Centomila in piazza a Roma per La via maestra riformista e costituzionale di Landini

Il leader CGIL lancia lo sciopero generale per il 20 novembre ma lo inquadra in un orizzonte riformista ed elettoralista
La via maestra del proletariato e degli anticapitalisti è la via dell'Ottobre e il socialismo
Sabato 17 ottobre Roma ha fatto da sfondo alla mobilitazione nazionale promossa dalla CGIL in collaborazione con una vasta rete di oltre cento associazioni laiche e cattoliche fra le quali Anpi, Arci, Acli, Libera, Emergency, Libertà e Giustizia, e con l'appoggio delle forze politiche della “sinistra” parlamentare, riunite sotto lo slogan "Insieme sulla Via maestra".
Il corteo è partito da Piazza della Repubblica, colorato dalle innumerevoli bandiere rosse della CGIL, da quelle della pace e della Palestina, per terminare nella gremita Piazza del Popolo, dov'era stato allestito il palco per i discorsi conclusivi.
In piazza sono scesi oltre 100.000 manifestanti, una cifra comunicata direttamente dal palco dal segretario generale Maurizio Landini nel suo intervento conclusivo. Significativa la presenza di tantissimi studenti medi ed universitari organizzata principalmente da UDU (Unione degli Universitari) che ha portato in piazza anche le simboliche tende di protesta contro il carovita e il caro affitti spostandole per l'occasione dai presidi permanenti della Sapienza e di Montecitorio, e dalla Rete degli studenti medi che ha coordinato la massiccia adesione dei ragazzi delle scuole superiori provenienti da diverse regioni d'Italia.
Le studentesse e gli studenti hanno rappresentato uno dei blocchi più corposi e visibili all'interno dei vari spezzoni del corteo, anche se quasi tutte le dichiarazioni dei suoi rappresentanti al pari delle interviste e dei post dei politicanti borghesi del cosiddetto “Campo largo”, hanno fatto a gara a prendere le distanze dalle manifestazioni studentesche che il giorno precedente hanno dato vita al "No Meloni Day", una giornata di lotta di piazza antigovernativa, anticapitalista e antimperialista che ha visto protagonisti quasi mezzo milione di studenti e studentesse in tutta Italia uniti nello slogan "Più aule, meno bombe", sulla quale si è abbattuto il manganello della polizia fascista di Meloni e Valditara.
La manifestazione del 17 ottobre ha dispiegato molte energie ma il tono, l'atteggiamento e soprattutto la piattaforma rimangono tutte interne alle istituzioni borghesi, al parlamentarismo e all'elettoralismo, non raccogliendo di certo il messaggio delle piazze stesse che hanno visto la presenza di una forte componente antigovernativa e, per certi aspetti, antistituzionale.
D'altra parte già nel 2023, un anno dopo l'inizio della guerra in Ucraina e di governo Meloni un'analoga manifestazione romana prese il nome di "La Via Maestra. Insieme per la Costituzione" . Questa “convergenza” sindacale, sociale e politica nacque con l'obiettivo prioritario di difendere i principi della Costituzione borghese del '48, la cui applicazione era considerata l'antidoto contro i progetti governativi sul premierato e sull'Autonomia Differenziata.
Da allora la rete ha proseguito il suo percorso verso il consolidamento di un'alleanza permanente che però, dichiarazioni a parte, è rimasta sostanzialmente immobile e prigioniera di una politica tutta istituzionale ed elettoralista nonostante il moltiplicarsi degli scempi politici e sociali del governo di Mussolini in gonnella Meloni che di fatto, a suon di decreti legge, ha portato a termine tutti i suoi progetti antipopolari ed antidemocratici che la rete stessa diceva di voler frenare anche con la lotta. Nonostante la forza sociale delle componenti della Rete, le uniche iniziative intraprese negli anni sono state una campagna di raccolta firme per chiedere il referendum abrogativo contro la legge sull'autonomia differenziata (poi bloccato perché giudicato inammissibile dalla Corte costituzionale), il referendum contro la Legge Nordio, e poco altro.
La manifestazione di Roma ha rappresentato nella sostanza il ritorno in piazza di questo coordinamento che ha aggiunto alla difesa istituzionale della Costituzione e al welfare, un no deciso al riarmo chiedendo pace immediata su tutti i teatri di guerra (sulla quale non si riesce ancora a fare eccezione della questione Ucraina offrendo così un assist a Putin e alla sua aggressione militare), e maggiore giustizia fiscale.

Landini proclama lo sciopero generale
L'unica novità che si registra rispetto al passato è stata la proclamazione da parte di Landini dello sciopero generale del prossimo 20 novembre per “dare una spallata alla nuova Manovra economica del governo” e per chiedere una “svolta democratica e sociale radicale”. Uno sciopero indetto contestualmente alla già annunciata mobilitazione nazionale degli studenti al quale Landini tende una mano: “Come ci stanno insegnando gli studenti - ha affermato - la mobilitazione deve essere internazionale, oggi come un tempo: lavoratori di tutto il mondo unitevi!”. Un importante riferimento a Marx ed Engels che tuttavia non chiama alla lotta di classe contro il capitalismo e per il socialismo.
Nel suo intervento conclusivo il leader CGIL ha contestato duramente le scelte economiche del governo in vista della legge di bilancio, chiedendo un aumento dei salari per contrastare il caro vita, il ripristino del drenaggio fiscale per restituire ai lavoratori 4,5 miliardi di euro, e l'introduzione di una tassa patrimoniale dell'1% sui redditi milionari, che sia in grado di rastrellare fino a 25 miliardi da utilizzare in scuole, sanità pubblica e Welfare assieme ai fondi da recuperare abbassando gli investimenti in armamenti e sulla difesa.
Landini ha inoltre affrontato la piaga delle morti sul lavoro, definendola "una guerra in casa" che registra tre vittime al giorno, rilanciando parallelamente la necessità di investimenti massicci nella “tutela della Costituzione”.
Nel suo appello a "rimettere al centro il lavoro, i diritti e la giustizia sociale", Landini ha rilanciato anche la “solidarietà generazionale”, chiamando sostanzialmente i lavoratori più anziani ad incrociare le braccia per contrastare la precarietà strutturale che colpisce i giovani.

Una linea riformista, costituzionale ed elettoralista
Nella conferenza stampa che aveva preceduto la manifestazione, il segretario del sindacato di Corso Italia aveva affermato: “Senza le battaglie di questa Alleanza sociale, l’archiviazione della nostra repubblica parlamentare attraverso il premierato, la cancellazione dell’indipendenza della magistratura con la legge Nordio e la definitiva spaccatura del Paese attraverso l’autonomia differenziata sarebbero già una realtà”. Ma perché - diciamo noi - non è forse sostanzialmente già così dal momento in cui da anni ci troviamo di fronte a un parlamento esautorato delle sue funzioni a colpi di decreti legge e di “fiducia” inferti dalla stessa maggioranza?
Stesso discorso vale sulla definizione del governo Meloni, al quale Landini si rivolge attribuendogli la responsabilità di “una torsione autoritaria in Italia, così come in Europa e nel mondo, con una verticalizzazione del potere, che annienta i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione”. Ma cos'altro deve succedere per chiamare le cose col loro nome? L'Italia è già un regime capitalista neofascista, e per questo è giusto ricorrere alla piazza, ma in che modo e con quali obiettivi?
La linea condotta da Landini e dalle altre organizzazioni politiche della “Via Maestra” continua a essere da una parte fuorviante e dall'altra del tutto inadeguata e inconcludente rispetto all'emergenza sempre più profonda che stanno vivendo le masse popolari, le lavoratrici e i lavoratori a partire dai precari, i pensionati, strozzati dal carovita, dall'aumento dei costi energetici, da salari e pensioni che continuano ad essere tra i più bassi d'Europa, dalle conseguenze della privatizzazione dei servizi, in primis quello sanitario, e schiacciati dalle politiche repressive del governo Meloni.
Una condotta rinunciataria e capitolarda che negli anni ha fatto perdere alla Cgil ulteriore credibilità tra coloro che dovrebbe rappresentare, e che continua ad essere indirizzata alla ricerca del dialogo con un governo neofascista che doveva essere spazzato via da tempo, in particolare approfittando dei suoi momenti di impopolarità più alti segnati dalla repressione delle piazze pro-Palestina e all'indomani del voto referendario che ha bloccato dalla porta la controriforma costituzionale. Un clima favorevole alla mobilitazione delle piazze e alla battaglia per cacciare immediatamente il governo Meloni che invece la Cgil ha contribuito a relegare ad appoggio al “Campo largo” in una ottica esclusivamente elettoralista.
Rimandare tutto alle politiche 2027 è già stato pagato a caro prezzo: Meloni ha fatto rientrare dalla finestra il presidenzialismo e ha continuato senza problemi il suo nero percorso con cui vorrebbe blindarsi al potere per altri 4 anni attraverso la legge elettorale, cancellando ogni residua libertà democratico-borghese.
E in questo le forze, per lo meno quelle di carattere politico e sindacale che promuovono o sostengono direttamente la “Via Maestra”, hanno responsabilità enormi nonostante nei loro vertici sia assente qualsiasi tipo di autocritica.
Naturalmente i marxisti-leninisti italiani parteciperanno allo sciopero del 20 novembre, benché tardivo e non finalizzato a cacciare immediatamente Meloni e il suo governo, e lo sosterranno come hanno sempre fatto in passato.
È però un nostro preciso dovere sottolineare la necessità che esso non rimanga uno sciopero di fine anno isolato ed elettoralistico, quasi di testimonianza e che non porta ad alcun risultato concreto per i lavoratori.

La Costituzione non è “la via maestra”
Nell'ambito della strategia della “Via Maestra” c'è anche un altro punto di primaria importanza, e che riguarda centralità della Costituzione borghese del '48.
In sostanza la CGIL e le forze della Via Maestra continuano a riproporre ossessivamente la vecchia tesi dei riformisti e dei revisionisti per i quali la Costituzione italiana può dispensare benessere e giustizia sociale per tutti. Tutte le rivendicazioni incluse nella piattaforma della rete, da quelle al lavoro, al salario, alla salute, alla tutela dell'ambiente, alla pace, a un fisco progressivo, vengono presentate come elementi che la Costituzione garantirebbe, se applicata.
Il PMLI ha sempre dato anima e corpo nell'opposizione alla modifica in senso reazionario e fascista della Costituzione ogni volta che se n'è presentata la necessità, ma altra cosa è illudere le masse lavoratrici che applicando la Costituzione del 1948 si possano eliminare le disuguaglianze sociali ed economiche e tanto meno assicurare loro un “peso” nella società italiana, adeguato al ruolo centrale che esse hanno in quanto produttrici di tutta la ricchezza del Paese.
La Cgil esalta questa “Costituzione democratica e antifascista nata dalla lotta di resistenza”, ma come abbiamo ribadito più volte, incluso alla recente Commemorazione di Mao, svoltasi a Firenze il 13 settembre scorso, la nostra “non è la Costituzione più bella del mondo”, non è neppure tra le più avanzate, e non è altro che una classica Costituzione borghese che attraverso il riconoscimento e la salvaguardia della proprietà privata da parte delle leggi dello Stato garantisce il potere della borghesia e il sistema capitalistico. Questa “protezione” fa sì che le parole sulla sovranità popolare, l'uguaglianza, sui diritti dei cittadini e sui doveri delle imprese rimangano delle enunciazioni che poi non trovano riscontro reale.
Ecco perché a nostro avviso la “via maestra” per l'emancipazione del proletariato e di tutti gli sfruttati e oppressi non può essere l'attuazione della Costituzione borghese, a maggior ragione oggi quand'è banale constatare che quella del 1948 non esiste più nelle sue parti più progressiste, perché è stata manomessa più volte da destra con la complicità e il concorso della “sinistra” borghese, e sarà interamente distrutta col presidenzialismo e l’autonomia differenziata regionale che sono lì a un passo dall'essere resi legge dal governo di Mussolini in gonnella.
In estrema sintesi, nessuna Costituzione borghese potrà mai dare al proletariato il potere politico che gli spetta, mentre la conquista del potere politico per via rivoluzionaria rimane la madre di tutte le questioni. Eppure ancora oggi partiti e organizzazioni di sinistra, inclusa anche la stragrande maggioranza di quelli che si dichiarano comunisti, sono appiattiti sulla democrazia borghese e hanno assunto come loro “alfa e omega” proprio l'applicazione della Costituzione borghese del '48.
Come ha detto il compagno Scuderi: “La Costituzione è la grande montagna che devono scalare i democratici e i progressisti guardando verso il socialismo e il PMLI, se vogliono davvero cambiare l’Italia” , intendendo dire che se si rimane ancorati alla Costituzione non vedremo mai all'orizzonte il socialismo.
Non è la Costituzione borghese che assicura il progresso sociale (se inteso come l'emancipazione del proletariato e degli oppressi), ma è merito dei conflitti sociali, della lotta di classe e delle rivoluzioni.
Ed è quanto è accaduto nostro Paese; finché c'è stata lotta di classe il proletariato ha conquistato progresso sociale e diritti; una volta che essa è stata accantonata e sostituita col riformismo, l'elettoralismo, il costituzionalismo e l'interclassismo abbiamo perso quasi tutto. È tempo di cambiare passo e gettarsi nella lotta di classe: per noi la “Via Maestra” che gli sfruttati e gli oppressi devono seguire è quella della rivoluzione proletaria e del socialismo.

21 ottobre 2026