Le intese sui contratti della sanità
Sanità: gli aumenti non coprono l'inflazione
Non migliorano le condizioni né degli operatori sanitari né della Sanità pubblica
In questi giorni in TV e sui media si è parlato molto del rinnovo del contratto della sanità, e in particolare degli aumenti salariali che supererebbero i 500 euro mensili. In realtà bisogna chiarire che ci sono vari tipi di contratti, e queste notizie si riferiscono a quello che riguarda il personale sanitario composto da medici, veterinari e dirigenti, in totale 137mila persone.
Poi c'è quello che interessa la sanità privata e le RSA, dove in totale sono inquadrate 300mila lavoratrici e lavoratori e su cui non c'è ancora nessun accordo. Infine c'è quello del Comparto sanità pubblica vero e proprio. Riguarda infermieri, personale di supporto (OSS), tecnico e amministrativo; che coinvolge quasi 600mila persone, su cui c'è un ipotesi di accordo firmata il 29 luglio.
L'unico aspetto che possiamo considerare positivo è che, per la prima volta dopo decenni, il contratto viene rinnovato nel suo periodo di vigenza, anche se verso la sua conclusione, perché parliamo degli anni 2025-2027. Comunque un passo avanti rispetto ai ritardi che hanno caratterizzato i contratti della sanità: per quanto riguarda le RSA siamo addirittura ancora 14 anni indietro.
Per il resto c'è poco da gioire. Il contratto più importante, quello del Comparto sanità, prevede un aumento medio, a partire dal primo gennaio 2027, di 209 euro lordi (240 per infermieri e ostetriche), a cui va aggiunto l'una tantum, ossia gli arretrati, che ammonterebbero a 1.226 euro per l’insieme del comparto e a 2.300 euro per il personale infermieristico.
Cifre che solo all'apparenza sembrano consistenti, ma alla luce dei ritardi accumulati e dall'impennata dei prezzi, non riescono neppure a fronteggiare il carovita, considerando che a settembre l'Istat ha certificato che l'inflazione su base annua ha raggiunto il 4,2%. È vero che il nuovo contratto prevede per luglio 2027 una verifica tra Aran e sindacati sull’andamento delle retribuzioni e dell’inflazione, ma non è una clausola automatica di recupero, e se la legge di bilancio terrà stretti i cordoni della borsa, difficilmente ciò avverrà. In sostanza le lavoratrici e i lavoratori riavranno (ma senza interessi) una parte di ciò che l’inflazione gli ha già portato via. Un conto pagato con ritardo al lavoratore che lo aveva già anticipato.
Secondo il governo il “Rinnovo contratto dà certezze a milioni di lavoratori pubblici e alle loro famiglie” (Meloni), mentre gli stessi sindacati confederali presentano questa intesa coma una grande vittoria, rivendicando risultati inesistenti come la Fp-Cgil: “aumenti salariali superano inflazione”, e c'è persino chi esulta ancor più del governo, come ha fatto la Cisl-Fp: “In nove mesi due contratti, più salari e nuovi diritti”. Più critica la Uil, che comunque ha firmato.
Anche sul piano normativo e dei diritti non ci sono grandi passi avanti, anzi. Spesso sono enunciati ma non garantiti. Come avviene ad esempio per il riconoscimento di una misera indennità di cinque euro lordi per ogni giornata di presenza nelle unità considerate maggiormente disagiate come malattie infettive, terapie intensive, sanità penitenziaria, nefrologia e dialisi ecc. Ma l’indennità grava sul fondo aziendale. La contrattazione integrativa può modificarne destinatari, fasce e importi. Se le risorse della Asl non bastano, le somme possono essere ridotte.
Anche se non strettamente collegata al contratto, ma eloquente del fatto che verso i lavoratori della sanità si spendono parole di encomio e ammirazione, ma nella pratica si pretendono straordinari e sacrifici, è rappresentato dalla proposta presentata il 10 settembre dalla Conferenza Unificata delle Regioni in cui si chiede una norma che escluda ogni automatismo tra il superamento delle sei ore di lavoro, il diritto alla pausa e il riconoscimento della mensa o del buono pasto. In pratica quello che dovrebbe essere un sacrosanto diritto, per chi gestisce la sanità viene considerato accessorio e subordinato a costi economici “sostenibili”.
Alcune sigle sindacali hanno firmato ma non hanno lesinato le critiche. C'è chi lo ha fatto pensando che con l'irrompere del periodo pre-elettorale, con le risorse economiche già stabilite e solo da destinare, c'erano poche alternative, a meno di mettere in campo una forte mobilitazione. E poi c'era il ritardo da recuperare, tanto che molte sigle, pur esprimendo giudizi negativi, hanno detto sì “perché i lavoratori non potevano più aspettare”.
Unanime (Cisl a parte) il giudizio negativo sul contratto per quanto riguarda il suo impatto sulla sanità pubblica. Per il Nursind “Dovrebbe rendere il lavoro pubblico sanitario nuovamente attrattivo. Dovrebbe ridurre le dimissioni. Dovrebbe convincere un giovane a scegliere Infermieristica. Dovrebbe trattenere chi sta valutando il privato, la libera professione o l’estero. Dovrebbe impedire che il professionista aumenti il proprio reddito soltanto aggiungendo notti, festivi e prestazioni oltre l’orario”. Tutte cose che il questo contratto non fa.
Anche i sindacati e le associazioni dei medici, che con il loro contratto hanno ottenuto una cifra doppia rispetto al personale non dirigente (ma che anche in questo caso non recupera l'inflazione accumulata), sono dello stesso avviso. Per la Federazione medici e dirigenti veterinari questo contratto “non salverà il SSN, non migliorerà il clima lavorativo, non aumenterà le tutele della salute. È figlio di una stagione molto lunga di impoverimento del personale e di decadenza della sanità pubblica”.
Non è certo un caso che l'Italia sia ultimo tra i paesi del G7 per spesa sanitaria pro capite in rapporto al Pil e sotto la media europea, dietro a paesi quali Spagna, Polonia, Slovenia e Repubblica Ceca. Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, che analizza periodicamente la spesa sanitaria italiana e di altri paesi, al riguardo ha dichiarato: "Quello che nel 2008 era un distacco contenuto si è trasformato in un abisso. Il principio dell’universalismo rischia di restare universale solo sulla Carta, mentre nella vita reale l’accesso alle cure dipende sempre più dalla disponibilità economica. Non è più universalismo, ma selezione dei diritti per reddito”. È la negazione dell’articolo 32 della Costituzione”.
14 ottobre 2026