Coerente col regime capitalista neofascista di Meloni, Mussolini in gonnella.
Approvata la nuova legge elettorale Acerbo fascistissima
Per responsabilità dei partiti parlamentari della “sinistra” borghese che non hanno avuto il coraggio di mobilitare la piazza per impedirlo
L'8 ottobre la Camera ha approvato in via definitiva la nuova legge elettorale Acerbo fascistissima. Quella cioè che Giorgia Meloni ha voluto cucirsi su misura per blindarsi al potere alle prossime elezioni politiche del 2027, ispirandosi direttamente alla legge super maggioritaria che permise al suo maestro Mussolini di stravincere le elezioni del 1924 e spianare la strada all'instaurazione della dittatura fascista.
Un'approvazione imposta da Mussolini in gonnella a colpi di voti di fiducia, a pochi mesi dalle elezioni e in barba alle veementi proteste che nel 2017 lei stessa aveva rivolto all'allora governo Gentiloni, che con lo stesso metodo unilaterale e con lo stesso voto di fiducia stava imponendo al parlamento l'attuale legge elettorale maggioritaria Rosatellum. Anzi, lei ha fatto ancor peggio, minacciando i parlamentari della sua maggioranza di non ricandidare gli eventuali traditori, nonché di sciogliere le Camere e andare subito alle elezioni anticipate, con la conseguente perdita del vitalizio per molti di loro, in caso di bocciatura della legge. E per non correre rischi ha perfino sguinzagliato i suoi fedelissimi nell'emiciclo a sorvegliare che i deputati della maggioranza premessero il bottone del sì.
Il principio su cui si basano la vecchia e la nuova legge Acerbo è lo stesso: un proporzionale con un abnorme premio di maggioranza, che nel primo caso era dei due terzi dei seggi (66%) e scattava per il primo partito se otteneva almeno il 25% dei voti. Nel secondo caso il premio è di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, ben un sesto del totale, che scatta per la coalizione di partiti vincente che ottiene almeno il 42% dei voti in entrambe le Camere, assegnandole così una maggioranza assoluta di circa il 57% dei seggi.
Obiettivo che i sondaggi danno alla portata della premier neofascista, e praticamente certo se si alleasse col partito di Vannacci. Una carta di riserva, questa, da giocare al momento opportuno se la situazione lo richiederà, stante la disponibilità ribadita anche in aula da Futuro nazionale con l'intervento del deputato fascista Ziello: “Io lo dico anche qui, visto che evidentemente gli appelli che ha fatto più volte il nostro leader (il generale fascista Vannacci, ndr) sono caduti nel vuoto: noi siamo pronti a un dialogo, perché per noi la priorità è non far tornare a guidare la Nazione i vari Bonelli, Fratoianni, Conte e Schlein della situazione”.
Il fine è la “stabilità” del regime capitalista neofascista
Non deve trarre in inganno l'apparente differenza numerica a vantaggio della vecchia legge Acerbo rispetto a quella meloniana: una soglia intorno al 40% era praticamente imposta dalla sentenza della Corte costituzionale che riformò l'Italicum di Renzi e Berlusconi (che nella prima versione prevedeva un quorum del 37% con premio di maggioranza del 55%), perché l'esigenza della “stabilità” dei governi non può essere conseguita a spese della rappresentanza, che è un principio cardine della Costituzione. Ma anche a prescindere da ciò, con il livello raggiunto oggi dall'astensionismo, è stato calcolato che la coalizione che ottenesse il 42% rappresenterebbe in realtà solo il 25% dell'elettorato, la stessa soglia della vecchia legge Acerbo. E senza contare l'ulteriore diminuzione della rappresentanza causata dal taglio dei parlamentari e il conseguente allargamento dei collegi elettorali.
Quanto al premio di maggioranza, non arriva ai due terzi dei seggi come con la legge mussoliniana, ma grazie alla riduzione ad hoc delle circoscrizioni estero (da 4 a 2 per la Camera e una sola per il Senato), l'accordo del governo con gli autonomisti dell'Alto Adige e della Val D'Aosta (le sole circoscrizioni rimaste uninominali), e la redistribuzione del voti “sprecati” delle liste che non superano la soglia di sbarramento del 3% (se questi fossero un numero consistente), è stato calcolato che la coalizione vincente potrebbe arrivare ad ottenere anche il 60% dei seggi: una maggioranza che consentirebbe a Giorgia Meloni, con qualche aiuto esterno come i voti del generale fascista Vannacci, o quelli di Calenda ecc. (anche se non entrassero direttamente nella sua coalizione), di eleggersi anche il presidente della Repubblica, la Corte costituzionale e le altre istituzioni di garanzia, e perfino di poter cambiare la Costituzione senza passare il vaglio del referendum popolare. E tutto questo anche per un solo voto in più del cosiddetto campo largo. Non per nulla il suo fedele tirapiedi, Donzelli, se n'è vantato in aula proclamando che con questa legge “il centrodestra vuole stabilire il principio che in Italia comanda chi prende un voto in più dagli italiani”. Questa è la “stabilità” che si vuol garantire al regime capitalista neofascista.
I trucchi per aggirare il vaglio di incostituzionalità
La premier neofascista sapeva bene che appena approvata la legge sarebbero partiti i ricorsi alla Consulta per questo e per gli altri numerosi profili di incostituzionalità della sua legge, e quindi ha dovuto truccarla qua e là per cercare di passare l'esame. Anche se ben difficilmente l'eventuale bocciatura arriverà prima delle elezioni, specie se Mussolini in gonnella riuscisse a convincere gli alleati ad anticiparle a primavera, magari in cambio dell'autonomia differenziata a Salvini e di qualche sostanzioso regalo a Mediaset.
Uno di questi trucchi è rappresentato dalle false preferenze, che dovrebbero bilanciare le liste coi capilista bloccati, scelti dalle segreterie dei partiti e che potranno candidarsi fino in cinque collegi . E per di più senza obbligo di genere, cioè di quote femminili, come almeno prevedeva col 60-40 il Rosatellum. Discriminazione antifemminile fatta per andare incontro ai vannacciani e che fece andare sotto il governo nella prima votazione alla Camera a luglio, ma che è stata riproposta e fatta ingoiare ora col voto di fiducia.
È vero che l'elettore può scegliere tre candidati tra gli altri sei per lista, con alternanza di genere (ma senza alternanza si può comunque esprimere una preferenza), ma questo diritto è solo teorico e ipocrita: intanto perché nei collegi con un solo seggio passerà comunque il capolista, anche se altri candidati hanno preso più voti di lui. E inoltre perché, secondo tutte le simulazioni, il congegno è tale che solo gli elettori dei due partiti maggiori, FdI e PD, potranno effettivamente eleggere canditati/e con le preferenze, mentre i partiti minori della coalizione potranno eleggere al massimo il capolista. E va da sé che la stragrande maggioranza saranno di genere maschile.
Un altro trucco per superare i ricorsi di incostituzionalità, riguarda il listone nazionale in cui ogni coalizione iscrive i 70 candidati alla Camera e i 35 al Senato, che saranno eletti in blocco con il superamento del 42% dei voti nazionali: ciò contrasta con la Costituzione perché essa stabilisce che i senatori debbono essere eletti su base regionale, e per tale motivo è stato trovato l'escamotage di iscrivere artificialmente i candidati del listone al Senato anche nei singoli collegi regionali, nonostante che la loro elezione dipenda invece dal voto nazionale.
Una legge fascistissima per “entrare nella terza repubblica”
C'è poi la vera e propria porcata dell'aumento delle firme da raccogliere per poter presentare una lista, se non si è già presenti nei due rami del parlamento almeno dal 31 dicembre 2025 (ciò per farci rientrare IV e Azione). Finora le firme da raccogliere erano 1.500 per collegio, adesso sono quadruplicate: tra 6.000 e 7.000, portando il totale nazionale a 450.000 firme, con un minimo di 225.000 per presentarsi in almeno la metà dei collegi. Per un gruppo che è presente in una sola camera, come Futuro nazionale, valgono sempre le attuali 1.500. E sono stati respinti tutti gli emendamenti che chiedevano di permettere la firma digitale. Un'infame tagliola per troncare le gambe alle piccole formazioni politiche, escogitata nella fattispecie per danneggiare il campo largo, ma che ridurrà ulteriormente la rappresentanza del già screditato, corrotto e super controllato parlamento del regime capitalista neofascista.
Infine, un altro sporco trucco per superare la Corte costituzionale riguarda l'obbligo per le coalizioni di indicare il candidato premier all'atto della presentazione del programma. Una misura fortemente voluta da Mussolini in gonnella per mettere in difficoltà il campo largo sfruttando la rivalità tra Conte e Schlein, ma anche e soprattutto per introdurre di fatto, grazie ad essa e all'abnorme premio di maggioranza, un anticipo di quel premierato fascista e piduista che non ha avuto modo di realizzare in questa legislatura con una modifica costituzionale. Per non incorrere nell'accusa di invadere le prerogative del Capo dello Stato, è stato aggiunto un richiamo all'articolo 92 a “salvaguardia” del ruolo che gli spetta di nominare il presidente del Consiglio.
Una palese ipocrisia, perché è evidente che la misura è tesa invece a forzargli la mano, e anche se non obbligato formalmente dalla legge, di fatto il presidente non potrà rifiutarsi di nominare un “premier eletto dal popolo”, pena essere tacciato di golpismo: come lo fu per molto meno (allora si trattò solo di un ministro), dal leader M5S Di Maio e dalla stessa Meloni nel 2018. Del resto, che questa sia la porta di servizio per introdurre il premierato mussoliniano e piduista e cambiare di fatto la forma di governo da parlamentare a presidenziale, lo dicono proprio i neofascisti: come ha fatto lo stesso Donzelli, che nel suo intervento finale non è riuscito a frenarsi dall'esultare perché con questa legge fascistissima “entreremo nella Terza Repubblica, una democrazia attenta ai territori come voleva Umberto Bossi. Entreremo nella Terza Repubblica, una scelta di campo, come sognava il Presidente Berlusconi”. Seguito a ruota dalla sorella d'Italia, Arianna Meloni, che in un'intervista al sempre compiacente Corriere della Sera
, alla domanda se “il Melonellum” possa essere una forma di premierato, ha risposto: “Preferisco chiamarla Terza Repubblica. E Giorgia Meloni è il primo presidente del Consiglio della Terza Repubblica”.
La fallimentare tattica elettoralista della “sinistra” borghese
Com'è stato possibile che sia potuta passare senza colpo ferire, nell'ultimo anno della legislatura, una legge elettorale così sfacciatamente anticostituzionale e fascista che cambia, come ha denunciato anche il costituzionalista Gaetano Azzariti, “la forma di governo per via indiretta, nascondendo una trasformazione costituzionale dentro una legge elettorale”? Allo stesso modo con cui sono passati tutti i decreti “sicurezza” fascistissimi del governo di Mussolini in gonnella: grazie cioè ad un'opposizione parlamentare di cartone dei partiti della “sinistra” borghese, che si è esaurita in un rituale e inconcludente confronto parlamentare per emendare la legge e ridurre il danno, con inutili appelli alle parlamentari del “centro-destra” a votare no contro una legge che penalizza anche loro, senza avere invece il coraggio di mobilitare le masse per affossare la nuova legge Acerbo con la lotta di piazza, come avvenne con successo nel 1953 contro la “legge truffa” democristiana.
Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli non hanno anzi nemmeno il coraggio di riconoscere la semplice realtà che con Giorgia Meloni è tornato al governo Mussolini nelle vesti femminili, “democratiche” e costituzionali della premier neofascista, e invece di chiamare la loro base e gli antifascisti a unirsi e scendere in piazza per buttarla giù, puntano a questo punto tutte le loro carte sul riuscire a batterla nelle urne. Ciò è emerso chiaramente anche dagli interventi finali dei leader dei due principali partiti del campo largo, ancora fra l'altro in dura competizione per decidere chi dovrà esserne il capo, al punto da non applaudirsi a vicenda i discorsi.
Conte, che ha definito quello di Mussolini in gonnella non un regime fascista ma “un regime illiberale mascherato, sostanzialmente un'autocrazia”, si è rivolto a lei, “donna sola al comando”, proclamando che “qui c'è un'opposizione forte, che porterà sempre più partecipazione e ti manderà a casa”. E anche Elly Schlein si è detta sicura di una rivincita nelle urne, chiudendo così la dichiarazione aventiniana di voto contrario del PD: “E allora cambiatevi pure da soli questa legge elettorale, perché tanto noi saremo in grado, con la nostra alleanza progressista, di vincere con qualunque legge elettorale e di cambiare in meglio la vita degli italiani”. Una previsione di vittoria quantomeno azzardata, e che comunque ammette implicitamente il fallimento della battaglia giocata dalla “sinistra” borghese solo sul piano legalitario, parlamentare e costituzionale. E ora vuole illudere le masse di poterla vincere sul piano elettorale.
Rinnoviamo l'Appello rivolto dal Segretario generale e Maestro del PMLI alle ragazze e ai ragazzi che lottano per cambiare l'Italia: “In vista delle prossime elezioni politiche, già le varie forze borghesi sono in gran movimento per riuscire ad accaparrarsi più posti possibili in parlamento, e magari nel governo, per gestire gli affari della classe dominante borghese e del capitalismo. Non seguitele, non agevolate i loro piani parlamentari e governativi col vostro voto. Anzi, prendetene le distanze col voto astensionista anticapitalista e antifascista, per il socialismo e, se volete per il PMLI. È tempo che riflettiate a fondo su quello che bisogna fare per liberarci da questo regime capitalista neofascista e su come cambiare l'Italia.
”
Come ha detto il Portavoce nazionale e futuro Segretario generale del PMLI, compagno Mino Pasca, nel discorso tenuto a nome del CC nel 50° Anniversario della scomparsa di Mao: “Il nostro auspicio è che alle elezioni politiche e in alcuni comuni del prossimo anno si registri una valanga di voti astensionsti a favore del PMLI e del socialismo. L'elettorato di sinistra deve capire che i partiti della 'sinistra' borghese, compreso PaP, sono tutti interni al regime capitalista neofascista, sia pure con diversi accenti, e che la scelta elettorale di fondo è tra capitalismo o socialismo
”.
14 ottobre 2026