Manovra elettorale da 26 miliardi
14 miliardi in due anni per il riarmo. Bonus e sgravi fiscali solo per la base elettorale che interessa al governo neofascista: autonomi, professionisti, commercianti, proprietari immobiliari, imprese, dipendenti privati sopra 50 mila euro di reddito. Niente per lavoratori a basso reddito, disoccupati e Mezzogiorno. Briciole per i giovani, beffati studenti, insegnanti e pensionati. Regali a scuole paritarie e sanità privata, tagli a quelle pubbliche. Non scalfiti gli extraprofitti delle banche e delle società energetiche.

Mentre milioni di lavoratori, giovani e studenti scendono in piazza in tutta Italia per protestare contro il carovita, il carocarburanti e il caro affitti, lo sfascio della sanità e della scuola, i bassi salari e le pensioni da fame, la mancanza di lavoro e le crisi industriali, Giorgia Meloni si fa beffe di loro presentando al Paese una legge di Bilancio da 26 miliardi, di cui la metà finanziati in deficit, che non soltanto non affronta nessuno di questi problemi e in molti casi li aggrava, ma che è concepita solo per coprire il più ingente aumento della spesa militare di tutti i tempi (14 miliardi nel solo biennio prossimo, autorizzati in deficit dalla Commissione europea) e per ottenere il consenso elettorale dei ceti di riferimento dei partiti di governo: le imprese, le partite Iva e i professionisti, i proprietari di immobili, le scuole e la sanità private, a cui sono riservate la maggior parte delle risorse stanziate, lasciando solo le briciole ai lavoratori, al Mezzogiorno, ai giovani e agli anziani, che anzi sono chiamati a contribuire alle spese con un taglio all'indicizzazione delle pensioni da 14 miliardi.
E non basta a renderla più digeribile alle masse lavoratrici e popolari la solita demagogia a buon mercato del “contributo” da 5 miliardi in tre anni chiesto alle banche e alle assicurazioni, né tanto meno quello irrisorio da 700 milioni ipotizzato per le imprese energetiche. Intanto perché le loro associazioni stanno facendo fuoco e fiamme e bisognerà vedere se questo provvedimento, con Forza Italia schierata dalla parte delle banche, riuscirà ad andare in porto e in che misura in parlamento. Poi perché, a parte l'aumento dell'imposta Ires, per il resto si tratta di crediti d'imposta differiti; e comunque i costi verranno sicuramente scaricati sui correntisti. E in definitiva si tratta pur sempre di cifre ridicole, rispetto agli enormi extraprofitti realizzati in questi anni di inflazione, aumento dei tassi di interesse e bollette energetiche stellari.

Misure per la “natalità” da ventennio fascista
“Non è una manovra che risolve tutto, non pretende di farlo ma sicuramente ha una direzione chiara. Ed è in continuità con le precedenti”, ha detto Mussolini in gonnella presentandola in conferenza stampa, ed è verissimo: una manovra classista come le quattro precedenti, ma che essendo l'ultima prima delle elezioni guarda ancor più selettivamente agli interessi del suo elettorato, rafforzando al tempo stesso gli incentivi alla natalità (per quanto ancora assai inferiori alla media europea e più che altro propagandistici), che sono una costante di questo governo neofascista ispirata alla triade mussoliniana “dio, patria e famiglia”: “Un altro capitolo che è sempre presente nelle nostre manovre”, ha detto infatti Meloni, citando l'allungamento di un mese del congedo parentale, il “bonus mamme strutturale” da 100 euro mensili esentasse per le lavoratrici con due o più figli (uno solo è come non averli, per lei), che andrà anche alle autonome ma – chissà perché – non alle colf e badanti, e il voucher da 500 euro per tre mesi agli autonomi per pagare la baby sitter. E poi il colpo ad effetto che sembra ripescato direttamente dal ventennio fascista: il “fondo per la natalità”, che assegna ai nuovi nati dal 2027 un contributo statale annuo di 100 euro fino alla maggiore età. Un “salvadanaio” da 1.800 euro finali che potrà essere incrementato da eventuali versamenti familiari a formare la “base pensionistica” privata delle generazioni future.
Per commercianti, artigiani, lavoratori autonomi e professionisti c'è l'ulteriore estensione della flat-tax al 15% (5% per le nuove imprese), dagli attuali 85.000 euro fino a 100.000 euro di ricavi o compensi. Un cavallo di battaglia della Lega che non ha mai portato ad una riduzione dell'evasione fiscale ma solo delle entrate per lo Stato. E che genera anzi delle macroscopiche disuguaglianze con i lavoratori dipendenti, visto che a parità di reddito lordo questi ultimi possono arrivare a pagare un'imposta tripla o anche quadrupla rispetto a chi è in regime di tassa piatta, che oltretutto è anche esentato dal pagare le addizionali regionali e comunali. Cosicché, per esempio, secondo i calcoli della Cgil, Un professionista con un reddito lordo da 100.000 euro pagherà, nel 2027, 8.658 euro di Irpef. Un dipendente con un reddito da 51.000 euro lordi ne pagherà invece 14.030: percepisce la metà ma avrà un’imposta quasi doppia!

Salari bassi e indifesi dall'inflazione e dal fiscal drag
Sempre secondo la Cgil il 92% dei lavoratori dipendenti e pensionati non avrà alcun vantaggio da questa manovra. L'unico intervento a favore dei redditi da lavoro dipendente, infatti, è un'estensione della seconda aliquota Irpef del 33% dall'attuale fascia fino a 50 mila euro fino ad un reddito di 55 mila, con un vantaggio massimo di 500 euro lordi annui. Che comunque vale solo per il 2027, poi toccherà al prossimo governo prorogarla o meno. Nel complesso sono ben 9 su 26 i miliardi stanziati per prorogare di un solo anno provvedimenti della precedente manovra, a conferma del valore sfacciatamente elettorale di quest'ultima manovra di fine legislatura. La riduzione fiscale di 500 euro verrà percepita comunque anche dai redditi superiori a 55 mila euro, visto che per ora non è stata prevista una soglia massima. Niente invece per i redditi bassi e medio-bassi, che secondo la narrazione della premier neofascista sarebbero già stati “premiati” con il taglio del cuneo fiscale delle precedenti manovre, in realtà già ampiamente rimangiati dal fiscal-drag.
“Sono misure che stanno completamente scassando il sistema fiscale. Si continua a ragionare sul sistema fiscale come un modo per aumentare gli stipendi nascondendo l’elefante nella stanza, le imprese che tengono i salari bassi”, osserva giustamente Michele Raitano, professore di Politica economica alla Sapienza: “I salari nel mondo ideale devono crescere nel lordo contrattuale e non si può pensare al lordo costante con il netto che cresce grazie al fisco”. Tutto questo, aggiungiamo noi, a fronte di un'inflazione che ha ricominciato a correre sotto la spinta del caro energia e carburanti, raggiungendo in ottobre il 5,4% su base annua, un record dall'agosto 2023, rimangiandosi ampiamente quel poco di aumenti salariali che si erano avuti con gli ultimi rinnovi contrattuali. Mentre la crescita economica è praticamente a zero nell'ultimo trimestre e la cassa integrazione ha fatto un balzo dell'84% solo nell'ultimo mese.

Agevolazioni a imprese private invece di investimenti pubblici
Le associazioni degli artigiani, bacino elettorale privilegiato di Meloni, ottengono invece anche la cedolare secca del 21% sugli affitti dei negozi (ridotta al 10% nei grandi centri), e soprattutto (per le aziende iscritte da almeno 7 anni), l'aumento del numero di dipendenti senza perdere la qualifica artigiana e il regime contributivo meno oneroso. Le imprese in generale beneficeranno anche dei crediti di imposta per gli investimenti nella Zes unica (regioni del Mezzogiorno e isole, più Marche e Umbria), per un costo di 2,4 miliardi (1,25 nel 2027), mentre un altro miliardo andrà ad abbassare i costi dell'energia per le piccole e medie imprese (Pmi).
Ciò significa che si continua a foraggiare con soldi pubblici imprese private affinché assumano nel Mezzogiorno, senza alcuna programmazione né garanzia di lavoro futuro, anziché lo Stato investa direttamente in sviluppo industriale e occupazione stabile, come la vicenda di Taranto amaramente dimostra. In compenso al comparto ferrovie-alta velocità, che già ha beneficiato di ingenti fondi del Pnrr, la manovra destina 1 miliardo in più, circa 5 nel prossimo biennio, di cui la metà a beneficio di appalti legati a Webuild, il colosso delle grandi opere diretto da Pietro Salini, a cui Salvini ha affidato senza concorso la realizzazione del ponte di Messina.
Ai proprietari di case il governo dimezza la cedolare secca sugli affitti a canone concordato, dal10% al 5%, che scende ulteriormente all'1% se il conduttore ha meno di 36 anni. Ci sono poi la conferma delle detrazioni di imposta al 50% in 10 anni per i lavori sulla prima casa (36% sulla seconda) e del bonus mobili ed elettrodomestici, nonché la proroga al 2029 delle garanzie statali sui mutui. Anche la cancellazione del bollo auto e moto fìno a 85 KW di potenza è una sfacciata marchetta elettorale del governo neofascista Meloni: che furbescamente l'ha promessa “strutturale”, ma finanziandola solo per il prossimo anno coi soldi del Pnrr, poi se la vedrà chi verrà dopo.

Una provocazione i nuovi tagli alla scuola
Scandalosi sono poi i veri e propri regali alle scuole paritarie e alla sanità privata: le prime si vedono aumentare i finanziamenti pubblici di ben 200 milioni per l'anno prossimo, nonostante un netto calo degli studenti, in particolare dalle scuole secondarie di primo e secondo grado. E sono confermati anche per il 2027 i 20 milioni stanziati per il bonus da 1.500 euro per iscrivere i figli alle scuole paritarie di primo grado e al biennio del secondo grado.
La sanità privata e le industrie farmaceutiche ricevono una copiosa pioggia di milioni in più: per la prima si va dai 350 milioni in più stanziati per le cliniche convenzionate agli 1,6 miliardi del voucher da 300 euro per gli over 75 fino a 28 mila euro di reddito da spendere per comprare prestazioni sanitarie dal settore privato, come cure odontoiatriche e prestazioni diagnostiche al di fuori delle liste d'attesa. Per le seconde ci sono 160 milioni per chi aumenta gli investimenti in Italia, altri 340 milioni per coprire l'aumento della soglia del payback per le aziende farmaceutiche (cioè della compartecipazione di esse alla spesa per medicinali oltre la soglia), e altri 350 milioni, dal 2028, per il payback di chi produce dispositivi medici.
Ma a confermare l'intento programmatico del governo di smantellare con questa manovra altri pezzi di scuola e sanità pubbliche, ci sono delle misure che sembrano studiate apposta da Mussolini in gonnella per sfidare gli studenti, gli insegnanti e le famiglie scesi in piazza in questi giorni, come il taglio di 4.925 insegnanti e 2.049 dipendenti amministrativi, tecnici e ausiliari (Ata), con un “risparmio” di 84 milioni nel 2027 e di 252 nel 2028. E questo dopo che la scorsa manovra aveva già tagliato 5.660 insegnanti e 2.174 Ata, per un totale di 15.000 posti in due anni.
Una sciagura per gli insegnanti precari che aspettano ancora di essere stabilizzati e per quelli fuori sede che si vogliono avvicinare a casa, che vedono diminuire improvvisamente i posti a disposizione. Ma ci sono anche tagli per 33,3 milioni alle università, 7 milioni agli istituti di ricerca e persino agli asili nido. L'università soffrirà anche del taglio del 25% del turn-over (un rimpiazzo in meno su quattro), stabilito dal 2027 nella pubblica amministrazione.
La scusa del governo per questa nuova mazzata sulla scuola pubblica è quella del calo demografico, quando invece, come ha sottolineato la Flc Cgil, poteva essere “l’occasione per migliorare la qualità, aumentare il tempo a scuola, ridurre gli alunni per classe e garantire una rete scolastica degna di un Paese europeo”. E anche per recuperare quantomeno il potere d'acquisto perduto delle retribuzioni di insegnanti e Ata, quantificato dai sindacati in 21.500 euro dal 2021 ad oggi. Invece si è scelto deliberatamente di aumentare le risorse solo alle scuole private: una deliberata provocazione. Tant'è che su questo punto anche la segretaria della compiacente Cisl, Fumarola, che pure apprezza tutto il resto della manovra, ha espresso “preoccupazione”. E perfino il ministro “libro e moschetto”, Valditara, ha cercato di pararsi le terga sostenendo di non essere stato informato preventivamente dei tagli.

Continua l'impoverimento della sanità pubblica
Lo stessa provocazione vale anche per la sanità pubblica. Il gioco truffaldino di Meloni è sempre lo stesso: si vanta di aver messo altri 3,4 miliardi nel Fondo sanitario nazionale, portandolo con 146,3 miliardi al “livello più alto di sempre”. Ma intanto un miliardo è dovuto alla vecchia manovra ed è già impegnato per i contratti di medici e infermieri, e il resto non arriva neanche all'1,7% di aumento, a fronte di un'inflazione già proiettata oltre il 3% annuo. Tant'è vero che a questo aumento nominale del Fondo sanitario non corrisponde un aumento percentuale della spesa sanitaria sul Pil (già tra le più basse d'Europa), ma al contrario le proiezioni danno un calo progressivo dall'attuale 6,14% al 5,8% nel 2029.
E comunque si tratta di soldi in gran parte vincolati per la sanità convenzionata e per le aziende farmaceutiche (il payback da solo assorbirà circa 1,5 miliardi), non soldi a disposizione delle Regioni per far funzionare l'assistenza territoriale, per migliorare il trattamento di medici e infermieri e frenare il loro esodo verso il privato, per ridurre le liste d'attesa, per nuove apparecchiature e per potenziare la manutenzione, per la prevenzione oncologica, le malattie mentali (in aumento tra i giovani), e così via. Adesso poi, per carpire voti facili, il governo ha tolto loro anche gli introiti del bollo auto.
Le Regioni avevano chiesto almeno 7-8 miliardi per far fronte all'emergenza, e lo stesso ministro della Salute Schillaci ne aveva chiesti 5,5 nella sua relazione al governo, di cui 3 miliardi solo per coprire i costi dell'energia (salvo poi fare buon viso dicendosi “soddisfatto” perché “non ci sono tagli” e che ora si tratterà solo di “utilizzare bene i fondi”). E se i governatori delle Regioni di “centro-sinistra” hanno richiesto una riunione urgente al presidente leghista Fedriga, ora persino la Regione Lombardia si lamenta col suo governo per le scarse risorse assegnate.

Giovani beffati, pensionati stangati
Beffati sfacciatamente anche i giovani, ai quali la premier si è vantata di aver dedicato uno spazio speciale nella manovra, ma “non certo a quelli che sfasciano le vetrine”, ha sottolineato in tono derisorio. Si tratta in realtà di una manciata di misure demagogiche di dubbia efficacia, come la cedolare secca all'1% a favore dei proprietari che affittano a giovani fino a 36 anni, la tassa piatta all'1% per sugli aumenti retributivi fino a 2.500 euro per i dipendenti nati dal 1998 ed entro un reddito di 28 mila euro (ma finanziata solo per il 2027), e del 5% per quelli con redditi 2026 fino a 33 mila euro.
C'è poi la proroga al 2027 degli sgravi contributivi alle imprese che assumono under 35 a tempo indeterminato, ma in ogni caso si tratta sempre di soldi pubblici che vanno nelle tasche di proprietari e imprese private. Per capirne l'irrilevanza pratica a cambiare la drammatica situazione giovanile e l'intento puramente propagandistico, basti osservare che si parla di un totale di 600 milioni tra sgravi e agevolazioni riguardanti i giovani, appena il 2% dell'intera manovra.
Se ai giovani toccano solo le briciole agli anziani tocca pagare il conto: anche stavolta Meloni e Giorgetti usano le pensioni come bancomat per far tornare i conti, ricorrendo al solito taglio crescente al loro adeguamento per legge all'inflazione al di sopra di una certa soglia, fissata in quattro volte il minimo pensionistico: 2.447 euro lordi, non certo una “pensione d'oro”, specie se in casa c'è quella sola. Considerando un'inflazione al 2,8% la Ragioneria dello Stato calcola un “risparmio” di 1,48 miliardi nel 2027 e di 14,24 miliardi fino al 2036. E si tratta di soldi che questi pensionati perderanno per sempre, anche perché dagli attuali tre scaglioni si passerà ad un sistema a fasce che taglia la rivalutazione sull'intero importo anziché solo sulle differenze tra gli scaglioni stessi.
Quanto al “superamento della Fornero”, ogni volta dato per certo e mai ottenuto da Salvini, non c'è nemmeno la Quota 100 da lui promessa stavolta (pensione anticipata a 64 anni con almeno 36 di contributi), ma solo un fondo da 850 milioni (che sarebbe del tutto insufficiente a coprirla), e che presumibilmente farà solo le veci di una nuova Ape sociale per i lavori usuranti e altre categorie speciali di lavoratori. Anzi, dal prossimo gennaio occorreranno sei mesi in più per andare in pensione rispetto ai 67 anni attuali, o 4 mesi in più di contributi rispetto ai 43 anni di oggi.
Appoggiamo il più che opportuno sciopero nazionale proclamato per il 20 novembre da Landini, ma di fronte all'arroganza di questo governo neofascista occorre di più. Occorre che la Cgil unisca tutto il suo peso ai sindacati di base, agli studenti, ai giovani e giovanissimi, ai lavoratori della scuola, ai medici e agli infermieri, agli operai dell'ex Ilva di Taranto e di Genova già in piazza, in un unico movimento per affossare con la lotta di massa la finanziaria elettorale e di guerra e buttare giù al più presto Mussolini in gonnella.


4 novembre 2026