti, visto che il rincaro del petrolio ha fatto salire i costi per chiunque lo compri per raffinarlo e distribuirlo. La risposta è che Eni non si limita a produrre benzina, gasolio e altri derivati, né a venderli attraverso i distributori Enilive. Eni è anche uno dei principali produttori di petrolio e gas al mondo, e per chi estrae il prezzo del greggio non è un costo ma un ricavo. È infatti proprio dall'estrazione che arriva la quasi totalità dei suoi utili. Nel 2025, su 12,22 miliardi di euro di utile operativo, 11,16 provenivano dal settore dell'estrazione, cioè oltre il 90%. Enilive, che gestisce i distributori di carburante, e Plenitude, che vende luce e gas alle famiglie, hanno realizzato insieme 1,21 miliardi. I guadagni dell'estrazione nascono dalla vendita di petrolio e gas sui mercati internazionali, in gran parte fuori dall'Italia. Il tetto ai prezzi ricade invece sulla vendita alle pompe, che all'interno del gruppo rende molto meno e occupa una parte molto piccola delle sue attività. Anche nel 2026 la distanza resta enorme. Nel primo semestre Enilive ha realizzato 433 milioni di euro di utile operativo (rispetto ai 224 milioni di euro del primo semestre 2025, +93%), mentre l'estrazione ne ha prodotti 8,13 miliardi.
La scelta di Eni si presta a due letture, che non si escludono a vicenda. La prima riguarda la concorrenza. Forte dei profitti dell'estrazione, Eni può permettersi di vendere carburante a prezzi che molti concorrenti faticano a sostenere. I distributori indipendenti, che secondo la loro associazione rappresentano oltre un terzo della rete italiana, comprano il carburante all'ingrosso a prezzi di mercato. Secondo Assopetroli-Assoenergia, rischiano di dover vendere in perdita pur di non perdere clienti. Se alcuni di loro non dovessero reggere, a guadagnarci sarebbero i grandi gruppi, in grado di assorbirne quote di mercato e impianti. È una dinamica tipica dei mercati oligopolistici, in cui pochi grandi operatori finiscono per allinearsi sugli stessi prezzi e per rafforzarsi a spese dei più piccoli. Con IP che ha applicato gli stessi prezzi su una parte della sua rete e Q8 che si prepara ad aderire dal 1° ottobre, c'è già chi parla di un cartello di fatto, favorito dal Governo, e solleva dubbi sul rispetto delle regole sulla concorrenza. Una maggiore concentrazione potrebbe non essere un problema se le imprese del settore fossero pubbliche e interamente controllate dallo Stato. Essendo però in larga parte private, rischia di tradursi negli anni successivi in minore concorrenza, prezzi più alti e profitti maggiori per pochi. La seconda lettura riguarda le possibili implicazioni di questa misura sulla famigerata tassa sugli extraprofitti: il Governo chiede da mesi all'UE di intervenire, per non doversi intestare una misura invisa a uno dei suoi tre padroni. L'UE, dal canto suo, se ne lava le mani e risponde che ogni stato può far da sé, seguendo l'esempio del Portogallo. Sorge dunque, legittimo, il dubbio che questa manovra da parte di Eni, che le risulterebbe assai indolore, costando circa 300 milioni se fosse estesa fino alla fine dell'anno, avrebbe lo scopo di porre una pietra tombale sulla tassazione degli extraprofitti, senza che ne gravi l'onta sul Governo.
Se per l'ENI, dunque, si tratta di una mossa di poco impatto economico e molto impatto mediatico, e per il Governo di un grande assist demagogico, questa misura soddisfa molto meno chi vive di un reddito fisso. Secondo la CGIA di Mestre, infatti, anche con questi nuovi prezzi, chi fa rifornimento alle pompe Eni paga la benzina il 19,2% e il gasolio il 27,3% in più rispetto al 27 febbraio, prima dell'inizio del conflitto. Sul gasolio, inoltre, il tetto coincide con il ridimensionamento del taglio delle accise deciso dal Governo. Il 16 settembre il Consiglio dei Ministri ha prorogato la misura, riducendone però l'entità. Lo sconto, che era di 17,1 centesimi al litro, è sceso a 12,2 centesimi dal 18 al 25 settembre e a 6,1 centesimi dal 26 settembre al 5 ottobre. In pratica, una parte dello sconto offerto da Eni viene assorbita dal minore sconto fiscale concesso dallo Stato. E poiché, come precisa la stessa Eni, il tetto è legato all'agevolazione sulle accise in vigore, quando lo sconto fiscale finirà anche il tetto potrebbe cambiare.
Manca circa un anno alle elezioni politiche, previste nel 2027, e il Governo sta preparando la legge di Bilancio. Il Governo, fiero paladino dell'austerità, è concentrato soprattutto a tenere in ordine i conti pubblici e non vuole fare nulla di strutturale per il potere d'acquisto delle famiglie. Anzi, sta riducendo anche gli aiuti già in vigore. Invece di intervenire di più, chiede aiuto alle grandi compagnie energetiche, con un appello partito direttamente da Palazzo Chigi. Del resto, nessuno ha toccato i loro guadagni straordinari di quest'anno, e un gesto in cambio era il minimo. Il Governo può così mostrare prezzi calmierati sulla benzina e il diesel senza spendere un euro, ed Eni mette una pietra tombale su qualsiasi proposta di una tassa sugli extraprofitti, a cui il Governo non ha comunque mai pensato davvero. Nel frattempo, i redditi delle famiglie languono, i salari restano al palo e l'inflazione continuerà a mordere il loro potere d'acquisto ancora nei prossimi mesi. In base al commento dell’istat, l’inflazione è ancora influenzata dalla crescita dei prezzi dei beni energetici. In secondo luogo dall’alimentare, in particolare i prodotti non lavorati. A parte il balzo dei “supporti di registrazione non registrati” (Cd, Dvd e Blu-ray) saliti perché diventati un prodotto di nicchia, gli aumenti maggiori riguardano l’energia (primo il gasolio per il riscaldamento, seguito da gasolio, gas e benzina), i computer e frutti di bosco e ortaggi. L’aumento più alto (+15,4% rispetto ad agosto) è degli ortaggi a frutto come peperoni, cetrioli, melanzane, pomodori, zucchine, zucche. La causa è il clima caldo e secco che ha ridotto la resa, oltre al rincaro della catena del freddo e dei trasporti.
L’attesa è quella di un aumento degli alimentari lavorati perché le industrie della trasformazione hanno bisogno di energia per la loro attività e i prezzi sono saliti. La spesa aggiuntiva all’anno in base a calcoli dell’unione nazionale consumatori, per una coppia con due figli sarà di 1.516 euro, con i rincari maggiori per le spese dell’abitazione e quelle per i trasporti, mentre per una coppia con un figlio la maggior spesa annua è 1.414 euro. Una famiglia composta da due persone spenderà in media 1.122 euro in più all’anno.
Un miglioramento o peggioramento dipende dalla causa che sta facendo salire l’inflazione e cioè i prezzi dei beni energetici. Se non ci sarà una svolta positiva a livello geopolitico e i prodotti che escono dallo Stretto di Hormuz come petrolio, gas e urea da cui si ricavano i fertilizzanti, difficilmente scenderà. Per ottobre, potrebbero però agire da calmiere i tetti ai carburanti che le compagnie come Eni, Ip e Q8 hanno fissato a fine settembre per una durata di 30 giorni.
Insomma l'inflazione esplode e il governo Meloni, Mussolini in gonnella, non è capace di creare neanche un'inversione di tendenza con misure come la tassazione degli extraprofitti di banche e compagnie petrolifere e il taglio delle accise, anzi continua spedita nella sua politica del riarmo.
Intanto monta la protesta contro il caro carburante, a Davoli Marina, Catanzaro, centinaia di manifestanti hanno protestato bruciando anche le schede elettorali.

7 ottobre 2026