In tutti gli stabilimenti italiani
Electrolux in sciopero contro i 1450 licenziamenti
Una delegazione di lavoratrici e lavoratori ha manifestato davanti al Ministero
L'azienda ritira i licenziamenti collettivi, ma chiede 1250 uscite “volontarie”

Sciopero di otto ore in tutti gli stabilimenti italiani. Lunedì 5 ottobre ennesima giornata di lotta per le lavoratrici e i lavoratori della multinazionale svedese degli elettrodomestici. Cgil, Cisl e Uil chiedono il ritiro dei 1.720 licenziamenti, poi diventati 1450, nei 5 stabilimenti del gruppo e la rinuncia alla chiusura della fabbrica marchigiana. Dopo la mobilitazione del 15 settembre, un'altra astensione generale dal lavoro, in concomitanza con l'incontro tra le parti sociali che si è svolto al Ministero delle imprese e del Made in Italy (Mimit). In questi 20 giorni ci sono stati comunque altri scioperi negli stabilimenti di Porcia (PN), Susegana (TV), Solaro (MI), Forlì e Cerreto d'Esi (AN).
Mentre i cancelli delle cinque fabbriche erano presidiati dai lavoratori, alcune centinaia di loro, provenienti dai vari stabilimenti, si sono presentati davanti al Mimit per manifestare tutta la loro rabbia e contrarietà al piano di Electrolux. L'azienda vuole spostare il grosso della produzione in America Latina e Asia, con la compartecipazione dei capitali cinesi di Idea Group, e chiudere quelli meno redditizi in Europa, non solo in Italia. Electrolux ha annunciato la chiusura entro il 2026 dello suo stabilimento in Ungheria (600 dipendenti), a sua volta aperto solo una decina di anni fa proprio per abbattere i costi più alti di altri Paesi, mentre adesso, per gli stessi motivi, la produzione sarà spostata in Cina.
La multinazionale ha già tentato in passato di ridimensionare il personale, ma il piano è stato in gran parte respinto grazie alla decisa reazione dei lavoratori, oltre che dagli aiuti pubblici e da una contrattazione aziendale sempre più sterile che non ha concesso miglioramenti economici. Negli ultimi anni, denunciano i lavoratori che manifestavano davanti al Mimit, sono aumentati i ritmi e gli operai sono spremuti come limoni, e perfino adesso, con la promessa di ridurre i tagli, pretenderebbe di intensificarli ulteriormente.
Ma la disponibilità ad accettare sacrifici, tanto meno i licenziamenti, si è esaurita. Al governo e all’azienda i lavoratori non chiedono elemosine, ma pretendono un vero piano industriale che porti investimenti reali, nuove assunzioni e un rilancio concreto di tutti gli stabilimenti italiani.
All'incontro al Mimit, Electrolux ha ritirato solo in apparenza i licenziamenti. Gli “esuberi” restano, solo che nel nuovo piano l’azienda propone di gestirli con incentivi per le uscite volontarie di 1.250 persone, di cui 600 impiegati e 650 operai in tre anni. La transizione verrà gestita anche con il ricorso alla cassa integrazione straordinaria. Per quanto riguarda Cerreto d’Esi, inizialmente indicato come destinato alla chiusura, lo stabilimento non sarebbe dismesso entro il 31 dicembre prossimo ma in tempi da definire, in attesa che si possa compiere un processo di reindustrializzazione dai contorni ancora non chiariti.
Il ritiro dei licenziamenti collettivi unilaterali possiamo considerarlo un piccolissimo passo avanti, ma non si capisce da dove derivi l'esultanza dei sindacati davanti a questa notizia. Nonostante il governo, sotto la pressione di una vertenza che mette in pericolo migliaia di posti di lavoro, abbia messo sul tavolo ammortizzatori, strumenti straordinari, possibili misure nella prossima legge di bilancio e un’iniziativa europea su energia e concorrenza asiatica, Electrolux non ha rinunciato ai suoi piani, tanto che non ha presentato alcuna strategia alternativa alla delocalizzazione e al dimagrimento degli stabilimenti italiani.
La vertenza è tutt'altro che chiusa. Per la Fiom elementi essenziali per poter arrivare ad un eventuale accordo con l’azienda e il governo sono: “il mantenimento della struttura occupazionale, di ricerca sviluppo e manifatturiera di Electrolux. Per Cerreto D’Esi è quindi fondamentale garantire la continuità occupazionale e produttiva nella fase di riorganizzazione e reindustrializzazione”.
 
7 ottobre 2026